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Ab Origine

74 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Espressione latina che significa 'fin dall'inizio' o 'dall'origine'.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Rimborso IRPEF sisma: la Cassazione fissa i termini
Un contribuente colpito dal terremoto del Molise del 2002 ha richiesto all'Amministrazione finanziaria il rimborso IRPEF sisma pari al 60% delle imposte trattenute in busta paga tra il 2003 e il 2007. L'agevolazione è stata introdotta retroattivamente da una legge del 2008, ma la domanda di rimborso è stata presentata nel 2011. I giudici di merito hanno accolto il ricorso del cittadino applicando il termine ordinario di 48 mesi. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito: quando il diritto alla restituzione nasce da una norma successiva al pagamento, vale il termine di decadenza biennale a decorrere dall'entrata in vigore della legge di favore. L'istanza era tardiva e il contribuente ha perso definitivamente il diritto al rimborso.
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Revoca del permesso di soggiorno per falso matrimonio: la Cassazione
Un cittadino straniero ha ottenuto un titolo d'ingresso tramite un matrimonio contratto all'estero, occultando di essere già coniugato. In seguito all'annullamento del secondo matrimonio per bigamia pronunciato dal tribunale estero, l'Amministrazione ha disposto la Revoca del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, negando anche la conversione in permesso per lavoro. Il richiedente ha impugnato la decisione sostenendo la violazione dei propri diritti di difesa nel processo estero. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ottenimento del titolo tramite condotta fraudolenta rende nullo il permesso fin dall'origine. Inoltre, quando una decisione si fonda su più motivi autonomi, la mancata contestazione di uno di essi rende inammissibile l'intera impugnazione.
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Vendita di beni confiscati: stop all’acquisto dai parenti
Una comproprietaria al 38% di un immobile ha chiesto di acquistare la restante quota del 61% confiscata al figlio, sottoposto a misura di prevenzione. Il Tribunale ha respinto l'offerta disponendo lo scioglimento della comunione immobiliare. La donna ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la propria buona fede. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta. La legge vieta la vendita di beni confiscati ai parenti entro il terzo grado e ai conviventi del soggetto inciso dalla misura. Tale divieto opera fin dall'inizio per impedire che i beni rientrino nel circuito familiare del condannato. La ricorrente è stata condannata alle spese processuali.
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Reato continuato: la Cassazione nega lo sconto di pena
Un condannato ha richiesto il riconoscimento del vincolo della continuazione tra un reato accertato nel 2017 e una successiva violazione commessa a seguito di un nuovo ordine prefettizio. I giudici di merito hanno respinto la domanda per assenza di una progettazione criminale unitaria. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto e dichiarato il ricorso inammissibile. Il reato continuato richiede una programmazione unitaria di tutte le violazioni fin dal principio. Nel caso esaminato, i presupposti di fatto del secondo reato non esistevano ancora al momento della prima condotta criminosa. Di conseguenza, l'imputato non poteva aver pianificato in anticipo il secondo illecito, configurandosi invece una reiterata e autonoma spinta a delinquere.
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Unicità del Disegno Criminoso: Quando la Continuità Non Basta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Lavoratore che contestava la mancata applicazione dell'unicità del disegno criminoso a una serie di reati. Il Lavoratore sosteneva che i suoi crimini fossero parte di un unico piano criminale preesistente. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che non vi fosse prova sufficiente di tale continuità progettuale fin dall'inizio. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, in quanto mirava a una rivalutazione dei fatti e non a questioni di diritto. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rimborso IVA non dovuta: il fisco perde contro il contribuente
L'Agenzia delle Entrate ha contestato la detrazione IVA di un'operazione commerciale, ritenendola non soggetta all'imposta. Di conseguenza, la società cedente ha richiesto il rimborso dell'imposta versata erroneamente, impugnando il silenzio rifiuto dell'amministrazione. L'Agenzia sosteneva la decadenza del diritto, ritenendo che il termine per chiedere il rimborso decorresse solo dalla sentenza definitiva che accertava la non imponibilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che la sentenza ha natura di mero accertamento. Pertanto, l'imposta non era dovuta fin dall'origine e le istanze di rimborso IVA non dovuta presentate prima della sentenza sono pienamente valide, impedendo qualsiasi decadenza. L'Agenzia delle Entrate perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Reato continuato e omicidio di mafia: la Cassazione impone il riesame
Il Condannato, già condannato per associazione mafiosa e per un omicidio commesso nel periodo di affiliazione, ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta basandosi su formule astratte, senza valutare gli elementi concreti presentati dalla difesa, come il ruolo di esecutore materiale svolto fin dall'inizio dal Condannato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può limitarsi a richiamare principi generali. Deve invece analizzare nel dettaglio se i singoli reati fossero parte di un unico programma criminoso iniziale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto, ordinando un nuovo esame del caso.
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Pena sostitutiva illegale: tra modalità e sanzione vietata
Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando l'applicazione di una presunta pena sostitutiva illegale da parte del giudice d'appello, in violazione della legge sulle sanzioni sostitutive. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che una sanzione può definirsi pena sostitutiva illegale solo se risulta contraria fin dall'inizio (ab origine) al quadro normativo vigente, superando i limiti edittali previvi dall'articolo 20-bis del codice penale. Nel caso specifico, invece, il giudice di secondo grado si era limitato a regolamentare le concrete modalità esecutive della misura, senza violare alcun limite di legge. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato: perché la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto aggravato. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento del reato continuato rispetto a precedenti condanne. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'accertamento dell'unicità del disegno criminoso spetta al giudice di merito. Nel caso specifico, la richiesta è stata respinta a causa della genericità dei motivi e della diversità delle modalità esecutive e dei luoghi dei furti, elementi che escludono una pianificazione unitaria originaria. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Contratto di lavoro stagionale: la firma tardiva costa 44mila euro
Una lavoratrice ha svolto mansioni di fatto come tuttofare in un agriturismo prima della formalizzazione del rapporto, avvenuta solo successivamente con un contratto di lavoro stagionale a tempo determinato e part-time. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accertato che, a causa dell'inizio del lavoro in nero e senza un termine scritto fin dal principio, il rapporto doveva considerarsi a tempo indeterminato sin dall'origine. Di conseguenza, hanno condannato l'ex datrice di lavoro a pagare oltre 44.000 euro per differenze retributive e straordinari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della datrice di lavoro, confermando la decisione precedente e condannandola al pagamento delle spese processuali.
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Cancellazione dall’anagrafe delle Onlus: statuto tardivo inutile
Una fondazione ha impugnato il provvedimento di cancellazione dall'anagrafe delle Onlus emesso dall'Agenzia delle Entrate. L'amministrazione finanziaria aveva rilevato che lo statuto originario dell'ente non conteneva i requisiti formali obbligatori, come l'esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale. La fondazione sosteneva di aver sanato la mancanza modificando lo statuto prima della notifica del provvedimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente. I giudici hanno stabilito che la mancanza iniziale dei requisiti formali non può essere sanata successivamente con effetto retroattivo. Di conseguenza, la cancellazione dall'anagrafe delle Onlus è legittima e comporta la perdita delle agevolazioni fiscali fin dal momento dell'iscrizione originaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì all’indennizzo se assolto
Un cittadino, dopo aver subito 196 giorni di custodia cautelare tra carcere e arresti domiciliari, viene assolto con formula piena da tutte le accuse. Presenta quindi domanda di riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello rigetta la richiesta, ritenendo che le sue frequentazioni ambigue con uno spacciatore avessero causato la misura cautelare. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino e annulla la decisione. I giudici spiegano che la condotta legata alla droga era stata esclusa fin dall'inizio dal giudice che ordinò l'arresto. Pertanto, tale comportamento non può essere usato per negare l'indennizzo. Il caso torna alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Riparazione per ingiusta detenzione: indennizzo confermato
Un funzionario pubblico, accusato di corruzione e falso, viene sottoposto a custodia cautelare. Successivamente, la misura viene annullata per mancanza di gravi indizi e l uomo viene assolto con formula piena. Il richiedente presenta domanda di riparazione per ingiusta detenzione, ottenendo un indennizzo dalla Corte d Appello. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione, sostenendo che i rapporti informali del funzionario con un imprenditore costituissero colpa grave, escludendo il diritto all indennizzo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando che la diversa valutazione dello stesso materiale probatorio iniziale non configura colpa grave del richiedente. Il funzionario conserva quindi il diritto al risarcimento.
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Rimborso accise indebite: l’azienda perde la causa per ritardo
Un'azienda distributrice di energia ha richiesto il rimborso di addizionali provinciali sulle accise versate nel 2012, ritenendole non dovute. L'Amministrazione Finanziaria ha respinto l'istanza presentata nel 2015, eccependo il superamento del termine di decadenza biennale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, stabilendo che, trattandosi di tributi non dovuti fin dall'origine perché incompatibili con il diritto dell'Unione Europea, si configura un pagamento indebito. Di conseguenza, il termine di due anni per chiedere il rimborso accise indebite decorre dal giorno del singolo versamento e non dalla presentazione della dichiarazione annuale. Poiché l'istanza è stata presentata oltre i due anni dai pagamenti, l'azienda perde definitivamente il diritto al rimborso.
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Rimborso imposte: la rottamazione batte la decadenza del fisco
Un'azienda edile vende degli immobili rateizzando le tasse sulla plusvalenza. Successivamente, l'Agenzia delle Entrate riqualifica il provento e richiede l'intero pagamento in un'unica soluzione. Per chiudere la pendenza, l'azienda aderisce alla rottamazione delle cartelle esattoriali. Una volta completati i pagamenti agevolati, la società chiede il rimborso imposte precedentemente versate in eccesso per evitare una doppia tassazione. L'ufficio rifiuta, sostenendo che fosse scaduto il termine di quattro anni dal pagamento originario. La Corte di Cassazione dà ragione all'azienda: se il diritto alla restituzione sorge dopo il pagamento (a causa della rottamazione), il termine per chiedere il rimborso è di due anni e decorre dal giorno in cui si è completata la definizione agevolata, e non dal versamento iniziale.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della riparazione per ingiusta detenzione a un cittadino, precedentemente assolto dall'accusa di intestazione fittizia di beni. Nonostante l'assoluzione finale con formula piena ("il fatto non sussiste"), i giudici hanno stabilito che l'uomo ha concorso a causare la propria custodia cautelare con una condotta caratterizzata da colpa grave. Durante le trattative per la vendita di un ristorante, il cittadino aveva consapevolmente assecondato la richiesta di riservatezza dei reali acquirenti, tra cui un soggetto condannato per associazione mafiosa, accettando pagamenti occulti e usando accortezze telefoniche per non far emergere i veri nomi. Questo comportamento macroscopicamente imprudente ha creato un oggettivo allarme sociale, inducendo in errore l'autorità giudiziaria e precludendo così il diritto a ricevere l'indennizzo dello Stato.
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Vittime della criminalità organizzata: niente sussidi ai contigui
I familiari di un lavoratore vittima della criminalità organizzata ricevevano gli assegni vitalizi di legge. Successivamente, il Ministero dell'Interno ha sospeso l'erogazione dei benefici. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità della sospensione, rilevando che i beneficiari non possedevano, fin dall'inizio, il requisito fondamentale dell'estraneità ad ambienti delinquenziali, data la stretta parentela e la contiguità con esponenti di spicco della criminalità locale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei familiari, stabilendo che la valutazione dei requisiti per le provvidenze destinate alle vittime della criminalità organizzata deve sussistere fin dall'origine. L'accertamento del giudice non è vincolato dalle precedenti concessioni amministrative, confermando che la mancanza del requisito di estraneità impedisce il mantenimento dell'assegno.
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Contratto di apprendistato finto: l’azienda deve riassumere
Una lavoratrice ha contestato la cessazione del proprio rapporto di lavoro, inizialmente qualificato come contratto di apprendistato. Un precedente giudizio definitivo aveva già accertato che il contratto era in realtà un rapporto a tempo indeterminato fin dall'inizio. Di conseguenza, la scadenza del termine apposta dall'azienda è risultata illegittima. La Corte d'Appello ha ordinato il ripristino del rapporto e il risarcimento dei danni basato sulla messa in mora del datore di lavoro. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione d'appello. La lavoratrice ottiene così il diritto definitivo alla riammissione in servizio e al risarcimento delle retribuzioni perse.
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Motivazione postuma: nullo l’atto se il fisco rimedia dopo
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un contribuente un avviso di liquidazione per imposte di registro e bollo relative a un decreto ingiuntivo e tre atti collegati. L'atto indicava solo le somme totali e le leggi applicate, senza specificare le basi imponibili e le aliquote per ogni singolo atto. L'amministrazione ha cercato di integrare queste informazioni solo durante il processo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che la motivazione postuma non è ammessa nel diritto tributario. L'obbligo di motivazione deve essere soddisfatto fin dall'origine per garantire il diritto di difesa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato definitivamente l'atto impositivo e ha condannato l'ente impositore al pagamento delle spese di giudizio.
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Conversione del contratto a termine: stop per i consorzi
Il Lavoratore ha impugnato il contratto a tempo determinato stipulato nel 2000 con un Consorzio di bonifica siciliano, qualificabile come ente pubblico economico. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo il termine e disposto la conversione del rapporto in contratto a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione, pur confermando l'illegittimità del termine apposto al contratto per mancanza di reali esigenze temporanee, ha accolto il ricorso del Consorzio sul punto decisivo. I giudici di legittimità hanno stabilito che la conversione del contratto a termine in rapporto a tempo indeterminato è giuridicamente impossibile per i consorzi di bonifica siciliani, a causa del divieto di assunzioni a tempo indeterminato imposto dalla legge regionale. Di conseguenza, la Cassazione ha cassato la sentenza d'appello e rigettato definitivamente la domanda di conversione del lavoratore.
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