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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso respinto e multa

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina condannata per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. L’imputata contestava la gravità della sanzione inflitta nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, purché vengano rispettati i criteri di legge. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 12673 Anno 2022
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Pubblicato il 20 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il caso della falsa attestazione a pubblico ufficiale e la misura della pena

La legge italiana punisce severamente chi dichiara il falso sulla propria identità. Il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale scatta ogni volta che un cittadino fornisce generalità non veritiere a un pubblico ufficiale. Nel caso in esame, una cittadina è stata condannata per aver violato questa norma. Dopo la condanna in appello, l’imputata ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. La sua contestazione principale riguardava l’eccessiva severità della sanzione applicata dai giudici di merito (i magistrati che decidono sui fatti concreti).

La difesa sosteneva che la pena fosse sproporzionata e che i giudici precedenti non avessero motivato adeguatamente la scelta della sanzione. Questo tipo di contestazione è molto comune nei processi penali. Spesso i condannati cercano di ottenere una riduzione della pena contestando i criteri di calcolo utilizzati nei primi gradi di giudizio. Tuttavia, la Cassazione ha una linea interpretativa molto chiara su questo punto.

Quando si configura la falsa attestazione a pubblico ufficiale

Per comprendere la decisione, occorre analizzare la natura del reato. La falsa attestazione a pubblico ufficiale protegge la fede pubblica, ovvero la fiducia che la collettività e le istituzioni ripongono nei documenti e nelle dichiarazioni ufficiali. Quando un soggetto mente sulla propria identità, ostacola il regolare svolgimento delle funzioni pubbliche.

La legge non richiede che il comportamento ingannevole causi un danno concreto. Basta la semplice condotta di dichiarare il falso a rendere il fatto penalmente rilevante. Una volta accertata la responsabilità, il giudice deve stabilire la sanzione corretta. Questa fase delicata richiede una valutazione complessiva della gravità del fatto e della personalità del colpevole.

Il ruolo del giudice nella scelta della sanzione

La determinazione della pena non è un calcolo matematico rigido. Il codice penale attribuisce al magistrato un ampio potere di valutazione. Il giudice deve analizzare diversi elementi, tra cui la gravità del reato, i motivi che hanno spinto a delinquere e i precedenti penali del soggetto.

Questo potere non è però assoluto. La legge impone di rispettare precisi limiti minimi e massimi ed esige una motivazione logica. Se il giudice rispetta questi parametri, la sua decisione non può essere facilmente ribaltata nei successivi gradi di giudizio. La Cassazione non può sostituirsi al giudice di merito per decidere se una pena sia troppo alta o troppo bassa, a meno che non vi sia un evidente errore logico o di legge.

Le motivazioni: la discrezionalità del giudice e la falsa attestazione a pubblico ufficiale

I giudici della Suprema Corte hanno rigettato le lamentele della ricorrente definendole manifestamente infondate. La sentenza chiarisce che la quantificazione della sanzione rientra pienamente nella discrezionalità del giudice di merito. I magistrati hanno applicato correttamente i criteri previsti dal codice penale per la valutazione della gravità del reato e della capacità a delinquere.

La Cassazione ha ribadito che non sussiste alcun vizio di motivazione quando il giudice di merito si attiene a questi principi. La scelta della pena era logica e coerente con la gravità del fatto contestato. Di conseguenza, il ricorso basato unicamente sulla richiesta di riduzione della pena è stato giudicato inammissibile (non accoglibile per difetto dei requisiti di legge).

Le conclusioni: la condanna definitiva per falsa attestazione a pubblico ufficiale

La decisione della Corte di Cassazione mette la parola fine alla vicenda giudiziaria. Il ricorso dell’imputata è stato dichiarato inammissibile, rendendo definitiva la condanna inflitta nei precedenti gradi di giudizio. Questo significa che la cittadina dovrà scontare la pena stabilita e non avrà ulteriori possibilità di appello.

Oltre alla conferma della condanna, la ricorrente deve subire pesanti conseguenze economiche. La Suprema Corte l’ha condannata al pagamento delle spese del procedimento giudiziario. Inoltre, avendo presentato un ricorso palesemente infondato per sua colpa, dovrà versare la somma di quattromila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa decisione lancia un chiaro segnale sulla necessità di evitare ricorsi pretestuosi che intasano la macchina della giustizia.

Cosa rischia chi dichiara false generalità a un pubblico ufficiale?
Chi fornisce una falsa identità rischia una condanna penale per il reato di falsa attestazione e l’applicazione di una sanzione stabilita dal giudice.

Il giudice può decidere la pena in modo del tutto arbitrario?
No, il giudice esercita un potere discrezionale ma deve rispettare i limiti previsti dalla legge e motivare la sua scelta in base alla gravità del fatto.

Cosa succede se si presenta un ricorso in Cassazione manifestamente infondato?
La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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