\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Falsa Attestazione: Condanna Anche se la Polizia Non Viene Ingannata

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale nei confronti di un uomo che aveva mentito alla polizia per evitare un controllo sulle misure cautelari a suo carico. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: il reato sussiste anche se gli agenti non vengono effettivamente ingannati, poiché è sufficiente il tentativo di ostacolare la loro funzione. Nella stessa vicenda, è stata confermata anche la condanna per furto aggravato a carico di un altro soggetto. I ricorsi di entrambi sono stati dichiarati inammissibili, in quanto le critiche sulla quantificazione della pena rientrano nella discrezionalità del giudice di merito e non possono essere riesaminate in sede di legittimità. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 6463 Anno 2026
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 25 marzo 2026 in Giurisprudenza Penale

Mentire alla Polizia è sempre reato? Il caso della falsa attestazione

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio cruciale in materia di reati contro la pubblica amministrazione. Il caso riguarda una condanna per falsa attestazione a pubblico ufficiale, confermata anche quando la menzogna non riesce a ingannare le forze dell’ordine. Questa decisione chiarisce che il semplice tentativo di fuorviare un agente nell’esercizio delle sue funzioni è sufficiente per integrare il reato, proteggendo così il corretto funzionamento della giustizia e l’autorità dello Stato.

I fatti all’origine della vicenda

La storia ha origine da due episodi distinti ma legati processualmente. Un primo individuo viene condannato per furto aggravato. Un secondo individuo, invece, viene fermato dalle forze dell’ordine per un controllo. Sottoposto a misure cautelari che gli imponevano determinate prescrizioni, l’uomo tenta di eludere la verifica fornendo agli agenti dichiarazioni false sulla propria identità o su altre qualità personali. Il suo obiettivo era chiaro: evitare che emergesse la violazione delle regole che era tenuto a rispettare. Nonostante il suo tentativo, gli agenti non vengono tratti in inganno e procedono con gli accertamenti. Entrambi gli imputati vengono condannati nei primi due gradi di giudizio.

Il ricorso in Cassazione e le argomentazioni della difesa

Contro la sentenza di condanna, i due uomini presentano ricorso alla Corte di Cassazione. Le loro difese si concentrano su due punti principali. Da un lato, entrambi contestano l’entità della pena inflitta, ritenendola eccessiva. Dall’altro lato, l’imputato accusato di falsa attestazione a pubblico ufficiale sostiene che il reato non sussista. La sua tesi è che, non essendo gli agenti stati effettivamente ingannati dalla sua bugia, non si sarebbe verificato alcun danno concreto. Secondo questa linea difensiva, se la menzogna non funziona, non dovrebbe esserci reato.

La configurazione del reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale

La Corte di Cassazione respinge completamente le argomentazioni degli imputati. Per quanto riguarda la quantificazione della pena, i giudici ricordano un principio consolidato: la determinazione della sanzione è un compito che spetta al giudice di merito (cioè del tribunale e della corte d’appello). Questa decisione rientra nella sua discrezionalità e non può essere messa in discussione in Cassazione, a meno che non sia palesemente illogica o immotivata, cosa che non è avvenuta in questo caso. La Corte ha ritenuto che i giudici precedenti avessero correttamente applicato la legge, tenendo conto di tutti gli elementi rilevanti.

Le motivazioni: perché mentire è reato anche senza inganno

Il punto centrale della decisione riguarda il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La Cassazione chiarisce che questo reato non richiede che il pubblico ufficiale venga effettivamente ingannato. Il bene giuridico tutelato dalla norma non è l’affidamento del singolo agente, ma il corretto e ordinato funzionamento della pubblica amministrazione. La semplice dichiarazione mendace, fatta a un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, è di per sé sufficiente a integrare il reato. L’intento dell’imputato di evitare un accertamento sulle prescrizioni cautelari ha rappresentato un ostacolo all’attività della polizia, ed è proprio questo comportamento che la legge intende punire.

Le conclusioni: condanna definitiva per entrambi

Sulla base di queste motivazioni, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. Questa decisione rende definitive le condanne per furto aggravato e per falsa attestazione. Oltre alla conferma della pena, i due ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. La sentenza riafferma con forza che mentire alle autorità è una condotta grave, sanzionata a prescindere dal successo dell’inganno.

È reato dare un nome falso alla polizia?
Sì, fornire dichiarazioni false a un pubblico ufficiale sulla propria identità costituisce il reato di falsa attestazione, previsto dall’articolo 495 del codice penale.

Per essere condannati per falsa attestazione, è necessario che il pubblico ufficiale sia stato effettivamente ingannato?
No. Come chiarito da questa sentenza, il reato si perfeziona con la semplice dichiarazione non veritiera, poiché mette a rischio il corretto funzionamento della pubblica amministrazione, a prescindere dal risultato.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La sentenza impugnata diventa definitiva e non può più essere modificata. La persona che ha presentato il ricorso viene condannata a pagare le spese del procedimento e, di solito, una sanzione pecuniaria.

Provvedimenti correlati

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati