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Affidamento In Prova Terapeutico

78 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una misura alternativa alla detenzione che permette a una persona condannata, tossicodipendente o alcol-dipendente, di scontare la pena seguendo un programma di recupero presso una struttura specializzata invece che in carcere.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Affidamento in prova negato: Cassazione conferma il rigetto
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un condannato che chiedeva l'affidamento in prova, sia nella forma ordinaria che terapeutica, dopo che il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto le sue richieste. Il Tribunale aveva espresso una prognosi negativa sull'esito favorevole delle misure, basandosi sui precedenti penali, le pendenze giudiziarie e una condotta non conforme alle prescrizioni. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione del Tribunale e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende, per mancanza di specificità e manifesta infondatezza delle censure proposte.
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Affidamento in prova terapeutico: stop al divieto di permessi
Un detenuto richiedeva un permesso-premio per fare visita ai propri familiari. Il Tribunale di Sorveglianza rigettava la richiesta applicando il blocco triennale previsto dalla legge penitenziaria a seguito della precedente revoca di una misura alternativa. Tuttavia, tale misura consisteva in un affidamento in prova terapeutico finalizzato al recupero da dipendenze. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che la revoca dell'affidamento in prova terapeutico non comporta automaticamente il divieto di tre anni per la concessione di successivi benefici penitenziari. Tale preclusione riguarda solo le misure ordinarie e non può estendersi a quelle con natura prettamente sanitaria e riabilitativa. I giudici hanno annullato l'ordinanza, rinviando gli atti per una nuova valutazione.
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Inammissibilità del ricorso: no a deduzioni a verbale
Un soggetto sottoposto ad affidamento in prova terapeutico contestava la modifica delle prescrizioni imposte dal Magistrato di sorveglianza. La difesa formulava le proprie rimostranze unicamente all'interno del verbale d'udienza tenutosi dinanzi al Tribunale di sorveglianza. Il giudice specializzato qualificava tali deduzioni come impugnazione e trasmetteva gli atti alla Suprema Corte. I giudici di legittimità hanno rilevato il mancato rispetto delle forme previste dalla legge per il deposito e la spedizione dell'atto. La Suprema Corte ha dunque pronunciato la dichiarazione di inammissibilità del ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso Inammissibile: L’Errore Formale che Blocca la Giustizia
Un individuo ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza l'affidamento in prova terapeutico o la detenzione domiciliare, ma la richiesta è stata respinta a causa di precedenti fallimenti in percorsi alternativi. L'individuo ha presentato personalmente un ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questo è avvenuto perché la legge prevede che, dopo il 3 agosto 2017, un ricorso per cassazione debba essere firmato da un avvocato abilitato, non dalla persona stessa. La decisione ha comportato la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende, a causa del ricorso inammissibile.
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Ricorso Personale Inammissibile: la Cassazione e la Nuova Legge
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso personale presentato da un Condannato. Egli aveva impugnato un'ordinanza che negava l'affidamento in prova terapeutico. La legge 103/2017, entrata in vigore prima del ricorso, stabilisce che i ricorsi in Cassazione devono essere firmati da un avvocato abilitato, a pena di inammissibilità. Poiché il Condannato ha presentato il ricorso personalmente, senza la firma di un difensore, la Corte lo ha ritenuto non valido. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Difesa tecnica nel procedimento di sorveglianza: il mandato non si estende alla revoca
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato l'affidamento in prova terapeutico a un Condannato. Quest'ultimo ha presentato ricorso, sostenendo che il suo avvocato di fiducia non aveva ricevuto la notifica dell'udienza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che il mandato di difesa conferito per la concessione di una misura alternativa non si estende automaticamente alla fase di revoca. Per garantire una corretta *difesa tecnica nel procedimento di sorveglianza*, è necessaria una nuova nomina. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova terapeutico: stop col cumulo oltre 4 anni
Un detenuto con una pena residua superiore a quattro anni ha chiesto l'accesso all'affidamento in prova terapeutico per seguire un programma di disintossicazione. La condanna complessiva derivava da un cumulo di pene che comprendeva sia reati comuni sia reati ostativi. Il condannato sosteneva di aver già scontato la parte di pena relativa ai reati più gravi e chiedeva di sciogliere il cumulo per rientrare nel limite dei sei anni previsto per i tossicodipendenti. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la condanna complessiva include reati ostativi, il limite massimo di pena residua per accedere alla misura resta tassativamente fissato a quattro anni, senza possibilità di scindere virtualmente le singole condanne già espiate. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova terapeutico: stop al diniego su fatti falsi
Un condannato a pena detentiva ha richiesto l'affidamento in prova terapeutico ai sensi dell'art. 94 del Testo Unico Stupefacenti per proseguire il proprio percorso riabilitativo. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza sostenendo che l'interessato avesse già fallito analoghe misure in passato. Tuttavia, il certificato del Casellario Giudiziale allegato dalla difesa ha smentito radicalmente questa ricostruzione, dimostrando l'assenza di precedenti percorsi terapeutici falliti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso difensivo, ravvisando un insanabile vizio logico nella decisione dei giudici di merito. Gli atti sono stati annullati e rinviati al Tribunale per un nuovo esame fondato su dati oggettivi.
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Revoca Affidamento Terapeutico: Ricorso Inammissibile in Cassazione
Il Tribunale di Sorveglianza di Palermo aveva revocato l'affidamento in prova terapeutico a un soggetto, ritenendo che non avesse rispettato le regole del percorso di recupero. Aveva anche stabilito che il periodo trascorso in prova non contasse come pena espiata (revoca ex tunc). Il difensore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la violazione di legge e la mancanza di motivazione sulla non computabilità del periodo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché basato su motivi non consentiti dalla legge in sede di legittimità.
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Telefono vietato: scatta la revoca dell’affidamento in prova
Un uomo ammesso all'affidamento in prova terapeutico presso una struttura di recupero è stato trovato in possesso di un cellulare nascosto. La direzione della struttura ha segnalato la violazione delle regole interne e ha richiesto l'allontanamento dell'affidato. Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova con effetto non retroattivo. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'uso del telefono era giustificato da gravi motivi familiari e che il suo percorso complessivo era stato fino ad allora positivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'infrazione di una regola fondamentale e la conseguente indisponibilità della struttura rendono impossibile proseguire il programma rieducativo, rendendo legittima la decisione del giudice di merito.
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Affidamento in prova terapeutico: la recidiva blocca la misura
Il Condannato ha richiesto la concessione della misura alternativa dell'affidamento in prova terapeutico ai sensi dell'art. 94 del D.P.R. n. 309/1990 per scontare la pena detentiva residua. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato l'istanza a causa dei numerosi precedenti penali, del fallimento di precedenti percorsi di recupero in comunità e di una sanzione disciplinare subita in carcere. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione del programma terapeutico e del processo rieducativo avviato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la decisione di merito: la recidiva e le violazioni delle regole carcerarie dimostrano l'inidoneità dell'affidamento in prova terapeutico a garantire il reale recupero della persona.
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Termine a comparire violato: la nullità si sana in udienza
Il Tribunale di sorveglianza revocava la misura dell'affidamento in prova terapeutico a carico della condannata a causa della sottoposizione a una nuova misura cautelare. La difesa ricorreva per Cassazione sostenendo la nullità assoluta dell'udienza camerale per mancato rispetto del termine a comparire di dieci giorni liberi, notificato tardivamente sia alla donna che al difensore di fiducia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'inosservanza del termine a comparire configura una nullità a regime intermedio e non assoluta. Di conseguenza, la presenza del difensore d'ufficio nominato sul momento, il quale non ha eccepito tempestivamente il vizio in udienza, ha comportato la definitiva sanatoria dell'irregolarità notificatoria, rendendo pienamente valida l'ordinanza di revoca emessa.
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Detenzione domiciliare negata: madre malata ma rischio recidiva
Un detenuto condannato per rapina aggravata, lesioni ed evasione ha richiesto la detenzione domiciliare per assistere l'anziana madre gravemente malata. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta a causa dei precedenti fallimenti delle misure alternative, della recidiva nella tossicodipendenza e delle violenze commesse proprio in famiglia. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la concessione del beneficio richiede una concreta valutazione della personalità e del percorso rieducativo del condannato. Le sole esigenze di assistenza familiare non bastano se persiste una pericolosità sociale incompatibile con la misura extra-muraria.
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Reati gravi e carcere evitato con l’affidamento terapeutico
Un condannato per gravi delitti, tra cui rapina ed estorsione, ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza l'affidamento terapeutico ex art. 94 D.P.R. 309/90 per curare la dipendenza da sostanze stupefacenti. Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza lamentando la gravità dei precedenti, recenti controlli positivi e la presunta strumentalità del percorso di cura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha confermato la misura alternativa. I giudici hanno rilevato che i reati scaturivano dallo stato di tossicodipendenza e che il programma concordato con il SERD, unito a un'attività lavorativa a tempo indeterminato e a rigorose prescrizioni limitative, garantisce il recupero sociale e previene la recidiva, rendendo non necessario il carcere.
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Sorveglianza speciale di pubblica sicurezza tra reati e libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno. L'interessato contestava la valutazione della propria pericolosità sociale, basata su due procedimenti penali ancora pendenti per fatti di lieve entità e in pendenza di un affidamento in prova per ragioni terapeutiche. I giudici supremi hanno ribadito che il giudizio di pericolosità può fondarsi legittimamente anche su procedimenti in corso durante una valutazione globale della condotta. Inoltre, la misura di prevenzione risulta pienamente compatibile con le misure alternative alla detenzione. Il ricorrente deve versare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova terapeutico negato dopo ricaduta nello spaccio
Un condannato per reati di droga richiedeva l'accesso all'affidamento in prova terapeutico mediante un programma ambulatoriale del servizio per le dipendenze. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la persistente inaffidabilità dell'uomo. Durante un precedente beneficio analogo, le forze dell'ordine lo avevano sorpreso con sostanze stupefacenti e materiale per il confezionamento delle dosi, evento che aveva portato alla revoca della misura. A suo carico risultavano inoltre ulteriori procedimenti penali per reati violenti. Nonostante i progressi evidenziati in carcere e la proposta di un domicilio e di un lavoro, i giudici hanno reputato il percorso ambulatoriale non idoneo a scongiurare nuove ricadute criminose. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la recente violazione del patto fiduciario giustifica la prosecuzione dell'osservazione carceraria prima di concedere misure esterne.
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Affidamento in prova terapeutico negato per armi e recidiva
Un condannato ha richiesto l'accesso alla misura alternativa dell'affidamento in prova terapeutico per seguire un percorso riabilitativo in una comunità esterna. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda. Il giudice ha evidenziato la grave pericolosità sociale del detenuto e il fallimento di un precedente beneficio, interrotto dall'arresto per detenzione di armi da guerra e stupefacenti. La difesa ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo che l'idoneità del programma certificata dai servizi sanitari imponesse la scarcerazione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. I giudici hanno chiarito che l'idoneità del piano terapeutico non vincola la decisione finale, spettando al magistrato valutare autonomamente il rischio di recidiva e la reale volontà di recupero.
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Affidamento terapeutico: i fallimenti passati non bloccano la cura
Un condannato con problemi di dipendenza richiede la concessione della misura alternativa dell'affidamento terapeutico al fine di scontare la pena residua seguendo un programma riabilitativo presso il servizio pubblico. Il Tribunale di Sorveglianza rigetta la domanda basandosi esclusivamente sui fallimenti di precedenti percorsi e su una revoca risalente a diversi anni prima, omettendo inoltre di valutare le richieste subordinate di detenzione domiciliare e semilibertà. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e annulla l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità stabiliscono che il magistrato non può limitarsi al passato, ma deve compiere una valutazione attuale sulla personalità del condannato, sull'idoneità del trattamento a favorire il reinserimento sociale e motivare espressamente su tutte le istanze presentate.
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Carcere e affidamento in prova terapeutico: il no della Corte
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta presentata da un detenuto per accedere all'affidamento in prova terapeutico. Il rigetto è scaturito dall'applicazione del principio di gradualità del trattamento penitenziario. I giudici hanno valorizzato il recente ingresso del condannato in carcere, la commissione di reati recenti e la mancata previa fruizione di permessi premio o lavoro all'esterno. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente tale orientamento, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il detenuto al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova terapeutico: stop al ricorso del PG
Un condannato ha richiesto l'accesso alla misura alternativa dell'affidamento in prova terapeutico per seguire un percorso di recupero. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza ha inizialmente dichiarato inammissibile l'istanza. Contro questo rifiuto, la Procura Generale ha proposto ricorso per Cassazione. Nel frattempo, il condannato ha depositato nuova documentazione probatoria, spingendo il medesimo Tribunale di Sorveglianza a revocare il provvedimento di rigetto e a riaprire la valutazione del caso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura per sopravvenuta carenza di interesse. L'annullamento della prima decisione ha reso inutile l'intervento della Suprema Corte, lasciando spazio alla rivalutazione dell'istanza in sede locale.
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