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Affectio Societatis — Anno 2023

159 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Affectio Societatis

Provvedimenti

Interdizione dai pubblici uffici: condanna automatica oltre i 5 anni
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che, pur avendo condannato Il Partecipante a una pena superiore a cinque anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di droga, aveva omesso di applicare la sanzione dell'interdizione dai pubblici uffici. Il Partecipante ha proposto ricorso contestando la sussistenza del vincolo associativo e l'attendibilità dei collaboratori di giustizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale, confermando che l'interdizione dai pubblici uffici è un effetto automatico e obbligatorio della legge per condanne superiori a cinque anni. Ha invece rigettato il ricorso del Partecipante, ritenendo la motivazione d'appello solida e coerente riguardo alla sua colpevolezza e al ruolo di custode della droga.
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Custodia cautelare in carcere: il silenzio non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato di associazione mafiosa. Inizialmente, il GIP aveva respinto la richiesta del Pubblico Ministero valorizzando il "tempo silente", ossia il periodo trascorso senza nuove condotte criminose. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno chiarito che, per il reato di associazione di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità. Il mero decorso del tempo e l'assenza di nuovi episodi delittuosi non bastano a superare questa presunzione, specialmente se emerge una stabile vicinanza al clan e la disponibilità di armi. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane la misura idonea.
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Traffico di stupefacenti: basta un mese per l’associazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente sosteneva che la sua attività di fornitore di marijuana, limitata a soli due mesi e a quattro episodi, non dimostrasse la sua reale appartenenza al gruppo criminale per mancanza di affectio societatis. I giudici hanno invece chiarito che anche un breve periodo di collaborazione configura il reato associativo se esiste un sistema di fornitura collaudato e stabile, caratterizzato da transazioni di ingenti quantitativi di droga. Di conseguenza, la misura cautelare della custodia in carcere è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: da vittima a complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore del settore del gioco d'azzardo, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari. L'indagato era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver stretto un accordo con un clan della 'ndrangheta. L'imprenditore installava slot machine alterate e non collegate alla rete nazionale, versando parte dei guadagni illeciti alla cosca in cambio del monopolio commerciale sul territorio e di protezione. La difesa sosteneva che i versamenti fossero frutto di estorsione subita. I giudici hanno invece confermato che il patto di reciproco vantaggio (monopolio per l'imprenditore e finanziamento per il clan) configura pienamente il reato, escludendo lo stato di soggezione coatta. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Fisco e clan: concorso esterno in associazione mafiosa
Un commercialista è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver messo sistematicamente le proprie competenze professionali a disposizione di esponenti della criminalità organizzata. Il professionista suggeriva intestazioni fittizie di beni, strategie di evasione fiscale e facilitava l'acquisizione di attività commerciali per favorire il clan. La difesa sosteneva l'assenza di un contributo concreto, evidenziando che alcune condotte non si erano realizzate o avevano portato ad assoluzioni specifiche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna a 10 anni e 8 mesi di reclusione. La Corte ha stabilito che la sistematica messa a disposizione delle competenze professionali per eludere la legge configura il reato, poiché consolida e rafforza l'associazione criminale, a prescindere dall'effettiva realizzazione dei singoli reati di scopo.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: pene ridotte
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un gruppo criminale dedito al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli imputati prelevavano migranti somali dai centri di accoglienza, li trattenevano in condizioni precarie ed estorcevano denaro per il loro trasferimento. Tra i ricorrenti, i conducenti sostenevano di aver agito come semplici tassisti abusivi senza consapevolezza associativa. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale per associazione a delinquere e favoreggiamento, ma ha accolto parzialmente i ricorsi escludendo le aggravanti relative all'uso di documenti falsi e trasporti internazionali. Tale decisione recepisce la sentenza n. 63/2022 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittime tali aggravanti. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente a queste aggravanti, estendendo l'effetto favorevole a tutti i coimputati e rinviando alla Corte d'appello per la rideterminazione della pena.
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Associazione di stampo mafioso: tra indizi passati e carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, detenzione abusiva di armi e rapina aggravata. La difesa contestava la gravità degli indizi, evidenziando l'assenza di dichiarazioni specifiche da parte dei collaboratori di giustizia e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari, dato che gli elementi raccolti risalivano ad anni precedenti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che lo stabile inserimento nel clan è dimostrato da precisi indicatori logici, come il ruolo di sentinella e custode delle armi. Inoltre, l'assenza di elementi di recesso e la perdurante operatività del gruppo criminale giustificano il mantenimento della custodia cautelare, operando la presunzione di pericolosità prevista dalla legge per questo tipo di reati.
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Reato continuato: la Cassazione corregge la pena per ricettazione
Quattro imputati sono stati condannati in appello per spaccio, estorsione e ricettazione. Tre di loro hanno impugnato la condanna contestando l'appartenenza all'associazione criminale, ma la Cassazione ha ritenuto i loro ricorsi inammissibili, confermando lo stabile inserimento nel gruppo. Il quarto imputato, invece, ha contestato il calcolo della pena per reato continuato. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il suo ricorso: i giudici di merito hanno erroneamente individuato come reato più grave la partecipazione all'associazione (punita fino a cinque anni) anziché la ricettazione (punita fino a otto anni). La sentenza è stata quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio per questo imputato, con rinvio alla Corte d'appello per la rideterminazione della pena.
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Traffico di stupefacenti: quattro condanne e una pena da rifare
Cinque imputati sono stati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il gruppo gestiva lo spaccio in un bar di famiglia e utilizzava un telefono comune per i turni. Quattro imputati hanno impugnato la condanna contestando i propri ruoli e la gravità dell'associazione, ma la Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando le condanne. Solo il ricorso del quinto imputato, Il Collaboratore Minore, è stato parzialmente accolto: la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, ordinando un nuovo giudizio d'appello per valutare la minima partecipazione al reato e la continuazione con un precedente reato di spaccio.
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Traffico di stupefacenti: fornitore occasionale resta in carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato si difendeva sostenendo di aver svolto solo un ruolo occasionale di fornitore esterno per circa un mese e mezzo, configurando un semplice rapporto di scambio commerciale e non una reale partecipazione al gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che anche una fornitura temporanea ma costante di droga, finalizzata ad alimentare l'attività del gruppo, dimostra la volontà di far parte del sodalizio criminoso. Di conseguenza, la presunzione di pericolosità giustifica la massima misura cautelare in carcere.
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Supersocietà di fatto: l’accordo nascosto che porta al fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una supersocietà di fatto costituita tra una società a responsabilità limitata, un'impresa individuale e un socio persona fisica. I ricorrenti contestavano la legittimazione del Pubblico Ministero a chiedere il fallimento e negavano l'esistenza della società occulta, sostenendo l'esistenza di una holding di fatto. La Suprema Corte ha chiarito che il Pubblico Ministero può richiedere il fallimento ogni volta che apprende l'insolvenza nell'esercizio delle sue funzioni. Inoltre, ha confermato che l'esistenza di una supersocietà di fatto può essere dimostrata attraverso comportamenti concreti, come la gestione unitaria, la coincidenza di uffici e dipendenti e la ripartizione degli utili. Poiché tali elementi di fatto erano stati accertati nei gradi precedenti, la Cassazione ha rigettato il ricorso, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche per aiuti minimi
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e la saltuarietà dei contatti con il gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare la partecipazione all'associazione non occorre un patto formale né una lunga osservazione delle condotte. È sufficiente un contributo causale anche minimo e limitato nel tempo, purché consapevole e idoneo a rafforzare il sodalizio dedito al traffico di stupefacenti. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Spacciatore o affiliato? Custodia cautelare in carcere confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata allo spaccio di droga. La difesa sosteneva che l'indagato fosse solo un semplice spacciatore occasionale e che il tempo trascorso dai fatti avesse annullato le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che per i reati associativi legati al traffico di stupefacenti opera una doppia presunzione di pericolosità e di adeguatezza della misura carceraria. Tale presunzione può essere superata solo dimostrando l'effettiva e totale rescissione dei legami con il gruppo criminale, elemento non provato nel caso di specie. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: da spaccio a reato associativo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di diversi soggetti accusati di far parte di un'organizzazione dedita allo spaccio di droga tra la Germania e l'Italia. Il nucleo della decisione riguarda la configurabilità del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno chiarito che per la sussistenza dell'associazione non occorre una struttura complessa, ma basta un minimo di organizzazione stabile e la consapevolezza dei membri di farne parte. È stata inoltre confermata l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i legami con un noto clan locale. La Corte ha rigettato il ricorso principale e dichiarato inammissibili gli altri, confermando in via definitiva le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Contestazioni a catena: il carcere non cancella il legame mafioso
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato che chiedeva la retrodatazione dei termini di custodia cautelare per il reato di associazione mafiosa. L'indagato, già detenuto per porto d'armi, sosteneva che si trattasse di contestazioni a catena e che la Procura possedesse già le prove. La Suprema Corte ha chiarito che la retrodatazione non si applica se il reato associativo è contestato in forma aperta, cioè con condotta permanente che prosegue anche dopo il primo arresto. La detenzione non interrompe automaticamente il legame con il clan, specialmente in assenza di segni di dissociazione e in presenza di un ruolo di rilievo all'interno del sodalizio criminale. Di conseguenza, l'indagato resta in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Associazione di stampo mafioso: l’arresto non spezza il vincolo
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato, accusato di far parte di un'associazione di stampo mafioso. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni, l'identificazione vocale dell'indagato e chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare a causa di una precedente carcerazione per estorsione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la carcerazione non interrompe automaticamente la partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, permanendo il vincolo associativo (affectio societatis) in assenza di elementi concreti di dissociazione. Inoltre, le intercettazioni tardive rispetto al decreto autorizzativo sono pienamente utilizzabili e l'identificazione vocale da parte della polizia giudiziaria non richiede perizia fonica. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione blinda le condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l'aggravante delle armi e dell'agevolazione mafiosa. I ricorrenti contestavano l'esistenza del vincolo associativo e i rispettivi ruoli, sostenendo che si trattasse di semplici episodi di concorso occasionale. La Suprema Corte ha invece confermato la solidità dell'impianto accusatorio, evidenziando che l'associazione non richiede la conoscenza reciproca tra tutti i membri, né la prova di ogni singolo spaccio. È sufficiente dimostrare l'accordo, la struttura organizzativa e la continuità dei rapporti, supportati da intercettazioni e servizi di osservazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: basta fare da messaggero
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per il figlio di un noto esponente criminale, accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. L'indagato fungeva da intermediario e messaggero per il padre, impossibilitato a muoversi da Roma a causa di misure di sicurezza. La difesa sosteneva l'assenza di una formale affiliazione e la natura neutra dei contatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che per configurare il reato non serve un'affiliazione rituale. È sufficiente svolgere con continuità il ruolo di collegamento e trasmissione di ordini tra il capo ristretto e gli associati liberi sul territorio, integrando pienamente la condotta associativa.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato contestava la mancanza di prove sul suo ruolo specifico nel gruppo criminale a conduzione familiare operante in Calabria. I giudici hanno invece confermato la solidità del quadro indiziario, basato su videoriprese di cessioni di droga, intercettazioni con linguaggio criptico e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che per la configurabilità del reato associativo basta una struttura minima e un accordo anche informale tra almeno tre persone. Inoltre, opera la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata dalla difesa. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Arresti annullati: quando mancano i gravi indizi di colpevolezza
Il caso riguarda un imprenditore, socio di un'azienda di trasporti, sottoposto agli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e truffa, con l'aggravante di aver agevolato un clan mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato gravi carenze logiche nella motivazione del Tribunale. In particolare, mancano i gravi indizi di colpevolezza circa l'effettiva partecipazione dell'imprenditore al sodalizio criminale. I suoi rapporti commerciali erano limitati a un solo ramo della famiglia coinvolta, senza prove di un reale collegamento con i vertici del clan o di una consapevolezza del disegno criminoso complessivo. Il Tribunale dovrà ora rivalutare interamente la posizione dell'indagato.
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