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Affectio Societatis — Anno 2022

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97 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Affectio Societatis

Provvedimenti

Affari di famiglia: associazione di stampo mafioso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione di stampo mafioso. L'uomo sosteneva che i suoi rapporti con i vertici del clan fossero dovuti solo a legami di parentela e che l'acquisto di una società di trasporti fosse un affare personale. Tuttavia, le intercettazioni hanno dimostrato che l'operazione economica era gestita nell'interesse del sodalizio criminale e che l'indagato custodiva armi per conto del gruppo. La Suprema Corte ha chiarito che per la partecipazione al clan non serve un'affiliazione formale, ma basta mettersi stabilmente a disposizione per gli scopi del gruppo. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Vittima di estorsione e concorso esterno in associazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa inflitta a un imprenditore, precedentemente considerato vittima di estorsione. I giudici d'appello avevano ribaltato l'assoluzione di primo grado basandosi erroneamente sulla sentenza definitiva di un coimputato come prova vincolante, violando l'obbligo di motivazione rafforzata. Di conseguenza, esclusa l'aggravante mafiosa, i reati di detenzione armi sono stati dichiarati prescritti. È stata invece disposta la trasmissione degli atti per un nuovo giudizio d'appello limitatamente all'accusa di partecipazione al traffico di stupefacenti, a causa di gravi carenze nella valutazione dell'attendibilità dei collaboratori di giustizia.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il trojan decide
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di una cosca mafiosa, di furto e coltivazione di droga, e di estorsione aggravata. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di prove sul suo ruolo e contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche ottenute tramite trojan. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la custodia cautelare per associazione mafiosa è pienamente legittima se le intercettazioni dimostrano un legame stabile e l'inserimento organico del soggetto nelle dinamiche del clan. L'interpretazione delle conversazioni spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione, confermando così la carcerazione dell'indagato.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no a sconti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per i reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. La difesa sosteneva che la partecipazione al gruppo criminale fosse troppo breve, circa due mesi, e che l'indagato si fosse trasferito in Germania per lavoro, facendo venir meno le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha chiarito che la brevità del periodo di osservazione non esclude la partecipazione se esiste un sistema criminale collaudato a cui l'indagato ha fornito un contributo concreto, come la gestione della contabilità, i contatti con i pusher e le consegne di droga. Inoltre, il trasferimento all'estero non è stato ritenuto sufficiente a escludere il pericolo di reiterazione. L'indagato perde il ricorso e resta in custodia.
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Cittadini italiani: no alla misura di sicurezza dell’espulsione
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte di appello di Brescia limitatamente all'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione nei confronti di tre imputati. I giudici di secondo grado avevano ordinato l'allontanamento dei tre soggetti dal territorio dello Stato a pena espiata, ritenendoli erroneamente cittadini stranieri. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei loro difensori, rilevando che i tre ricorrenti sono in possesso della cittadinanza italiana. Di conseguenza, l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione è stata dichiarata illegale ed eliminata dalla sentenza. I ricorsi degli altri coimputati, condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio, sono stati invece rigettati o dichiarati inammissibili, confermando le rispettive condanne e le sanzioni pecuniarie.
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Associazione per delinquere: condannata la banda di rapinatori
Quattro imputati hanno impugnato la condanna per il reato di associazione per delinquere e rapina, sostenendo che si trattasse di un semplice concorso di persone in singoli episodi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'associazione per delinquere si distingue dal semplice concorso per la presenza di un accordo stabile e continuativo, mirato a un programma criminoso indeterminato, supportato da una struttura organizzata, anche minima. Nel caso specifico, la serialità delle rapine a banche e furgoni portavalori, la precisa divisione dei ruoli tra organizzatori ed esecutori e la stabilità del legame fiduciario dimostrano l'esistenza del sodalizio criminale. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione per delinquere: condanna anche per un solo mese
Il Ricorrente è stato condannato per aver promosso un'associazione per delinquere finalizzata al furto, alla ricettazione e al riciclaggio di autovetture. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'insussistenza del reato associativo, data la brevità del sodalizio criminoso durato solo un mese, e contestando la qualificazione di riciclaggio in luogo del furto da lui confessato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'associazione per delinquere si configura anche per un tempo limitato, purché vi sia un programma criminoso indeterminato e un'organizzazione di mezzi. Inoltre, il possesso ingiustificato di veicoli rubati fa scattare il riciclaggio in assenza di prove immediate sulla partecipazione al furto originario.
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Proroga del regime di 41-bis: no al ricorso del mafioso non capo
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per Il Detenuto, condannato in via definitiva per associazione mafiosa ed estorsione. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la decisione fosse priva di motivazione reale e non considerasse il suo ruolo non direttivo all'interno della cosca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la proroga del regime di 41-bis ha una finalità preventiva e inibitoria, volta a impedire contatti con l'esterno. Per l'applicazione della misura non serve un ruolo di comando, ma basta un forte legame con il gruppo criminale (affectio societatis). Di conseguenza, Il Detenuto perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Traffico di stupefacenti: libero se manca la cassa comune
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare per un indagato accusato di far parte di un gruppo dedito al traffico di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, annullando senza rinvio il provvedimento. I giudici hanno rilevato che la collaborazione saltuaria o la vendita di droga tra presunti soci a prezzi concordati non dimostrano l'esistenza di una struttura organizzata stabile o di una cassa comune, elementi indispensabili per configurare il reato associativo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto l'immediata liberazione dell'indagato.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: il caso
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari per un indagato, accusato di far parte di un'organizzazione criminale. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo di aver agito come semplice spacciatore per un periodo brevissimo e di non conoscere tutti i membri del gruppo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non serve la conoscenza reciproca tra tutti i membri, né rileva la breve durata dell'attività. È sufficiente la consapevolezza di collaborare a un sistema criminale collaudato attraverso la commissione di più reati di spaccio.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: basta un ruolo breve
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al narcotraffico. La difesa contestava la competenza territoriale del Tribunale di Catanzaro a favore di quello di Milano e sosteneva che un'osservazione di soli otto giorni non potesse dimostrare la partecipazione stabile al sodalizio. I giudici hanno respinto entrambi i motivi. Hanno stabilito che la competenza spetta al luogo in cui l'associazione ha la sua base decisionale e operativa. Inoltre, hanno chiarito che anche una condotta di breve durata può dimostrare l'inserimento nel gruppo criminale, se supportata da elementi come l'uso di comunicazioni criptate riservate ai soli soci, che provano un legame solido e preesistente. L'indagato perde il ricorso e resta in custodia.
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Traffico di stupefacenti: bastano due mesi per il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza dei gravi indizi, evidenziando che la presunta partecipazione al sodalizio criminoso era durata solo un mese. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che, per configurare il reato associativo, la condotta di partecipazione può essere temporalmente limitata, purché dimostri l'effettiva adesione dell'indagato al gruppo criminale (la cosiddetta affectio societatis). Nel caso specifico, l'indagato era rapidamente diventato l'uomo di fiducia del capo dell'organizzazione, occupandosi del recupero crediti con una percentuale sui guadagni. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: tra condanne e rinvii
Un gruppo organizzato importava cocaina in grandi quantità da Santo Domingo all'Italia, nascondendola su aerei e navi con la complicità di operatori aeroportuali e portuali. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per quasi tutti gli imputati, ribadendo che per configurare il reato di associazione finalizzata al narcotraffico basta una struttura organizzativa minima e rudimentale, purché stabile. La Corte ha invece parzialmente accolto il ricorso di un intermediario, annullando la sentenza con rinvio solo per rivalutare l'aggravante dell'ingente quantità e la concessione delle attenuanti generiche. Per quest'ultimo, infatti, i giudici d'appello non avevano motivato se fosse consapevole dell'enorme volume di droga importata, né avevano personalizzato la pena basandosi sulla sua specifica condotta.
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Società di fatto: l’assegno amichevole che diventa un debito
Un cittadino si oppone a un decreto ingiuntivo per oltre centomila euro emesso a favore di una società creditrice. Il ricorrente sostiene di aver consegnato un assegno in bianco a un amico solo per un piccolo pagamento, ma il titolo è stato poi riempito per una cifra enorme e consegnato come garanzia. I giudici di merito ritengono che tra i due esistesse una vera e propria società di fatto, desunta da comportamenti concreti come la gestione comune degli affari, e qualificano l'assegno privo di data come promessa di pagamento. Il ricorrente si rivolge alla Cassazione contestando l'esistenza della società di fatto e l'uso dell'assegno. Con questa ordinanza, la Suprema Corte non decide nel merito ma rimette la causa alla pubblica udienza per un approfondimento.
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Custodia cautelare in carcere: il ruolo breve non evita la cella
Il Tribunale di Reggio Calabria ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l'aggravante mafiosa. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi e la brevità della sua presunta partecipazione, durata meno di un mese. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che anche una partecipazione temporaneamente limitata è sufficiente a configurare il reato associativo, purché inserita in un sistema collaudato. Inoltre, la sussistenza delle esigenze cautelari è giustificata dal concreto pericolo di fuga, dimostrato dalla precedente latitanza dell'indagato, e dal rischio di reiterazione dei reati, desumibile dai suoi collegamenti criminali. Di conseguenza, la misura restrittiva è stata confermata.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti guidata dal fratello. La difesa sosteneva l'estraneità dell'uomo, lamentando l'assenza di sequestri diretti e una valutazione per osmosi rispetto alla posizione del parente. I giudici hanno invece ritenuto inammissibile il ricorso, evidenziando come le intercettazioni telefoniche e un episodio di recupero crediti per una fornitura di droga dimostrassero la sua partecipazione stabile e consapevole all'organizzazione. La Cassazione ha ribadito che l'associazione si distingue dal semplice concorso di persone per la presenza di una struttura organizzativa permanente finalizzata al profitto comune. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Associazione per delinquere: quando il furto di piante diventa clan
Quattro indagati sono stati sottoposti a misure cautelari con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al furto aggravato di migliaia di piante di agrumi da vari vivai. Gli indagati hanno fatto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del vincolo associativo e la valutazione degli indizi, sostenendo si trattasse di collaborazioni occasionali. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la solidità dell'impianto accusatorio. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, l'esistenza di una struttura organizzata, la divisione dei ruoli e la pianificazione di molteplici furti notturni giustificano pienamente la misura cautelare per il reato associativo.
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