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Somministrazione a termine nella P.A.: abuso dopo 10 anni, Ente paga

La Corte di Cassazione ha stabilito l’illegittimità dell’abuso della somministrazione a termine nella P.A. Un ente pubblico aveva impiegato per oltre dieci anni gli stessi lavoratori somministrati per svolgere mansioni ordinarie e stabili. Secondo i giudici, anche se la legge sulla somministrazione non prevede limiti di durata espliciti, il suo utilizzo nella Pubblica Amministrazione deve rispondere a esigenze realmente temporanee. Un impiego così prolungato maschera un bisogno di personale permanente, eludendo l’obbligo costituzionale del concorso pubblico. Di conseguenza, l’ente ha perso la causa ed è stato condannato a risarcire i lavoratori per l’uso illegittimo del contratto.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 9310 Anno 2023
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Pubblicato il 3 maggio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Somministrazione a termine nella P.A.: quando è un abuso?

La flessibilità nel mondo del lavoro è uno strumento utile, ma non può diventare un modo per aggirare le regole fondamentali, soprattutto nel settore pubblico. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fissato un principio chiaro sull’uso della somministrazione a termine nella P.A., stabilendo che un utilizzo prolungato per coprire esigenze stabili è illegittimo. Questo caso offre uno spunto importante per comprendere i limiti di questa forma contrattuale quando l’utilizzatore è un ente dello Stato.

Lavoratori in somministrazione per dieci anni nello stesso ente

La vicenda nasce dalla situazione di alcuni lavoratori assunti da agenzie di somministrazione e inviati a lavorare presso un importante ente pubblico. Il rapporto di lavoro non è stato un evento isolato o di breve durata. Al contrario, per oltre dieci anni, questi lavoratori hanno svolto le stesse mansioni, nello stesso luogo, per soddisfare bisogni operativi costanti dell’ente. L’attività era legata a un piano di dismissione di immobili, ma la sua durata si è protratta per un decennio, perdendo di fatto ogni carattere di eccezionalità o temporaneità.

La difesa dell’Ente: la somministrazione è sempre lecita

L’Ente Pubblico si è difeso sostenendo che la legge sulla somministrazione di lavoro è diversa da quella sul contratto a tempo determinato. Secondo la sua tesi, la somministrazione non richiederebbe la presenza di ragioni di carattere temporaneo, straordinario o eccezionale. In pratica, l’ente affermava di poter ricorrere a lavoratori somministrati anche per coprire l’attività ordinaria, senza limiti di tempo specifici. Questa interpretazione avrebbe reso lo strumento estremamente flessibile, svincolandolo da quei paletti che la legge impone per altre forme di lavoro precario.

Il nodo cruciale: la somministrazione a termine nella P.A. deve essere temporanea?

Il cuore della questione legale era proprio questo: la somministrazione a termine nella P.A. può essere usata per coprire esigenze stabili e durature? La Corte di Cassazione ha risposto con un netto no. I giudici hanno chiarito che, sebbene la normativa sulla somministrazione sia più flessibile, quando viene applicata al settore pubblico deve essere interpretata in modo conforme ai principi costituzionali. Uno di questi è l’obbligo di assumere tramite concorso pubblico, sancito dall’articolo 97 della Costituzione. Permettere un uso illimitato della somministrazione significherebbe creare un canale parallelo per inserire personale in modo stabile, aggirando la selezione pubblica.

Le motivazioni: la somministrazione a termine nella P.A. non può coprire esigenze stabili

La Corte ha basato la sua decisione su un principio fondamentale: la natura del lavoro tramite agenzia deve rimanere temporanea. Anche se la legge non fissa un limite massimo di durata, l’interprete deve valutare il contesto. Utilizzare lavoratori somministrati per dieci anni per le medesime funzioni rivela in modo inequivocabile un fabbisogno di personale non temporaneo, ma strutturale. Questa pratica, secondo la Corte, costituisce un abuso perché elude la regola del concorso pubblico. La Pubblica Amministrazione deve ricorrere a contratti flessibili solo per esigenze reali e momentanee, non per mascherare posti di lavoro che dovrebbero essere coperti da personale di ruolo, assunto tramite concorso.

Le conclusioni: l’Ente ha perso e deve risarcire i lavoratori

L’esito è stato chiaro e diretto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Ente Pubblico. La decisione dei giudici di merito, che avevano già riconosciuto l’illegittimità della condotta, è stata confermata. In termini pratici, l’ente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali e a risarcire i lavoratori. Il risarcimento del danno serve a compensare i lavoratori per l’utilizzo abusivo del contratto e per la perdita di opportunità lavorative più stabili. La sentenza ribadisce che la flessibilità ha dei limiti invalicabili, posti a tutela sia dei lavoratori che dei principi di trasparenza e imparzialità della Pubblica Amministrazione.

Un ente pubblico può usare un lavoratore in somministrazione per molti anni?
No. Secondo la Cassazione, un utilizzo prolungato per coprire esigenze stabili e ordinarie è illegittimo, perché elude l’obbligo del concorso pubblico.

Cosa ottiene un lavoratore se il contratto di somministrazione nella P.A. è dichiarato illegittimo?
Il lavoratore non ottiene la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato con l’ente, ma ha diritto a un risarcimento del danno per l’uso abusivo del contratto.

Qual è il requisito fondamentale per la somministrazione a termine nella P.A.?
Il requisito essenziale è la temporaneità delle esigenze dell’ente. Il contratto non può essere utilizzato per coprire un fabbisogno di personale stabile e permanente.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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