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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: la condanna resta valida

L’Imputato subisce una condanna penale nei gradi di merito per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Successivamente presenta ricorso in Cassazione lamentando la mancanza dell’elemento psicologico e la presenza di un vizio di motivazione. La Suprema Corte rileva che la difesa si è limitata a riproporre le stesse argomentazioni già esaminate e respinte dai giudici d’appello, senza apportare elementi critici specifici. Di conseguenza, la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna L’Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 16060 Anno 2022
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Pubblicato il 23 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale e le sue conseguenze

Fornire informazioni errate o non veritiere sulla propria identità personale di fronte a un pubblico ufficiale costituisce un illecito penale molto grave. Il codice penale punisce severamente la falsa attestazione a pubblico ufficiale, poiché tale condotta lesiona la fede pubblica e ostacola il corretto svolgimento delle funzioni di controllo delle forze dell’ordine e della pubblica amministrazione. Nel caso in esame, L’Imputato ha fornito indicazioni non corrispondenti al vero alle autorità competenti durante un accertamento di routine. Tale comportamento ha portato all’inizio di un procedimento penale e alla successiva condanna nei primi gradi di giudizio. L’ordinamento giuridico tutela con fermezza la certezza e l’esattezza dei dati anagrafici resi agli organi dello Stato. Chi dichiara identità fittizie o alterate rischia pesanti sanzioni penali. Molto spesso la difesa cerca di dimostrare l’assenza della volontà cosciente di mentire. Tuttavia, la prova dell’assenza dell’elemento psicologico richiede motivazioni concrete, documentate e ben articolate. Una semplice contestazione generica non basta affatto per annullare una sentenza di condanna.

Quando il ricorso in Cassazione non rispetta i requisiti di specificità

I soggetti condannati nei giudizi di merito hanno la facoltà di proporre ricorso alla Corte di Cassazione per far valere eventuali errori nell’interpretazione delle leggi. La Suprema Corte non effettua un nuovo riesame dei fatti concreti legati alla vicenda, ma valuta esclusivamente la legittimità e la corretta applicazione delle norme giuridiche. Un ricorso efficace deve presentare critiche puntuali, precise e dettagliate contro la motivazione fornita dalla sentenza di secondo grado. Se l’atto difensivo si limita a riproporre le medesime argomentazioni già respinte dai giudici territoriali, la richiesta risulta completamente priva della necessaria specificità. La giurisprudenza penale considera inammissibili le doglianze meramente riproduttive di censure già ampiamente analizzate e disattese nei precedenti gradi. L’ordinamento richiede infatti un confronto critico, stringente e mirato contro la decisione impugnata. Senza elementi di reale novità o rilievi tecnici ben strutturati, il giudice di legittimità non può entrare nel merito delle contestazioni avanzate.

Le motivazioni: perché la falsa attestazione a pubblico ufficiale richiede chiarezza difensiva

I giudici della Suprema Corte hanno riscontrato l’assoluta inammissibilità delle doglianze avanzate dal condannato. L’atto di ricorso contestava la sussistenza dell’elemento psicologico del reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale, sostenendo l’assenza di dolo. Tuttavia, la difesa si è limitata a riproporre in modo identico le tesi svolte davanti alla Corte d’Appello. Il giudice di merito aveva già analizzato tali argomentazioni, disattendendole con motivazioni giuridiche solide, coerenti e del tutto prive di vizi logici. La Cassazione ha ribadito che la semplice riproduzione delle vecchie censure rende l’impugnazione generica e priva di valore processuale. Non è sufficiente esprimere un generico dissenso rispetto alla condanna subita. Risulta indispensabile individuare e dimostrare con precisione i punti in cui la decisione impugnata ha violato le norme di legge. L’Imputato non ha offerto spunti critici nuovi o specifici, spingendo così i giudici di legittimità a confermare integralmente la validità della sentenza precedente.

Le conclusioni: la condanna definitiva per la falsa attestazione a pubblico ufficiale

La vicenda processuale trova la sua conclusione con la declaratoria di inammissibilità del ricorso da parte della magistratura di legittimità. Questa decisione rende irrevocabile e definitiva la condanna inflitta nei precedenti gradi di merito per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Oltre a confermare la sanzione penale principale, la Corte Suprema ha stabilito l’obbligo per L’Imputato di pagare integralmente le spese del procedimento. Essendo l’impugnazione palesemente inammissibile per colpa attribuibile al ricorrente, L’Imputato deve versare anche una somma d’ammenda pari a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende. Tale decisione sottolinea la necessità di valutare attentamente la concreta sostanza e la fondatezza dei motivi di ricorso prima di adire il Supremo Collegio. L’inoltro di ricorsi privi dei requisiti di legge genera soltanto un incremento dei costi e la definitiva conferma della responsabilità penale.

Quali conseguenze comporta la presentazione di un ricorso inammissibile in Cassazione?
Oltre al rigetto definitivo del ricorso e alla conferma della pena, la parte soccombente viene condannata al pagamento delle spese processuali e ad una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.

In quali casi un ricorso viene giudicato privo di specificità?
Un ricorso è privo di specificità quando si limita a riproporre le stesse argomentazioni già valutate e respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza contestare in modo mirato la decisione impugnata.

Come si configura l’elemento psicologico nel reato di falsa attestazione?
L’elemento psicologico si configura con la consapevolezza e la volontà dell’agente di fornire dichiarazioni non veritiere sulla propria o sull’altrui identità a un pubblico ufficiale.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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