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Arresti Domiciliari — Anno 2022

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357 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Arresti Domiciliari

Provvedimenti

Liberazione anticipata negata: i contatti vietati costano caro
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della liberazione anticipata per una donna agli arresti domiciliari. La misura di favore è stata negata poiché la condannata ha ripetutamente violato il divieto di incontrare persone estranee al nucleo familiare e con precedenti penali, come accertato dai controlli di polizia. La difesa sosteneva che i soggetti presenti in casa fossero nipoti, ma la Cassazione ha ritenuto il ricorso inammissibile perché contestava in modo generico accertamenti di fatto precisi e dettagliati. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione domiciliare negata: commettere reati cancella i benefici
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di detenzione domiciliare avanzata da un condannato. Quest'ultimo, mentre si trovava gia agli arresti domiciliari, ha commesso nuovi reati della stessa natura, venendo ricondotto in carcere. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il giudice del nuovo processo lo aveva comunque ritenuto idoneo agli arresti domiciliari e che tale valutazione doveva favorire la concessione della misura alternativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione cautelare e quella penitenziaria si basano su presupposti differenti. La reiterazione di condotte criminose durante una misura di favore dimostra una pericolosita sociale incompatibile con la detenzione domiciliare. Il ricorrente e stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Istigazione alla corruzione: condanna anche senza cifre precise
Durante un controllo presso la sua abitazione, un uomo agli arresti domiciliari ha offerto del denaro ai Carabinieri per evitare una perquisizione, dicendo 'troviamo un accordo, vi do qualcosa'. I militari hanno rifiutato e trovato la droga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per istigazione alla corruzione. I giudici hanno chiarito che, per la punibilità, non serve specificare la somma esatta. L'offerta deve essere valutata con un giudizio ex ante (prima del rifiuto) e considerata seria in base al contesto, come l'allontanamento di un parente per parlare da soli e il timore di aggravare la propria posizione cautelare. L'appello del condannato è stato quindi rigettato.
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Nullità udienza di riesame: arresti domiciliari e diritti negati
L'Indagato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per reati ambientali, presentava istanza di riesame chiedendo espressamente di partecipare di persona all'udienza camerale. Il Tribunale ometteva tuttavia di disporre la sua traduzione o di autorizzarlo a recarsi in udienza, sostituendo la misura cautelare con l'obbligo di firma. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Indagato, sancendo che l'omessa traduzione o autorizzazione determina la nullità udienza di riesame. Tale vizio costituisce una nullità assoluta e insanabile, in quanto l'avviso per l'udienza equivale a una vera e propria citazione a comparire, fondamentale per garantire il diritto all'autodifesa. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla l'ordinanza impugnata e dispone il rinvio al Tribunale per un nuovo giudizio, senza che ciò comporti l'automatica perdita di efficacia della misura cautelare originaria.
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Lieve entità spaccio: no allo sconto per chi ha 222 dosi
L'Imputato, già sottoposto agli arresti domiciliari per reati di droga, è stato trovato in possesso di cocaina sufficiente per confezionare 222 dosi. La difesa ha richiesto la qualificazione del fatto come lieve entità spaccio per ottenere una riduzione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'elevato quantitativo di droga e la commissione del reato durante la detenzione domiciliare escludono l'applicazione della circostanza attenuante.
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Traduzione ordinanza cautelare: il falso domicilio costa il carcere
Il Tribunale di L'Aquila ha confermato la custodia in carcere per un indagato straniero, precedentemente agli arresti domiciliari per furto e resistenza. La misura era stata aggravata poiché l'uomo aveva fornito un indirizzo inesistente per eludere i controlli. La difesa ha contestato la mancata traduzione ordinanza cautelare in lingua georgiana, sostenendo che l'indagato non avesse compreso l'obbligo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: sebbene sussista il diritto alla traduzione, l'ordinanza era stata pronunciata in udienza con un interprete. Inoltre, la condotta del ricorrente (fornire un falso indirizzo) dimostra la piena consapevolezza della misura e la volontà di sottrarvisi. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese.
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Reato di evasione: condannato anche a due metri da casa
Il Detenuto, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, si allontana dalla propria abitazione e viene sorpreso sul marciapiede antistante, a soli due metri dal portone, mentre parla con uno sconosciuto. Accusato del reato di evasione, l'uomo si difende sostenendo la minima distanza dal domicilio e richiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che anche una distanza minima configura il reato di evasione se il soggetto esce dallo spazio privato. Inoltre, la presenza di precedenti penali specifici esclude la particolare tenuità del fatto. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di evasione: stop alla condanna tardiva
L'Imputata, sottoposta alla misura degli arresti domiciliari, si era allontanata dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. Condannata nei primi due gradi di giudizio per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione tramite il proprio difensore. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che il termine massimo di prescrizione del reato era già decorso prima della pronuncia della sentenza d'appello. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata, sancendo l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione del reato di evasione.
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Reato di evasione: pochi passi fuori casa costano tremila euro
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza d'appello che lo condannava per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per la configurazione del reato di evasione è sufficiente qualsiasi allontanamento non autorizzato dal domicilio, indipendentemente dalla durata dell'assenza, dalla distanza percorsa o dai motivi del gesto. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della reiterazione delle condotte e dei precedenti penali specifici del soggetto. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la fame non scusa la fuga
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari che si è allontanato dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. L'imputato ha giustificato l'allontanamento invocando uno stato di necessità legato al proprio sostentamento economico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che qualsiasi allontanamento non autorizzato, indipendentemente dalla durata, dalla distanza o dai motivi personali, configura il reato. Inoltre, lo stato di necessità è stato escluso poiché l'uomo non aveva preventivamente richiesto i necessari permessi di uscita per lavorare o provvedere alle proprie esigenze. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: uscire per bisogno non evita la condanna
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari si è allontanato da casa senza autorizzazione. Per giustificare la fuga, ha invocato lo stato di necessità, sostenendo di essersi recato dal sindaco per richiedere un sussidio economico indispensabile per il proprio sostentamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del destinatario della misura. I giudici hanno chiarito che integra il reato di evasione qualsiasi allontanamento non autorizzato dal luogo di detenzione domiciliare. Non hanno alcuna rilevanza la durata dell'assenza, la distanza percorsa o i motivi personali del soggetto. Lo stato di necessità è stato escluso poiché l'uomo non aveva preventivamente richiesto i necessari permessi di uscita per provvedere alle proprie esigenze primarie. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità del fatto: no a sconti per spaccio dai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di droga. L'imputato chiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità del fatto per una cessione di hashish. La Suprema Corte ha confermato il rifiuto dell'attenuante: l'uomo ha venduto la sostanza mentre si trovava agli arresti domiciliari, sapendo che la droga era destinata a un detenuto in carcere. Questi elementi escludono la minima offensività della condotta. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Arresti domiciliari all’estero: stop alle discriminazioni
Un cittadino straniero, sottoposto a custodia cautelare in carcere in Italia, ha chiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari da scontare in Slovenia, suo Paese di residenza. Il Tribunale di Trieste ha negato la richiesta, ritenendo che gli arresti domiciliari non rientrassero tra le misure applicabili all'estero secondo la normativa europea. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che gli arresti domiciliari all'estero sono pienamente ammissibili. Negare questa possibilità per il solo fatto di non avere un domicilio in Italia costituirebbe una discriminazione contraria ai principi dell'Unione Europea. La Cassazione ha quindi annullato la decisione, ordinando al Tribunale di valutare nuovamente la richiesta.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per la droga
L'Imputato, accusato di aver introdotto ripetutamente hashish all'interno di un istituto penitenziario, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, evidenziando la gravita della condotta e il ruolo di organizzatore del traffico illecito svolto dal soggetto. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimita della custodia cautelare in carcere. I giudici di legittimita hanno ribadito che non e possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di cassazione se la motivazione del giudice di merito e logica e coerente. L'Imputato e stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Legittimo impedimento a comparire: nullo il processo in assenza
Il caso riguarda un uomo accusato di evasione che non ha potuto partecipare al proprio processo perché sottoposto agli arresti domiciliari per un'altra causa. Il Tribunale ha celebrato il processo in sua assenza, ritenendo che spettasse a lui chiedere l'autorizzazione per presentarsi. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno invece stabilito che gli arresti domiciliari per altra causa, se comunicati al giudice, costituiscono sempre un legittimo impedimento a comparire. Di conseguenza, il giudice ha l'obbligo di rinviare l'udienza e disporre la traduzione dell'imputato. La Cassazione ha quindi annullato le sentenze di primo e secondo grado, ordinando la celebrazione di un nuovo processo.
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Lavoro esterno e fuga: quando si configura il reato di evasione
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari con permesso di lavoro veniva sorpreso dalla Polizia Stradale a bordo di un'auto privata in compagnia di un estraneo, lontano dal luogo di lavoro. Dopo aver fornito false generalità agli agenti, il soggetto si dava alla fuga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione e per false dichiarazioni. I giudici hanno chiarito che l'autorizzazione al lavoro esterno non sospende la misura cautelare, ma ne sostituisce solo temporaneamente il luogo. Di conseguenza, qualsiasi allontanamento non autorizzato configura pienamente il reato di evasione, a nulla rilevando la breve durata dell'assenza o la pretesa mancanza di dolo, smentita peraltro dalla fuga e dalle false generalità fornite.
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Custodia cautelare in carcere: no se i domiciliari funzionano
Un uomo, insieme ad altri complici, minacciava e aggrediva il gestore di un bar per ottenere bevande a prezzi stracciati. Il Tribunale disponeva la custodia cautelare in carcere per estorsione aggravata. La difesa impugnava il provvedimento, sostenendo che si trattasse solo di violenza privata e che la misura fosse eccessiva, dato che l'indagato aveva già rispettato gli arresti domiciliari per sei mesi senza violazioni. La Corte di Cassazione ha confermato la qualificazione di estorsione, ma ha accolto il ricorso sulla misura restrittiva. I giudici hanno stabilito che la custodia cautelare in carcere rappresenta l'estrema ratio e richiede una motivazione rafforzata. Il Tribunale avrebbe dovuto valutare l'idoneità degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, specialmente alla luce del comportamento corretto tenuto in precedenza dall'indagato. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Spaccio dal paniere ai domiciliari: negata la lieve entità
Un uomo, sottoposto agli arresti domiciliari, gestiva una fitta attività di spaccio calando un paniere dalla finestra per consegnare la droga e ricevere il denaro. La Corte d'Appello lo condannava, escludendo la lieve entità dello spaccio. L'imputato ricorreva in Cassazione lamentando una decisione basata su semplici supposizioni e chiedendo la riqualificazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'uomo grazie ai filmati e ai controlli della polizia. Inoltre, hanno negato la lieve entità dello spaccio a causa della continuità dell'attività, della professionalità dimostrata e della violazione dei domiciliari. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Autorizzazione al lavoro e domiciliari: il PC non un ostacolo
Un lavoratore agli arresti domiciliari ha richiesto l'autorizzazione al lavoro per provvedere alle primarie esigenze della propria famiglia. Il Tribunale del Riesame ha negato il permesso, temendo il rischio di reiterazione dei reati tramite l'uso di un computer sul posto di lavoro. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione con rinvio, stabilendo che il pericolo non può basarsi sulla mera presenza di strumenti informatici, utilizzabili anche a casa. L'autorizzazione può essere negata solo se l'attività comporta spostamenti continui e incontrollabili che snaturano la misura cautelare.
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Rischio di recidiva: arresti confermati anche se sospeso
Un Pubblico Ufficiale e un Privato sono stati sottoposti agli arresti domiciliari per corruzione. Il Pubblico Ufficiale, in cambio di denaro, forniva informazioni riservate su indagini in corso. La difesa ha impugnato la misura sostenendo che la sospensione dal servizio del dipendente pubblico escludesse il rischio di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la sospensione dal servizio è un provvedimento temporaneo e revocabile, che non elimina il concreto rischio di recidiva. Tale pericolo deriva dall'inserimento dei soggetti in un determinato contesto criminale, rendendo necessaria la conferma della misura cautelare per evitare la reiterazione di reati simili.
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