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Art. 35-Ter Ord. Pen.

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71 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Risarcimento per disumana detenzione: lo Stato perde il ricorso
Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso contro la decisione che riconosceva a un detenuto una riduzione della pena di 277 giorni e un indennizzo economico per aver subito condizioni di detenzione degradanti in diversi istituti penitenziari. Il Ministero contestava il calcolo dello spazio minimo in cella e la mancata valutazione dei fattori compensativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il diritto del detenuto al risarcimento per disumana detenzione. La Corte ha chiarito che il calcolo dello spazio deve sottrarre gli ingombri fissi e che i fattori compensativi devono coesistere tutti insieme se lo spazio scende sotto i tre metri quadrati. Inoltre, i motivi di ricorso del Ministero sono stati giudicati troppo generici.
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Spazio minimo in cella: lo Stato perde contro il detenuto
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione che riconosceva a un detenuto la riduzione della pena e un indennizzo economico per aver subito condizioni di detenzione degradanti in vari istituti penitenziari. Il Ministero contestava il calcolo dello spazio minimo in cella e la mancata valutazione dei fattori compensativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il calcolo dello spazio minimo in cella deve escludere gli arredi fissi e che, sotto i tre metri quadrati, i fattori compensativi devono coesistere tutti insieme (breve durata, condizioni dignitose e attività esterne). Il detenuto ottiene quindi definitivamente lo sconto di pena.
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Risarcimento per sovraffollamento: negato se la cella ha 3 mq
Il Detenuto ha richiesto un risarcimento per sovraffollamento lamentando di aver scontato la pena in condizioni disumane all'interno della Casa circondariale di Pavia. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda poiché la relazione tecnica del carcere ha dimostrato che l'uomo disponeva di almeno tre metri quadrati di spazio libero all'interno della cella. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la valutazione dello spazio minimo era corretta e non illogica. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Spazio minimo detentivo: cella piccola ma risarcimento negato
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di risarcimento avanzata da Il Detenuto per le presunte condizioni di sovraffollamento subite in carcere. Il ricorrente lamentava un errore nel calcolo dello spazio minimo detentivo, sostenendo che la superficie a sua disposizione fosse inferiore a quella minima consentita dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, quando lo spazio pro-capite è compreso tra tre e quattro metri quadrati, l'eventuale ristrettezza può essere compensata da fattori positivi. Nel caso specifico, il regime a celle aperte, la possibilità di svolgere attività lavorative e l'accesso quotidiano alle docce comuni hanno escluso la violazione dei diritti del detenuto.
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Risarcimento per detenzione inumana: lo Stato perde in Cassazione
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che riconosceva a un detenuto condannato all'ergastolo il risarcimento per detenzione inumana ai sensi dell'articolo 35-ter dell'ordinamento penitenziario. Il detenuto aveva subito una carcerazione in celle con uno spazio individuale inferiore a tre metri quadrati, o compreso tra tre e quattro metri quadrati senza adeguati fattori compensativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero, confermando il diritto del detenuto a ricevere l'indennizzo monetario di oltre ventimila euro per i 2.602 giorni di detenzione trascorsi in condizioni degradanti e contrarie ai parametri della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
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Detenzione Inumana: Niente Sconto di Pena su una Nuova Condanna
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di risarcimento per detenzione inumana. Un detenuto, che aveva subito condizioni degradanti durante una precedente carcerazione ormai conclusa, non può ottenere uno sconto di pena sulla nuova condanna che sta attualmente scontando. Se esiste una discontinuità tra i due periodi di detenzione, non collegati tra loro, l'unico rimedio possibile per il danno passato è il risarcimento monetario. Non è ammesso 'trasferire' il diritto allo sconto di pena da una condanna esaurita a una nuova e distinta. La richiesta del detenuto è stata quindi respinta.
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Competenza risarcimento detenuto: scarcerato ma vince in Cassazione
Un detenuto chiede un risarcimento per le condizioni inumane subite in carcere. Prima della decisione, finisce di scontare la pena e viene liberato. I giudici di sorveglianza respingono la sua richiesta, sostenendo di non essere più competenti. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, affermando un principio fondamentale: la competenza risarcimento detenuto si stabilisce nel momento esatto in cui la domanda viene presentata. Se in quel momento la persona è detenuta, il Magistrato di Sorveglianza resta il giudice competente anche se il richiedente viene scarcerato nel frattempo. La Corte ha quindi annullato la decisione e rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame.
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Condizioni inumane di detenzione: 3mq bastano, ricorso perso
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un detenuto che chiedeva un risarcimento per condizioni inumane di detenzione. La sua richiesta era già stata respinta perché lo spazio personale in cella superava i 3 metri quadrati, senza che fossero state provate altre criticità. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo un principio chiaro: non si può contestare in Cassazione la valutazione dei fatti compiuta dal giudice precedente. Il ricorso deve basarsi su precise violazioni di legge. Di conseguenza, il detenuto non solo ha perso la causa, ma è stato anche condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Ricorso inammissibile: detenuto perde e paga 3.000 euro
Un detenuto ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione dopo che la sua richiesta di risarcimento per condizioni di detenzione inumane era stata accolta solo in parte. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per motivi di merito. Il ricorrente, infatti, non contestava una violazione di legge, ma chiedeva una nuova valutazione dei fatti, un'attività che non rientra nei poteri della Cassazione. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il detenuto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3.000 euro.
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Cella piccola ma non inumana: la Cassazione nega il risarcimento
Un detenuto ha chiesto un risarcimento per condizioni detentive inumane, lamentando uno spazio in cella di poco superiore ai 3 metri quadrati. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: quando lo spazio individuale è compreso tra 3 e 4 metri quadrati, non scatta una presunzione automatica di violazione. Il giudice deve invece compiere una valutazione complessiva (multifattoriale), tenendo conto anche di eventuali 'fattori compensativi' come la durata della detenzione, la libertà di movimento fuori dalla cella e la possibilità di svolgere attività. In questo caso, la valutazione complessiva delle condizioni di vita del detenuto non è stata ritenuta degradante, negando così il diritto al risarcimento.
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Cella disumana: lo Stato compensa il risarcimento con la multa
Un detenuto ottiene un risarcimento economico per aver subito una detenzione in condizioni disumane. Lo Stato, tuttavia, chiede di non pagare tale somma, ma di usarla per estinguere una multa (pena pecuniaria) che il detenuto gli doveva. La Corte di Cassazione ha stabilito che questa operazione è legittima. Secondo i giudici, sia il risarcimento che la multa sono semplici crediti patrimoniali. Di conseguenza, è possibile applicare la compensazione pena pecuniaria. Lo Stato vince la causa, affermando il principio che i due importi, debito e credito, si annullano a vicenda.
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Rimedi detenzione inumana: ricorso perso per decisione definitiva
Un detenuto ha presentato ricorso contro il diniego dei benefici per detenzione in condizioni degradanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La ragione fondamentale è che il detenuto non aveva impugnato nei tempi corretti delle precedenti decisioni sullo stesso argomento. Tali decisioni erano quindi diventate definitive e intoccabili (cosiddetto 'giudicato esecutivo'). La Corte ha stabilito che una decisione sui rimedi risarcitori per detenzione inumana non può essere riesaminata se non emergono fatti nuovi e rilevanti. Di conseguenza, il ricorrente ha perso e deve pagare le spese processuali e una sanzione.
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Risarcimento Detenzione Inumana: la pausa tra pene annulla tutto
La Cassazione nega il risarcimento per detenzione inumana a un detenuto che aveva presentato la richiesta troppo tardi. Il soggetto, tornato in carcere dopo molti anni, chiedeva un indennizzo per le condizioni subite durante una precedente carcerazione (2002-2004). I giudici hanno stabilito che la domanda andava presentata entro un termine di decadenza di sei mesi dalla fine di quella detenzione. La nuova carcerazione non riapre i termini, poiché tra i due periodi c'è stata una lunga interruzione (cesura temporale). Di conseguenza, il diritto al risarcimento è stato definitivamente perso.
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Cella senza acqua: confermato risarcimento per detenzione inumana
Un ex detenuto ha ottenuto un risarcimento di quasi 9.000 euro per le condizioni di detenzione subite. La causa scatenante è stata la prolungata e grave mancanza di acqua corrente all'interno dell'istituto penitenziario. L'Amministrazione Penitenziaria ha presentato ricorso, sostenendo di aver fornito soluzioni alternative come serbatoi e acqua in bottiglia. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la mancanza di un servizio così essenziale costituisce una violazione della dignità umana. Questo grave disagio non può essere compensato da altre condizioni positive della cella. La sentenza conferma quindi il diritto al risarcimento per detenzione inumana.
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Risarcimento detenzione inumana: richiesta tardiva, diritto perso
Un detenuto ha richiesto un risarcimento per detenzione inumana relativo a un periodo di carcerazione concluso anni prima. La sua richiesta si basava sull'idea che diverse pene dovessero considerarsi unificate, facendo partire i termini solo alla fine dell'ultima. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiaro: il termine di decadenza di sei mesi per chiedere il risarcimento decorre dalla fine di ogni singolo e distinto periodo di detenzione. Poiché la domanda era stata presentata ben oltre questo limite, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, annullando di fatto il diritto al risarcimento.
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Cella con muffa: non è sempre trattamento disumano e degradante
Un detenuto ha presentato un reclamo per **trattamento disumano e degradante**, lamentando la presenza di muffa, infiltrazioni e un impianto di riscaldamento malfunzionante nella sua cella. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già respinto la sua richiesta, ritenendo i disagi occasionali e bilanciati da altri fattori positivi. La Corte di Cassazione ha confermato questa linea, dichiarando il ricorso del detenuto inammissibile. Secondo la Corte, il ricorso mirava solo a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Di conseguenza, il detenuto ha perso e deve pagare le spese processuali e una multa.
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Riduzione pena detentiva: quando spetta il rimedio
Un condannato ha richiesto la riduzione pena detentiva per aver subito una detenzione inumana e degradante. Il Magistrato di Sorveglianza aveva dichiarato l'istanza inammissibile poiché il rapporto punitivo specifico era terminato prima della decisione. La Corte di Cassazione ha annullato tale provvedimento, stabilendo che l'ammissibilità deve essere valutata al momento della presentazione della domanda e non della decisione, in virtù del principio della perpetuatio iurisdictionis.
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Risarcimento detenzione inumana: la Cassazione chiarisce
Un detenuto ha richiesto il risarcimento per detenzione inumana per periodi trascorsi in diversi istituti. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto per un periodo, ma ha annullato la dichiarazione di inammissibilità per un altro. La Corte ha stabilito che la motivazione sulla scadenza dei termini (decadenza) era insufficiente, non chiarendo quando fosse effettivamente avvenuta la "cessazione dello stato di detenzione", momento dal quale decorre il termine per l'azione. Il caso è stato rinviato al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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Condizioni detentive: il ricorso in Cassazione
Un detenuto ha presentato ricorso per ottenere un risarcimento a causa di presunte condizioni detentive inumane e degradanti subite in vari istituti penitenziari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che le doglianze del ricorrente miravano a una nuova valutazione dei fatti già esaminati dal Tribunale di Sorveglianza. La Corte ha chiarito che il ricorso in Cassazione per questi casi è limitato alla sola violazione di legge e non può riesaminare il merito della decisione se questa è motivata in modo logico e coerente.
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Condizioni detentive: quando la pena è inumana?
La Corte di Cassazione ha stabilito che uno spazio in cella inferiore a tre metri quadrati non determina automaticamente la violazione dell'art. 3 CEDU sulle condizioni detentive inumane. Sebbene crei una forte presunzione, questa può essere superata dalla presenza di 'fattori compensativi', come un regime detentivo 'aperto', la breve durata della restrizione e la possibilità di svolgere attività fuori dalla cella. La valutazione deve essere multifattoriale e considerare la dignità complessiva della carcerazione.
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