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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: la firma nega l’errore

L’Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito generalità non corrispondenti al vero. La difesa ha sostenuto che vi fosse un errore di verbalizzazione o una somiglianza fonetica tra il nome reale e quello registrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando la genericità della contestazione. I giudici hanno accertato che non vi era alcuna somiglianza fonetica e che lo stesso Imputato aveva scritto di proprio pugno il nome falso sul verbale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato l’uomo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 34712 Anno 2023
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Pubblicato il 18 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale e la scrittura autografa

Fornire generalità false a un rappresentante delle forze dell’ordine costituisce un illecito penale severamente punito dall’ordinamento giuridico. Il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale scatta nel momento in cui un soggetto dichiara una identità non corrispondente al vero, ostacolando così le attività di identificazione e di controllo dello Stato. Spesso, i soggetti coinvolti in queste vicende tentano di giustificare l’accaduto parlando di semplici fraintendimenti o di errori commessi dagli agenti durante la redazione del verbale. Tuttavia, la prova della scrittura autografa cancella ogni possibile dubbio sulla responsabilità dell’autore del fatto.

La vicenda in esame riguarda un cittadino che ha fornito dati anagrafici falsi durante un controllo. L’uomo ha cercato di evitare la condanna penale sostenendo che la discrepanza tra il suo vero nome e quello registrato fosse il frutto di un malinteso verbale. La Corte di Cassazione ha affrontato il caso analizzando la condotta dell’individuo e confermando la decisione dei giudici di merito.

La difesa dell’imputato e la tesi dell’errore di trascrizione

Nel corso del procedimento giudiziario, la difesa ha cercato di smontare l’accusa basandosi su una presunta somiglianza fonetica tra il nome reale dell’imputato e quello inserito nei documenti ufficiali. Secondo questa tesi, gli agenti avrebbero capito male la pronuncia del nome, trascrivendo così un’identità errata senza che vi fosse una reale volontà di mentire da parte del cittadino.

Questo tipo di difesa si rivela spesso inefficace quando gli elementi di prova raccolti sul campo dimostrano il contrario. Nel caso specifico, la tesi dell’errore di trascrizione o del difetto di pronuncia è crollata di fronte a un elemento oggettivo insuperabile. L’imputato stesso aveva compilato il modulo scrivendo il nome falso di proprio pugno. Questo dettaglio ha escluso qualsiasi possibilità di errore da parte del pubblico ufficiale verbalizzante, rendendo evidente la volontà dolosa di nascondere la propria reale identità.

Le motivazioni della Cassazione sulla falsa attestazione a pubblico ufficiale

I giudici della Suprema Corte hanno ritenuto il ricorso del tutto inammissibile a causa della genericità dei motivi presentati. Le motivazioni della sentenza evidenziano come la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti fosse logica, coerente e priva di contraddizioni. La Corte d’Appello aveva già ampiamente spiegato che non esisteva alcuna corrispondenza fonetica tra il nome reale e quello dichiarato, escludendo così in radice l’ipotesi del malinteso.

Inoltre, il fatto che il documento contenesse la grafia dell’imputato ha rappresentato la prova regina della falsità. La Cassazione ha ribadito che, quando la firma o la compilazione dei dati identificativi avviene direttamente per mano del soggetto controllato, non è possibile invocare l’errore del pubblico ufficiale. La condotta configura pienamente il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale poiché l’azione è stata intenzionale e finalizzata a ingannare l’autorità.

Le conclusioni sul rigetto del ricorso e le sanzioni pecuniarie

Le conclusioni della vicenda giudiziaria confermano la linea dura della giurisprudenza contro chi dichiara false generalità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’imputato, confermando in via definitiva la condanna penale stabilita nei precedenti gradi di giudizio.

Oltre alla conferma della responsabilità penale, la decisione comporta pesanti conseguenze economiche per il ricorrente. L’inammissibilità del ricorso ha determinato la condanna al pagamento delle spese del processo e al versamento di una somma pari a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende. Questa sanzione pecuniaria viene applicata per scoraggiare la presentazione di ricorsi manifestamente infondati o generici, che sovraccaricano inutilmente il sistema giudiziario. La decisione sottolinea l’importanza di fornire sempre dati veritieri alle autorità, poiché le conseguenze di una falsa dichiarazione scritta di proprio pugno sono inevitabili e severe.

Cosa succede se si dichiara un nome falso a un pubblico ufficiale?
Si rischia una condanna penale per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale, punito con la reclusione da uno a sei anni.

Si può dare la colpa a un errore di trascrizione delle forze dell’ordine?
No, specialmente se il nome falso è stato scritto di proprio pugno dal soggetto controllato, escludendo così ogni fraintendimento fonetico.

Quali sono le conseguenze economiche se si perde un ricorso generico in Cassazione?
La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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