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Risoluzione contratto appalto: illegittimità PA

La Corte d’Appello di Trieste ha dichiarato illegittima la risoluzione contratto appalto operata da un Comune contro un’impresa esecutrice di opere pubbliche. La Corte ha stabilito che la PA non aveva seguito il rigoroso iter procedurale previsto dal Codice degli Appalti e non aveva dimostrato che il ritardo accumulato compromettesse effettivamente la riuscita dell’opera. Nonostante l’illegittimità dell’atto, le richieste risarcitorie dell’impresa sono state respinte per la mancata apposizione di tempestive riserve durante l’esecuzione del contratto.

Riferimento:
SENTENZA CORTE DI APPELLO DI TRIESTE N. 128 2026 - N. R.G. 00000147 2025 DEPOSITO MINUTA 12 05 2026 PUBBLICAZIONE 14 05 2026
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Pubblicato il 9 giugno 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Illegittimità della risoluzione contratto appalto: il caso della PA

La risoluzione contratto appalto è un atto di estrema gravità che la Pubblica Amministrazione può adottare solo in presenza di requisiti rigorosi e procedure ben definite. Nel caso esaminato dalla Corte d’Appello di Trieste, una società è riuscita a dimostrare l’inefficacia del provvedimento espulsivo adottato da un Comune, evidenziando come la procedura prevista dal Codice degli Appalti sia stata violata, sebbene non abbia poi ottenuto il risarcimento dei danni per ragioni procedurali.

I fatti: il cantiere della discordia

La vicenda nasce dall’affidamento di due lavori pubblici a una ditta: la realizzazione di una pista ciclabile e la posa di una condotta idrica sottostante. Dopo la consegna dei lavori, iniziano a sorgere problematiche legate a carenze progettuali e ritardi. Nonostante l’approvazione di una variante, il Comune decide di procedere con la risoluzione contratto appalto ai sensi dell’articolo 108 del D.Lgs. 50/2016, contestando all’impresa gravi ritardi e la mancata restituzione di somme pagate in eccesso.

L’impresa si oppone, sostenendo che i ritardi fossero causati dal Comune stesso e che la procedura di risoluzione fosse viziata dal punto di vista formale. In primo grado, il Tribunale dà ragione al Comune, ritenendo legittimo lo scioglimento del vincolo contrattuale.

La decisione della Corte d’Appello

La Corte d’Appello di Trieste ha ribaltato parzialmente la sentenza di primo grado. I giudici hanno chiarito che la risoluzione contratto appalto operata dalla PA non è un semplice atto amministrativo, ma l’esercizio di un diritto potestativo regolato da norme speciali molto severe.

Secondo la Corte, per sciogliere legittimamente il contratto, non basta un generico inadempimento dell’appaltatore. È necessario dimostrare due elementi fondamentali:

  1. Un’istruttoria tecnica completa che veda il coinvolgimento distinto del Direttore dei Lavori e del Responsabile Unico del Procedimento (RUP).
  2. Un inadempimento talmente grave da compromettere la buona riuscita finale dell’opera.

Nel caso specifico, è emerso che le funzioni di controllo erano concentrate in un’unica persona fisica e che il Comune non aveva fornito un termine congruo all’impresa per presentare le proprie controdeduzioni prima della risoluzione definitiva.

Le motivazioni

La Corte ha fondato la sua decisione sulla violazione delle garanzie di partecipazione. La risoluzione contratto appalto richiede un contraddittorio preventivo che non può essere sostituito da semplici scambi di e-mail generiche. Inoltre, i giudici hanno osservato che il ritardo accumulato non pregiudicava la funzionalità dell’opera, dato che una parte dei lavori (la condotta idrica) era stata regolarmente ultimata e collaudata.

Un altro punto cruciale ha riguardato la mancata restituzione di somme anticipate: la Corte ha stabilito che tale condotta ha natura economico-contabile e non esecutiva, quindi non può giustificare da sola la risoluzione del contratto per ‘compromissione dell’opera’. Tuttavia, l’impresa non ha ottenuto i risarcimenti richiesti poiché non aveva formalizzato le riserve necessarie nei registri contabili, accettando implicitamente l’andamento dei lavori fino al momento dello scontro finale.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza ribadisce che la PA non può agire in modo arbitrario o sbrigativo. La risoluzione contratto appalto rimane un rimedio di ultima istanza che richiede una precisione millimetrica nell’iter procedurale. Per le imprese, d’altro canto, rimane l’ammonimento fondamentale: anche di fronte a un comportamento illegittimo della committente, la tutela dei propri diritti economici passa inevitabilmente per l’annotazione tempestiva e costante delle riserve durante tutta la vita del cantiere. Senza queste, anche la vittoria sulla legittimità dell’appalto rischia di restare un successo solo morale.

Cosa succede se la PA risolve un appalto senza seguire la procedura corretta?
La risoluzione viene dichiarata illegittima e inefficace poiché il Codice degli Appalti impone passaggi obbligatori tra Direttore dei Lavori e Responsabile del Procedimento per garantire il contraddittorio con l’impresa.

È possibile contestare la risoluzione per grave inadempimento se l’opera è quasi finita?
Sì la legge richiede che l’inadempimento non sia solo grave ma tale da compromettere la buona riuscita dell’opera condizione difficile da dimostrare se le prestazioni principali sono state eseguite.

Quali sono le conseguenze per l’impresa che non scrive le riserve nel registro?
L’impresa rischia di perdere il diritto a richiedere risarcimenti per danni subiti durante i lavori anche se la risoluzione del contratto operata dalla pubblica amministrazione viene dichiarata illegittima.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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