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Obbligo di repêchage: rifiuta il demansionamento e vince in Cassazione

Un lavoratore, reintegrato per ordine del giudice dopo un licenziamento, rifiuta la nuova posizione offerta dall’azienda perché di livello inferiore. L’azienda lo licenzia di nuovo, sostenendo di aver adempiuto al suo dovere. La Cassazione, però, dà ragione al lavoratore. Stabilisce che l’azienda non ha rispettato l’obbligo di repêchage, in quanto non ha provato l’impossibilità di ricollocare il dipendente in mansioni equivalenti. Offrire un incarico demansionante non è sufficiente per adempiere a un ordine di reintegra. Il licenziamento è quindi illegittimo.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 8672 Anno 2026
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Pubblicato il 18 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Reintegra al lavoro: non basta un’offerta qualsiasi

Un ordine del giudice che impone la reintegra di un lavoratore non può essere aggirato con un’offerta di lavoro al ribasso. La Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale a tutela dei dipendenti: l’azienda ha un preciso obbligo di repêchage, che consiste nel dover cercare attivamente una posizione lavorativa equivalente a quella persa, prima di poter procedere a un nuovo licenziamento. Questo caso dimostra come un’offerta di ricollocazione che comporta un demansionamento sia illegittima e non liberi l’azienda dai suoi doveri.

La vicenda: un licenziamento dopo la reintegra

La storia inizia con un lavoratore, con mansioni di autista, che viene licenziato nell’ambito di una procedura collettiva. Il dipendente impugna il licenziamento e ottiene una sentenza favorevole che ordina all’azienda di reintegrarlo nel suo posto di lavoro. In risposta, l’azienda offre al lavoratore una nuova posizione come “addetto ai servizi generali”, con un livello contrattuale inferiore. Il lavoratore rifiuta l’offerta, ritenendola un demansionamento ingiustificato. Di conseguenza, l’azienda lo licenzia una seconda volta, sostenendo di aver adempiuto al suo obbligo.

Il rifiuto legittimo del lavoratore

Il punto centrale della questione è la legittimità del rifiuto del lavoratore. Accettare la nuova posizione avrebbe significato subire un declassamento professionale ed economico. La legge tutela il lavoratore da queste situazioni, specialmente quando la ricollocazione deriva da un ordine di reintegra del giudice. L’ordine mira a ripristinare la situazione lavorativa precedente al licenziamento illegittimo. Pertanto, l’offerta dell’azienda deve essere coerente con tale finalità e riguardare mansioni di pari livello e contenuto professionale.

L’obbligo di repêchage a carico dell’azienda

La Corte di Cassazione ha chiarito che l’onere della prova grava interamente sul datore di lavoro. Non è il lavoratore a dover indicare possibili posti alternativi. È l’azienda che deve dimostrare, in modo concreto e dettagliato, di aver fatto tutto il possibile per trovare una collocazione equivalente. Deve provare che, al momento del licenziamento, non esisteva in azienda alcuna posizione vacante compatibile con il profilo professionale del dipendente. Una semplice affermazione generica di impossibilità non è sufficiente.

Le motivazioni: perché l’obbligo di repêchage non è stato rispettato

Nel caso specifico, i giudici hanno stabilito che l’azienda non ha fornito prove adeguate. Non ha dimostrato l’impossibilità di ricollocare l’ex autista in mansioni equivalenti, come ad esempio quelle di manutentore, che appartenevano alla stessa categoria contrattuale. L’azienda si è limitata a offrire una posizione di livello inferiore, basandosi su accordi sindacali ai quali, peraltro, il lavoratore era estraneo. Questa mossa è stata interpretata come un tentativo di vanificare l’ordine di reintegra del giudice. L’obbligo di repêchage non si esaurisce con una qualsiasi offerta, ma richiede una ricerca seria e documentata di alternative professionalmente valide.

Le conclusioni: la vittoria del lavoratore

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’azienda, confermando l’illegittimità del secondo licenziamento. La decisione finale è chiara: il lavoratore ha vinto la causa. L’azienda è stata condannata al pagamento delle spese processuali. Questo verdetto rafforza la tutela dei lavoratori, stabilendo che un ordine di reintegra deve essere eseguito in modo sostanziale e non formale. L’obbligo di repêchage impone al datore di lavoro un dovere di lealtà e correttezza, che non può essere eluso con offerte di lavoro penalizzanti per il dipendente.

Cos’è l’obbligo di repêchage?
È il dovere del datore di lavoro di verificare, prima di un licenziamento per motivi economici, se esistono in azienda altre posizioni libere in cui ricollocare il dipendente, anche con mansioni diverse ma equivalenti.

Un lavoratore può rifiutare un’offerta di lavoro dopo un ordine di reintegra?
Sì, se la posizione offerta è di livello inferiore (demansionamento) e non rispetta l’ordine del giudice di reintegrare il lavoratore in mansioni equivalenti a quelle che svolgeva prima.

Chi deve provare che non ci sono altri posti di lavoro disponibili?
L’onere della prova spetta esclusivamente al datore di lavoro. Deve dimostrare in modo concreto e oggettivo di aver cercato una soluzione alternativa e che non esistevano posizioni compatibili in tutta l’organizzazione aziendale.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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