Una donna, accusata di partecipazione associativa a un'organizzazione dedita al traffico di stupefacenti per aver fornito schede telefoniche intestate a terzi, ha presentato ricorso contro la misura di custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per integrare il reato di partecipazione associativa è sufficiente un contributo anche minimo, ma consapevole e volontario, al mantenimento e agli scopi del sodalizio. La Corte ha inoltre confermato la persistenza delle esigenze cautelari, nonostante la donna avesse cambiato lavoro, ritenendo ancora attuale il rischio di reiterazione del reato.
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