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Rilascio acque irrigue: obblighi e risarcimento danni

La Corte d’Appello ha confermato la condanna di un gestore idroelettrico al risarcimento danni per il mancato rilascio acque irrigue durante la stagione secca. La sentenza chiarisce che la competenza spetta al giudice ordinario per le liti risarcitorie e che l’obbligo di restituzione dell’acqua, derivante dal Testo Unico delle acque, persiste finché è attiva la concessione agricola, indipendentemente dalla scadenza di vecchi accordi privati.

Riferimento:
SENTENZA CORTE DI APPELLO DI TRIESTE N. 127 2026 - N. R.G. 00000296 2025 DEPOSITO MINUTA 11 05 2026 PUBBLICAZIONE 12 05 2026
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Pubblicato il 9 giugno 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Rilascio acque irrigue: la responsabilità del gestore idroelettrico

In un periodo storico segnato da siccità sempre più frequenti, il tema del rilascio acque irrigue diventa centrale non solo per l’ecologia, ma anche per l’economia agricola. Una recente sentenza della Corte d’Appello ha affrontato il delicato equilibrio tra lo sfruttamento energetico dei fiumi e la necessità di garantire l’approvvigionamento idrico ai consorzi agricoli, stabilendo principi fondamentali sulla competenza dei giudici e sulla natura degli obblighi legali dei gestori.

Il caso: siccità e mancato rilascio acque irrigue

La vicenda nasce dall’inadempimento di una società gestore di una centrale idroelettrica che, durante la stagione irrigua estiva, aveva interrotto il rilascio di una portata d’acqua fondamentale per un consorzio di bonifica. Quest’ultimo, vedendo compromesso il sistema di irrigazione e dovendo affrontare costi energetici straordinari per attivare pompe di emergenza, aveva citato in giudizio il gestore per ottenere il risarcimento dei danni.

Il gestore si era difeso eccependo, in primo luogo, il difetto di giurisdizione: secondo la sua tesi, la causa avrebbe dovuto essere trattata dal Tribunale Regionale delle Acque Pubbliche e non dal giudice ordinario. Inoltre, sosteneva che l’obbligo di rilascio fosse legato a vecchie convenzioni ormai scadute e non più vincolanti a seguito della nazionalizzazione dell’energia elettrica.

La decisione della Corte sul rilascio acque irrigue

I giudici d’appello hanno respinto integralmente l’impugnazione, confermando la sentenza di primo grado. In merito alla competenza, è stato chiarito che, quando la lite riguarda il risarcimento del danno e non direttamente la validità dell’atto amministrativo di concessione, la parola spetta al giudice ordinario. L’accertamento della vigenza della concessione è stato considerato un semplice antecedente logico per decidere sui danni.

La Corte ha inoltre confermato che l’obbligo di garantire il rilascio acque irrigue non è una mera facoltà contrattuale, ma un obbligo di legge derivante dagli articoli 45 e 46 del Testo Unico sulle acque (R.D. 1775/1933). Tale obbligo persiste finché dura la necessità irrigua certificata dalle concessioni in vigore, indipendentemente dai mutamenti societari o dalla scadenza di accordi privati collaterali.

Le motivazioni

La decisione poggia sulla distinzione tra la gestione tecnica della risorsa idrica e l’obbligo di indennizzo. Il Testo Unico stabilisce che chi ottiene una concessione idroelettrica a valle o in sovrapposizione a una derivazione agricola preesistente deve garantire che quest’ultima non subisca danni. Se la nuova centrale impedisce il deflusso naturale, il gestore deve fornire l’acqua necessaria o l’energia per sollevarla a proprie spese.

La Corte ha rilevato che la concessione agricola del consorzio era stata regolarmente rinnovata, e che quindi l’obbligo del gestore idroelettrico di integrare la portata del fiume era pienamente attuale. Il mancato rilascio nell’estate 2022 è stato dunque qualificato come un inadempimento certo, causante danni documentati legati alla risalita del cuneo salino e ai maggiori consumi elettrici per le manovre di emergenza.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza riafferma la priorità della tutela degli usi agricoli e irrigui rispetto a quelli energetici nei casi di sovrapposizione delle utenze. Il gestore di una centrale non può invocare la scadenza di vecchi patti per sottrarsi a un dovere che la legge gli impone fin dal momento in cui ha preso in gestione l’impianto. Per gli enti agricoli e i consorzi, questo provvedimento rappresenta una garanzia fondamentale: il diritto all’acqua per l’irrigazione è protetto da norme imperative che non decadono col tempo, finché persiste l’attività produttiva sul territorio.

Quale giudice decide se una centrale idroelettrica non rilascia abbastanza acqua?
Se la richiesta riguarda il risarcimento dei danni subiti, la competenza spetta al giudice ordinario e non al Tribunale delle Acque, poiché non si contesta la concessione in sé ma il comportamento del gestore.

L’obbligo di rilascio d’acqua può scadere se le vecchie convenzioni sono vecchie di decenni?
No, l’obbligo ha natura legale in base al Testo Unico delle acque e rimane vincolante finché è attiva la concessione per l’uso irriguo, indipendentemente dalla scadenza di accordi privati.

Cosa deve fare il gestore idroelettrico se la sua attività danneggia l’agricoltura?
Il gestore è tenuto per legge a indennizzare gli utenti preesistenti fornendo loro la quantità d’acqua necessaria o, in alternativa, l’energia elettrica gratuita per far funzionare i sistemi di sollevamento idrico.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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