Responsabilità sanitaria e perdita di chance di sopravvivenza
Il tema della responsabilità sanitaria è uno dei più complessi del panorama giuridico italiano, specialmente quando si intreccia con il concetto di perdita di chance di sopravvivenza. Una recente sentenza della Corte d’Appello ha affrontato il caso di un decesso avvenuto in ambito ospedaliero, chiarendo i confini tra l’errore medico e il diritto al risarcimento del danno.
I fatti del caso e la responsabilità sanitaria
La vicenda riguarda una paziente di 82 anni, affetta da una neoplasia polmonare in stadio avanzato, giunta al Pronto Soccorso in stato di forte astenia e vomito. Nonostante un’attesa prolungata al triage e il riscontro di una severa chetoacidosi diabetica, la paziente è deceduta poche ore dopo il ricovero. Gli eredi hanno citato in giudizio la struttura sanitaria, contestando diverse negligenze: dal ritardo nella presa in carico all’errata somministrazione di insulina (tipo intermedio per via endovenosa anziché rapida).
In primo grado, il Tribunale aveva respinto la domanda risarcitoria, ritenendo che, nonostante gli errori medici riscontrati, non vi fosse la prova che una condotta corretta avrebbe salvato la vita alla donna, date le sue precarie condizioni di salute.
L’errore medico nella somministrazione di farmaci
Un punto centrale della controversia ha riguardato la scelta terapeutica dei medici. La letteratura scientifica e le linee guida internazionali (come quelle dell’ADA e del NICE) indicano chiaramente che, in presenza di uno scompenso glicemico grave, l’unica via sicura sia l’infusione di insulina ad azione rapida. L’utilizzo di insulina intermedia per via endovenosa è considerato un errore terapeutico, in quanto il suo profilo farmacocinetico la rende inadatta a una correzione aggressiva e immediata della chetoacidosi.
Tuttavia, nell’ambito della responsabilità sanitaria, l’esistenza di un errore non è sufficiente a generare un obbligo di risarcimento se non si dimostra il nesso eziologico con l’evento morte.
Responsabilità sanitaria e nesso causale
La Corte d’Appello, confermando la decisione di primo grado, ha sottolineato che il nesso di causalità deve essere valutato secondo il criterio del “più probabile che non”. Nel caso specifico, la paziente presentava un quadro clinico estremamente compromesso: età avanzata, neoplasia in progressione e stato cachettico. Questi fattori portavano la probabilità di mortalità per chetoacidosi a oltre il 70%.
Di conseguenza, anche se i medici avessero agito in modo impeccabile, non è possibile affermare con certezza probabilistica che la paziente si sarebbe salvata. La morte è stata quindi attribuita alla gravità intrinseca delle patologie pregresse piuttosto che all’errore terapeutico.
Le motivazioni
Le motivazioni del rigetto risiedono nell’impossibilità di stabilire un legame certo tra la condotta dei sanitari e il decesso. La Corte ha chiarito che la perdita di chance di sopravvivenza non può essere considerata un bene autonomo se si risolve nell’incertezza del nesso causale. In altre parole, non si può risarcire una “probabilità della possibilità”. Per ottenere il ristoro, occorre dimostrare che la condotta colpevole ha privato il paziente di un risultato migliore che sarebbe stato, con alta probabilità, conseguito.
Inoltre, la Corte ha rilevato che le condizioni della paziente erano talmente gravi che la sua aspettativa di vita residua era stimata in appena un mese, rendendo la chance di sopravvivenza priva dei caratteri di serietà e apprezzabilità necessari per il risarcimento.
Le conclusioni
In conclusione, la sentenza ribadisce che la responsabilità sanitaria richiede una prova rigorosa del nesso di causalità. L’errore medico, pur censurabile, non è fonte di risarcimento se l’evento infausto appare inevitabile alla luce delle condizioni cliniche generali del soggetto. La decisione conferma inoltre l’orientamento restrittivo sulla perdita di chance, evitandone l’uso come strumento per aggirare il difetto di prova sulla causalità materiale. Gli eredi sono stati condannati al pagamento delle spese di lite, confermando l’integrale soccombenza nel giudizio di appello.
Quando l’errore medico porta effettivamente al risarcimento?
L’errore medico porta al risarcimento solo se si dimostra che, senza tale errore, l’evento dannoso non si sarebbe verificato secondo il criterio della probabilità prevalente.
Si può chiedere il danno per la perdita di chance di sopravvivenza?
Sì, ma la chance perduta deve essere seria e concreta. Se le condizioni del paziente erano già disperate, la possibilità di sopravvivenza è considerata troppo bassa per essere risarcita.
Cosa succede se il paziente muore per cause indipendenti dall’errore medico?
Se il decesso è causato da patologie pregresse e l’errore medico non ha inciso in modo determinante sulla sopravvivenza, la struttura sanitaria non è tenuta a risarcire il danno.