Un padre, armato di coltello e accompagnato da un amico, organizza una spedizione punitiva contro un giovane accusato di aver molestato la figlia. Dopo averlo immobilizzato e minacciato, lo colpisce all'addome con un fendente letale, fuggendo senza prestare soccorso. La Corte di Cassazione conferma la condanna per omicidio volontario, escludendo la legittima difesa e la provocazione. I giudici chiariscono che l'uso di un'arma letale diretta verso organi vitali dimostra l'intenzione di uccidere, quantomeno nella forma del dolo eventuale. Inoltre, l'eventuale imperizia dei medici che hanno curato la vittima non interrompe il nesso causale tra l'accoltellamento e la morte, configurandosi come semplice concausa. L'estrema sproporzione tra le molestie verbali e la reazione violenta impedisce anche l'applicazione dell'attenuante della provocazione.
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