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Animus Necandi

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225 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Tentato omicidio e mafia: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 14 anni e 8 mesi per un imputato accusato di triplice tentato omicidio in un contesto di faida mafiosa. La sentenza analizza in dettaglio la distinzione tra atti preparatori e tentativo punibile, i requisiti della desistenza volontaria e i complessi principi sulla rideterminazione della pena in seguito a un annullamento con rinvio, chiarendo i limiti del giudicato parziale in caso di reato continuato. La Corte ha ritenuto infondati tutti i motivi di ricorso, confermando l'impianto accusatorio e la pena inflitta dalla Corte d'Appello.
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Aggravante metodo mafioso: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di tre imputati e dichiarato inammissibile quello di un quarto, confermando le condanne per reati gravissimi tra cui tentato omicidio plurimo e rapina. La sentenza si sofferma sull'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso, chiarendo che essa sussiste quando le modalità esecutive del reato evocano la forza intimidatrice tipica delle associazioni criminali. Viene inoltre ribadito il principio secondo cui il vizio di travisamento della prova non è ammissibile in caso di doppia conforme, ovvero quando due sentenze di merito giungono alla stessa conclusione.
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Risarcimento del danno: annullata sentenza in appello
Un uomo, condannato per tentato omicidio, aveva risarcito la vittima con una somma di denaro accettata da quest'ultima. La Corte d'Appello aveva negato l'attenuante specifica per il risarcimento del danno, considerandolo solo ai fini delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che il giudice di merito deve motivare adeguatamente perché il risarcimento non sia ritenuto integrale ed effettivo, prima di poter escludere l'attenuante specifica. La semplice accettazione da parte della vittima non è vincolante per il giudice.
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Tentato omicidio: gravi indizi e motivazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato in custodia cautelare per tentato omicidio. L'uomo era accusato di aver esploso colpi di arma da fuoco contro un'altra persona. La difesa contestava la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza, basata su intercettazioni, ritenendola parziale e contraddittoria. La Corte ha stabilito che la motivazione del Tribunale del Riesame era logicamente coerente, sottolineando che l'intenzione di uccidere (animus necandi) può essere provata anche da un singolo colpo e da altri elementi, come la confessione dell'indagato e pregressi rancori, rendendo non decisivo il numero esatto di colpi esplosi.
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Animus necandi: tentato omicidio, non legittima difesa
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per tentato omicidio. La sentenza conferma che l'animus necandi (intento di uccidere) è dimostrato dall'azione combinata con un complice, dall'uso di armi letali, dal numero di colpi e dal fatto di aver continuato a infierire sulla vittima già a terra e disarmata, escludendo così ogni ipotesi di legittima difesa.
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