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Riconoscimento anzianità: Ente nega, Cassazione la concede

Una ricercatrice, assunta a tempo indeterminato da un ente pubblico dopo quasi otto anni di contratti a termine, si è vista negare il riconoscimento dell’anzianità di servizio maturata nel periodo di precariato. L’ente sosteneva che la stabilizzazione creasse una netta separazione con il passato. La Corte di Cassazione ha dato ragione alla lavoratrice, stabilendo un principio fondamentale: negare il riconoscimento dell’anzianità di servizio è una discriminazione vietata dal diritto europeo. Se le mansioni sono le stesse, tutto il periodo lavorato, anche con contratti a termine, deve essere considerato valido per la progressione di carriera e di stipendio. La modalità di assunzione non può giustificare un trattamento peggiorativo.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 9898 Anno 2023
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Pubblicato il 4 maggio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il valore del lavoro pregresso dopo la stabilizzazione

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione affronta un tema cruciale per molti lavoratori del settore pubblico: il riconoscimento anzianità di servizio maturata durante anni di contratti a termine, una volta ottenuta la tanto attesa stabilizzazione. La vicenda riguarda una ricercatrice che, dopo un lungo periodo di precariato presso un ente di ricerca statale, viene finalmente assunta a tempo indeterminato. L’ente, però, si rifiuta di considerare gli anni precedenti ai fini della sua progressione stipendiale, come se la sua carriera fosse iniziata da zero. Questa decisione ha dato il via a una battaglia legale che è arrivata fino al massimo grado di giudizio, con un esito di grande importanza.

La vicenda: una ricercatrice contro l’ente pubblico

I fatti sono semplici. Una ricercatrice lavora per quasi otto anni per un importante ente pubblico con una serie di contratti a tempo determinato. Svolge sempre le medesime mansioni, con professionalità e competenza. Successivamente, l’ente la assume a tempo indeterminato attraverso una procedura di stabilizzazione. Al momento di definire il suo inquadramento economico, l’amministrazione decide di non calcolare l’anzianità accumulata negli anni di precariato. Secondo l’ente, l’assunzione a tempo indeterminato segnava un nuovo inizio, cancellando di fatto la storia lavorativa precedente della dipendente. La lavoratrice, sentendosi penalizzata, decide di fare causa per ottenere ciò che le spetta.

Il principio europeo di non discriminazione

Il cuore della questione risiede in un principio fondamentale del diritto del lavoro europeo, recepito anche in Italia: il principio di non discriminazione. La Direttiva 1999/70/CE, attraverso la clausola 4 del suo Accordo Quadro, stabilisce chiaramente che i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto a termine. Una differenza di trattamento è ammessa solo se giustificata da ‘ragioni oggettive’. Questo principio mira a impedire che il lavoro precario diventi una forma di impiego di serie B, garantendo parità di diritti a parità di mansioni.

Il mancato riconoscimento anzianità di servizio è illegittimo

La Corte di Cassazione ha applicato con rigore questo principio. I giudici hanno specificato che il semplice fatto di essere stati assunti tramite una procedura di stabilizzazione, anziché tramite un concorso pubblico tradizionale, non costituisce una ‘ragione oggettiva’ per discriminare il lavoratore. Se le funzioni svolte durante il precariato sono identiche a quelle svolte dopo l’assunzione a tempo indeterminato, non c’è alcun motivo valido per azzerare l’anzianità maturata. L’esperienza e la professionalità acquisite in quegli anni hanno un valore concreto e devono essere riconosciute anche economicamente.

Le motivazioni: perché l’anzianità pregressa va riconosciuta

La Corte ha smontato la difesa dell’ente pubblico, sottolineando che la discriminazione era evidente. L’ente non ha dimostrato alcuna differenza concreta nelle mansioni o nelle modalità di lavoro tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ la stabilizzazione. La volontà dell’amministrazione di non considerare il servizio passato era basata su un presupposto errato e discriminatorio. La Cassazione ha ribadito che la progressione stipendiale legata all’anzianità è una condizione di impiego. Pertanto, negarla ai lavoratori stabilizzati per il periodo pregresso viola direttamente il diritto dell’Unione Europea. Il datore di lavoro pubblico ha l’obbligo di calcolare l’intera anzianità, attivando di conseguenza le corrette procedure di inquadramento economico.

Le conclusioni: cosa cambia per i lavoratori stabilizzati

Questa sentenza rappresenta una vittoria importante per tutti i lavoratori che passano dalla precarietà alla stabilità nel pubblico impiego. Il principio sancito è chiaro: il riconoscimento anzianità di servizio non è una concessione, ma un diritto. L’esperienza accumulata non può essere cancellata. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello, che dovrà ricalcolare l’inquadramento della ricercatrice tenendo conto di tutto il suo percorso lavorativo. La lavoratrice vince la sua causa, vedendo finalmente riconosciuto il valore del suo lavoro.

Dopo la stabilizzazione, il mio datore di lavoro pubblico può non riconoscere gli anni di precariato per lo stipendio?
No. Se le mansioni svolte erano le stesse, il datore di lavoro deve riconoscere tutta l’anzianità maturata per la progressione economica, come stabilito dalla Cassazione.

Il fatto di essere stato stabilizzato senza un concorso pubblico giustifica un trattamento diverso?
No, la Cassazione ha chiarito che la modalità di assunzione tramite stabilizzazione non è una ‘ragione oggettiva’ per discriminare il lavoratore e non riconoscere l’anzianità pregressa.

Cosa posso fare se il mio ente non mi riconosce l’anzianità di servizio maturata con contratti a termine?
È necessario agire legalmente per far valere il principio di non discriminazione e ottenere il corretto inquadramento retributivo e il pagamento delle differenze maturate.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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