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Associazione Di Stampo Mafioso

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109 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Continuazione in sede esecutiva: rifiutato lo sconto di pena
Il Ricorrente ha richiesto la continuazione in sede esecutiva per unificare le pene di diverse condanne subite tra il 1980 e il 2015. Egli ha sostenuto che i vari reati derivassero da un unico programma criminoso legato alla sua appartenenza a una consorteria mafiosa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'appartenenza a un'associazione per delinquere o un generico stile di vita criminale non bastano per dimostrare il medesimo disegno criminoso. Servono prove concrete dell'ideazione unitaria dei singoli reati fin dall'inizio. Di conseguenza, il Ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione di stampo mafioso: condannata la mafia di comunità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi membri di un gruppo criminale nigeriano, i Vikings, attivo a Ferrara. Gli imputati contestavano la configurabilità del reato di associazione di stampo mafioso, sostenendo che la loro condotta non controllasse l'intero territorio ma solo la comunità interna. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi, stabilendo che l'associazione di stampo mafioso si configura anche per sodalizi stranieri che intimidiscono e assoggettano una specifica comunità locale. Inoltre, è stata respinta la richiesta di riqualificare il traffico di droga come fatto di lieve entità, data la natura sistematica e l'ingente quantità di stupefacenti importati dall'Olanda. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: libero chi fa solo affari
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un indagato. L'accusa ipotizzava la sua partecipazione ad associazione mafiosa basandosi su contatti con esponenti del clan e su un'operazione commerciale di compravendita di vini con uno di essi. La Suprema Corte ha stabilito che tali elementi non dimostrano una stabile messa a disposizione o un inserimento organico nella struttura criminale, ma solo un rapporto economico individuale. Di conseguenza, mancando i gravi indizi di colpevolezza per il reato associativo, la Cassazione ha ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Associazione di stampo mafioso: condannata la zia-messaggera
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione di stampo mafioso nei confronti di una donna che fungeva da intermediaria costante tra il nipote, capo clan detenuto, e i membri in libertà. La difesa sosteneva si trattasse di semplice connivenza non punibile o concorso esterno. I giudici hanno invece stabilito che il passaggio continuativo e fiduciario di messaggi e direttive dal carcere configura una vera e propria partecipazione all'associazione, poiché garantisce la funzionalità del clan nei momenti di difficoltà. È stato inoltre dichiarato inammissibile il ricorso del coimputato, ritenuto organizzatore di un traffico di stupefacenti. Entrambi sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di stampo mafioso: tra indizi passati e carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, detenzione abusiva di armi e rapina aggravata. La difesa contestava la gravità degli indizi, evidenziando l'assenza di dichiarazioni specifiche da parte dei collaboratori di giustizia e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari, dato che gli elementi raccolti risalivano ad anni precedenti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che lo stabile inserimento nel clan è dimostrato da precisi indicatori logici, come il ruolo di sentinella e custode delle armi. Inoltre, l'assenza di elementi di recesso e la perdurante operatività del gruppo criminale giustificano il mantenimento della custodia cautelare, operando la presunzione di pericolosità prevista dalla legge per questo tipo di reati.
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Associazione di stampo mafioso: i conflitti interni non salvano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due indagati contro la misura cautelare per il reato di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva che il loro gruppo criminale non potesse considerarsi un'articolazione dello storico clan locale a causa di violenti contrasti interni. I giudici hanno invece chiarito che l'esistenza di conflitti interni non esclude la natura mafiosa del gruppo, caratterizzato da controllo del territorio, spaccio, estorsioni e sfruttamento del potere di intimidazione. Di conseguenza, la custodia cautelare resta confermata e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di stampo mafioso: il silenzio non cancella il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione di stampo mafioso e tentata estorsione. L'indagato aveva fatto pressioni su un proprietario terriero affinché gli vendesse dei terreni, azione considerata parte di una strategia di reinvestimento del clan. La difesa sosteneva che i fatti risalissero al 2016 e che mancassero prove di un ruolo attivo recente. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che la perdurante operatività del clan giustifica la misura cautelare, in mancanza di prove di un recesso dell'indagato. Il ricorso è stato rigettato.
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Associazione di stampo mafioso: Rimini non salva il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi esponenti di un gruppo criminale operante a Rimini, ritenuto una cellula autonoma delocalizzata di un noto clan camorristico napoletano. Gli imputati erano accusati di gravi reati, tra cui sequestro di persona, lesioni aggravate, estorsione e associazione di stampo mafioso. La difesa contestava l'applicabilità del reato associativo fuori dal territorio d'origine e l'uso di fonti confidenziali per avviare le intercettazioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi, stabilendo che per configurare l'associazione di stampo mafioso in contesti delocalizzati basta che la cellula esteriorizzi una forza intimidatrice effettiva e attuale, capace di assoggettare le vittime. Di conseguenza, i ricorrenti restano condannati e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermati i domiciliari al boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per associazione mafiosa. La difesa contestava l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, ritenendo le intercettazioni prive di riscontri pratici sul ruolo di uomo d'onore riservato. La Suprema Corte ha invece confermato la validità del provvedimento, evidenziando come le dichiarazioni concordanti di più collaboratori di giustizia, unite a intercettazioni e riprese video, dimostrassero la partecipazione attiva dell'indagato. Quest'ultimo partecipava a riti di affiliazione e dirimeva contrasti interni al sodalizio. Poiché il ricorso contestava valutazioni di fatto riservate al giudice di merito, è stato rigettato con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Associazione di stampo mafioso: il silenzio non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato del reato di associazione di stampo mafioso. Il ricorrente contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ritenendo le accuse basate solo su dichiarazioni di collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni dei pentiti sono valide se confermate da comportamenti concreti. Nel caso specifico, le intercettazioni e la partecipazione attiva a riunioni per risolvere tensioni interne hanno dimostrato il ruolo operativo dell'indagato come "uomo d'onore riservato". Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso, resta in carcere e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Associazione di stampo mafioso: l’arresto non spezza il vincolo
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato, accusato di far parte di un'associazione di stampo mafioso. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni, l'identificazione vocale dell'indagato e chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare a causa di una precedente carcerazione per estorsione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la carcerazione non interrompe automaticamente la partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, permanendo il vincolo associativo (affectio societatis) in assenza di elementi concreti di dissociazione. Inoltre, le intercettazioni tardive rispetto al decreto autorizzativo sono pienamente utilizzabili e l'identificazione vocale da parte della polizia giudiziaria non richiede perizia fonica. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Associazione di stampo mafioso: la lite familiare porta in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione di stampo mafioso. La vicenda nasce da una lite familiare per una separazione, degenerata in scontri armati tra due clan rivali. L'indagato è intervenuto attivamente per mediare il conflitto, parlando a nome del proprio gruppo criminale e usando espressioni tipiche del gergo mafioso. La difesa sosteneva che l'intervento fosse solo di natura personale e familiare. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che la mediazione dimostrasse la sua piena organicità al clan. Per questo reato opera una presunzione di pericolosità che impone il carcere, superabile solo provando la totale rescissione dei legami con l'organizzazione, prova che la difesa non ha fornito. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: basta fare da messaggero
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per il figlio di un noto esponente criminale, accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. L'indagato fungeva da intermediario e messaggero per il padre, impossibilitato a muoversi da Roma a causa di misure di sicurezza. La difesa sosteneva l'assenza di una formale affiliazione e la natura neutra dei contatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che per configurare il reato non serve un'affiliazione rituale. È sufficiente svolgere con continuità il ruolo di collegamento e trasmissione di ordini tra il capo ristretto e gli associati liberi sul territorio, integrando pienamente la condotta associativa.
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Condanna e ricorso straordinario per errore di fatto: il no
Un esponente di un noto gruppo criminale ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro la sentenza di Cassazione che confermava la sua condanna per associazione mafiosa. La difesa sosteneva che i giudici avessero commesso una svista materiale nel valutare il suo ruolo di organizzatore e alcuni episodi specifici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le contestazioni non riguardavano un errore percettivo o una svista materiale, ma esprimevano un disaccordo sulla valutazione delle prove. Questo tipo di contestazione costituisce un errore di giudizio e non può essere corretto tramite il ricorso straordinario, il quale è limitato esclusivamente a sviste macroscopiche e non a valutazioni giuridiche.
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Custodia cautelare in carcere: il clan non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa contestava il rigetto della revoca della misura, invocando una diversa valutazione della posizione di un coindagato e l'assenza di un'investitura formale nel clan. I giudici hanno chiarito che ogni procedimento cautelare è autonomo e che la valutazione degli indizi deve essere globale e non frammentata. Inoltre, per l'associazione mafiosa opera una presunzione di pericolosità sociale superabile solo dimostrando la definitiva rottura dei legami con il sodalizio criminoso. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la misura restrittiva.
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Misura cautelare per associazione mafiosa: annullata l’ordinanza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura cautelare per associazione mafiosa nei confronti dell'Indagato, nonostante quest'ultimo fosse detenuto in regime di carcere duro da circa quattordici anni. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di una reale motivazione critica riguardo alla sua effettiva partecipazione al sodalizio criminale e all'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici del riesame si sono limitati a elencare indizi generici e dichiarazioni non collocate nel tempo, senza valutare l'impatto del lungo periodo di detenzione sulla presunzione di pericolosità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Associazione di stampo mafioso: capi in cella, ordini fuori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione di stampo mafioso, legati a un clan operante nel brindisino. I capi del sodalizio, pur se detenuti, riuscivano a impartire ordini all'esterno tramite telefoni cellulari contrabbandati in carcere. Tra le condotte contestate figurano anche il traffico di stupefacenti, la detenzione di armi e un tentativo di evasione agevolato da un congiunto. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice di legittimità non può rivalutare le prove di fatto se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Di conseguenza, le condanne inflitte nei precedenti gradi di giudizio sono state interamente confermate, con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Contestazione a catena: il ricorso fallisce e il carcere resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa. La difesa invocava la contestazione a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia al momento di un precedente arresto per associazione finalizzata al traffico di droga. I giudici hanno respinto la richiesta, chiarendo che le due associazioni criminali sono distinte e che le prove sul ruolo mafioso dell'Indagato sono emerse solo successivamente grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Trattandosi di una contestazione associativa aperta, il vincolo non si è mai interrotto. Di conseguenza, l'Indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il lavoro non cancella il clan
L'Indagato, accusato di associazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che la misura non fosse l'unica soluzione possibile, evidenziando lo svolgimento di un'attività lavorativa lecita da parte dell'uomo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che i legami con il clan criminale erano stabili, profondi e recenti, e che una precedente condanna non era bastata a spezzarli. Inoltre, il lavoro lecito non aveva impedito all'Indagato di rimanere a disposizione dell'organizzazione. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata come unica misura idonea a contenere la pericolosità del soggetto, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione cavallo di ritorno: riscatto o valore del bene?
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per associazione mafiosa ed estorsione. Tra questi, Il Ricorrente era accusato di estorsione cavallo di ritorno per aver chiesto trecento euro per restituire un ciclomotore rubato. La difesa chiedeva l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Cassazione ha stabilito che, nel reato di estorsione cavallo di ritorno, il danno deve essere valutato in base alla somma estorta e non al valore del bene rubato. Per questo motivo, la Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla valutazione di questa attenuante, rinviando il caso alla Corte d'Appello. Gli altri ricorsi sono stati rigettati o dichiarati inammissibili.
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