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Affectio Societatis — Anno 2023

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159 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Affectio Societatis

Provvedimenti

Associazione finalizzata al narcotraffico: basta il credito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un distributore locale di droga, confermando la sua condanna per partecipazione a un'associazione finalizzata al narcotraffico. L'imputato sosteneva che i suoi rapporti con i fornitori principali fossero semplici compravendite isolate. I giudici hanno invece chiarito che per configurare il reato associativo non serve una struttura complessa, ma basta un accordo stabile e continuativo. Nel caso specifico, la stabilità del vincolo è stata dimostrata da elementi concreti: la fornitura di droga a credito, il pagamento posticipato dopo la rivendita, la preparazione delle dosi e la consapevolezza di operare all'interno di una rete organizzata. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: tra legami di sangue e carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti e detenzione illegale di armi. La difesa contestava la gravità indiziaria, sostenendo la natura lecita della canapa trattata e l'assenza di prove sulla partecipazione stabile alla cosca. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo logica e coerente la ricostruzione del Tribunale del Riesame. La partecipazione armata a un summit mafioso per difendere il territorio, la consapevolezza di gestire sostanze stupefacenti illegali con elevato THC e il costante supporto logistico fornito ai vertici del sodalizio dimostrano un inserimento stabile e consapevole nella struttura criminale. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il primo ricorrente contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante della collaborazione, negata poiché le sue dichiarazioni non avevano concretamente interrotto l'attività del gruppo, riportando fatti già noti. Il secondo ricorrente negava l'esistenza del vincolo associativo e chiedeva la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha respinto entrambi i ricorsi: l'attività del gruppo, che fruttava circa 12.000 euro al mese con canali di approvvigionamento stabili, esclude la lieve entità. Entrambi i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: quando l’acquisto diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Le indagini, basate su intercettazioni e videoriprese, hanno svelato un sodalizio criminale dedito allo spaccio. Il Ricorrente sosteneva di essere un semplice acquirente esterno. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che i suoi acquisti costanti e a credito dal capo del gruppo dimostravano un rapporto stabile e duraturo. Questo legame supera la semplice compravendita e configura una vera e propria partecipazione all'organizzazione. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva e la mancanza di elementi che dimostrino una rottura dei legami con il clan.
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Traffico di stupefacenti: quando la complicità supera la presenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi soggetti condannati per il reato di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere. Tra i casi esaminati, spicca la posizione di una donna che chiedeva l'assoluzione invocando la connivenza non punibile. La Suprema Corte ha chiarito che il suo non è stato un comportamento passivo, avendo attivamente procacciato clienti e organizzato le consegne di marijuana. Inoltre, i giudici hanno escluso la qualificazione dell'associazione come di lieve entità, data la struttura capillare del gruppo e l'ingente quantità di droga movimentata. La decisione conferma le condanne e impone il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Solo fornitore o complice? Carcere per traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente, ritenuto il fornitore stabile di cocaina per un gruppo criminale, contestava la sussistenza del vincolo associativo e l'adeguatezza della misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che per configurare la partecipazione al sodalizio non occorre un accordo formale, essendo sufficiente la costante disponibilità a rifornire l'organizzazione con modalità collaudate. Inoltre, la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata nel caso di specie anche a causa della precedente latitanza dell'indagato. Il ricorso è stato rigettato.
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Dai domiciliari al carcere: svolta sul traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro l'ordinanza che aveva concesso gli arresti domiciliari a un indagato, escludendo l'ipotesi di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto che i rapporti tra i soggetti fossero solo bilaterali e privi di una struttura organizzata comune. La Cassazione ha invece chiarito che per configurare il reato associativo basta un'organizzazione rudimentale e un patto di collaborazione reciproca (affectio societatis), anche facilitato da vincoli familiari. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame che potrebbe ripristinare la custodia in carcere per l'indagato.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale del riesame aveva annullato la custodia in carcere per un indagato, escludendo il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Secondo i giudici territoriali, i rapporti basati su vincoli familiari e la gestione separata di cocaina ed eroina configuravano solo un concorso continuato nello spaccio, data l'assenza di una cassa comune o di mezzi condivisi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica. I giudici di legittimità hanno chiarito che i rapporti di parentela non escludono l'associazione, ma possono renderla più pericolosa. Inoltre, per la configurabilità del reato è sufficiente una comunanza di scopo nel distribuire la droga, senza necessità di una struttura complessa. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Traffico di stupefacenti: la rete familiare è associazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza che concedeva gli arresti domiciliari a un'indagata, escludendo il reato associativo legato al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame riteneva che vi fossero solo rapporti di spaccio bilaterali e non una vera organizzazione criminale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore. I giudici hanno chiarito che per configurare l'associazione basta una struttura rudimentale, anche a base familiare. La ripetuta commissione di singoli episodi di spaccio in concorso dimostra l'esistenza del vincolo associativo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione che potrebbe ripristinare la custodia in carcere.
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Associazione per delinquere: ricambi rubati e finte ditte
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un indagato accusato di far parte di un'organizzazione dedita al riciclaggio di pezzi di ricambio di auto rubate. La difesa sosteneva l'assenza di un'unica struttura organizzata, parlando di sottogruppi autonomi privi di un legame stabile. I giudici hanno invece stabilito che l'esistenza di un'associazione per delinquere può essere provata direttamente dalla commissione sistematica dei singoli reati di riciclaggio. Nel caso specifico, ben 48 episodi illeciti compiuti con le stesse modalità operative e l'uso di fatture false tramite società di comodo dimostrano l'esistenza di un sodalizio criminale unitario e coordinato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Associazione di tipo mafioso: condannato anche senza stipendio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per partecipazione a un'associazione di tipo mafioso, ribaltando l'iniziale assoluzione di primo grado. Sebbene l'imputato non fosse formalmente affiliato e non ricevesse uno stipendio fisso dal clan, la sua costante messa a disposizione (come autista del reggente e intermediario per attività illecite) ha dimostrato la sua piena integrazione nel gruppo criminale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando che per la configurazione del reato basta il contributo concreto e volontario ai fini del sodalizio, senza necessità di un ruolo formale. È stata inoltre ritenuta corretta la procedura di rinnovazione dell'istruttoria in appello, rispettando i principi sul ribaltamento delle sentenze assolutorie.
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Traffico di stupefacenti: amore e affari criminali in famiglia
Il Tribunale del riesame aveva escluso il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti per una donna, compagna del presunto capo di una rete di spaccio, riqualificando la sua condotta in semplice concorso in spaccio e concedendole i domiciliari. Secondo i giudici territoriali, mancavano una cassa comune e mezzi condivisi. La Procura ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la decisione con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che i legami familiari non escludono il vincolo associativo, ma possono renderlo più pericoloso. Inoltre, per configurare il reato è sufficiente una stabile comunanza di scopo nel commercio di droga, senza che occorra un'organizzazione complessa o una cassa comune. Ora il Tribunale dovrà rivalutare la posizione della donna.
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Traffico di stupefacenti: quando lo spaccio diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Sicilia. Gli imputati gestivano una vera e propria rete commerciale con divisione dei ruoli, cassa comune e disponibilità di armi. I ricorrenti contestavano la loro partecipazione stabile al gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il continuo approvvigionamento di droga dimostra l'adesione al programma criminoso, superando il semplice rapporto di compravendita. Inoltre, la rilevante capacità di rifornimento del gruppo esclude l'ipotesi della lieve entità, rendendo irrilevante la brevità del periodo di osservazione delle forze dell'ordine. Di conseguenza, i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: da accordo occasionale a banda stabile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di aver promosso e organizzato un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti tra la Spagna e l'Italia. I ricorrenti contestavano l'esistenza del sodalizio criminale, sostenendo si trattasse solo di singoli episodi isolati di importazione di droga. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che l'esistenza del vincolo associativo permanente può essere dimostrata attraverso comportamenti concreti (facta concludentia), come l'uso di telefoni criptati, la disponibilità di ingenti capitali e la divisione dei compiti. Anche la breve durata delle indagini non esclude il reato se emerge un sistema collaudato. Di conseguenza, le condanne sono definitive e i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali.
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Associazione di stampo mafioso: capi in cella, ordini fuori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione di stampo mafioso, legati a un clan operante nel brindisino. I capi del sodalizio, pur se detenuti, riuscivano a impartire ordini all'esterno tramite telefoni cellulari contrabbandati in carcere. Tra le condotte contestate figurano anche il traffico di stupefacenti, la detenzione di armi e un tentativo di evasione agevolato da un congiunto. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice di legittimità non può rivalutare le prove di fatto se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Di conseguenza, le condanne inflitte nei precedenti gradi di giudizio sono state interamente confermate, con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Associazione di tipo mafioso: condannato l’imprenditore del boss
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imprenditore edile per il reato di associazione di tipo mafioso. L'uomo, soprannominato la Volpe, fungeva da volto pulito del clan, reinvestendo capitali illeciti in attivita immobiliari lecite tra l'Italia e la Spagna. Inoltre, gestiva le comunicazioni del capo clan latitante e offriva consulenza legale e mediazione agli affiliati. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici rapporti di amicizia o, al massimo, di un concorso esterno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sistematica messa a disposizione delle proprie competenze professionali per gli interessi del sodalizio configura una partecipazione stabile e organica all'associazione, giustificando anche la confisca dei beni per sproporzione rispetto ai redditi dichiarati.
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Liberazione anticipata negata al boss: la buona condotta non basta
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto condannato per associazione mafiosa, evidenziando il suo ruolo di vertice e la mancanza di segnali di dissociazione. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la datazione della fine della sua condotta criminosa. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: pur correggendo un errore tecnico del Tribunale sulla formula temporale del reato permanente, ha confermato il diniego del beneficio. La liberazione anticipata richiede infatti una partecipazione attiva e concreta al percorso di rieducazione, che non può esaurirsi nella semplice buona condotta in carcere, specie in presenza di indici di persistente pericolosità sociale e di una recente misura di prevenzione.
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Liberazione anticipata: no al diniego automatico per i mafiosi
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la liberazione anticipata a un detenuto condannato per associazione mafiosa, basandosi sulla relazione della Direzione Distrettuale Antimafia che evidenziava il suo ruolo passato nel clan e la mancanza di collaborazione con la giustizia. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la mancata collaborazione non può essere l'unico motivo per negare la liberazione anticipata. In caso di detenzione prolungata e ininterrotta, per negare il beneficio occorre dimostrare che il detenuto abbia fornito un contributo concreto e attuale alla vita del clan dall'interno del carcere. La Cassazione ha quindi rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame.
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Associazione di stampo mafioso: la Cassazione smaschera il clan
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di numerosi imputati condannati per la loro partecipazione a un sodalizio criminale legato alla Sacra Corona Unita, dedito al narcotraffico e alle estorsioni nel leccese. I giudici hanno confermato la sussistenza del reato di associazione di stampo mafioso, rigettando le tesi difensive sulla mancanza di una struttura organizzata e sull'applicazione del principio del ne bis in idem per precedenti condanne. La Corte ha chiarito la distinzione tra imprenditore vittima e colluso, confermando la responsabilità di chi scende a patti con il clan per ottenere vantaggi commerciali. Infine, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per un imputato deceduto, ha disposto l'annullamento con rinvio per rideterminare la pena di due imputati in relazione alla continuazione e alla recidiva, e ha dichiarato inammissibili o rigettato i ricorsi dei restanti membri del sodalizio.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: il ruolo che condanna
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che i suoi rapporti con i vertici del gruppo fossero limitati a singole compravendite di droga e non a una stabile collaborazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non puo rivalutare le prove, ma solo verificare la logicita della motivazione. Nel caso specifico, le intercettazioni telefoniche e i servizi di osservazione della polizia dimostravano un ruolo attivo del ricorrente nel confezionamento e nella consegna della droga, confermando la sua stabile partecipazione al sodalizio criminale.
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