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Clausola compromissoria: il giudice del lavoro batte l’arbitrato

Un amministratore societario ha citato in giudizio l’azienda chiedendo l’accertamento di un parallelo rapporto di lavoro subordinato e l’illegittimità del licenziamento. L’azienda ha eccepito l’incompetenza del giudice del lavoro, invocando la clausola compromissoria contenuta nello statuto societario che devolveva le liti ad arbitri. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che la clausola compromissoria dello statuto non si applica alle controversie relative a un autonomo e parallelo rapporto di lavoro subordinato, per il quale il ruolo di amministratore rappresenta solo un antecedente storico. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la competenza del Tribunale di Milano in funzione di giudice del lavoro, ordinando la riassunzione della causa.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 22055 Anno 2023
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Pubblicato il 19 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso: la clausola compromissoria e il doppio ruolo del lavoratore

Un amministratore di una società può essere contemporaneamente un dipendente subordinato della stessa azienda. Questa doppia veste genera spesso conflitti complessi, soprattutto quando il rapporto giunge al termine. Nel caso in esame, il lavoratore ha svolto funzioni di amministratore e, al contempo, ha sostenuto di aver prestato attività lavorativa dipendente. Dopo essere stato licenziato verbalmente, il lavoratore ha adito il giudice del lavoro per chiedere il riconoscimento del rapporto subordinato e la reintegrazione nel posto di lavoro. L’azienda si è opposta sostenendo che una clausola compromissoria (accordo per devolvere le liti ad arbitri privati) contenuta nello statuto escludeva la giurisdizione del tribunale ordinario.

Quando la clausola compromissoria non copre il rapporto di lavoro

La clausola compromissoria inserita nello statuto di una società serve a risolvere le liti interne tra soci, amministratori e società senza ricorrere ai tribunali dello Stato. Tuttavia, l’efficacia di tale clausola non è illimitata. La giurisprudenza ha chiarito che la qualità di amministratore è perfettamente compatibile con la nascita di un parallelo e autonomo rapporto di lavoro subordinato. Quando il lavoratore agisce in giudizio per far valere i diritti derivanti dal contratto di lavoro, la causa petendi (il motivo legale della richiesta) non risiede nello statuto societario. La richiesta si fonda invece sul concreto svolgimento di mansioni dipendenti sotto la direzione e il controllo altrui. Pertanto, la clausola compromissoria dello statuto non può estendersi automaticamente a un rapporto di natura diversa, come quello di lavoro subordinato, che gode di tutele costituzionali specifiche.

Le motivazioni: la distinzione tra ruolo societario e subordinazione

I giudici della Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso del lavoratore basandosi su principi giuridici consolidati. La Suprema Corte ha precisato che la verifica della competenza del giudice deve avvenire in limine (all’inizio del processo) sulla base delle sole affermazioni contenute nella domanda del ricorrente. Non rilevano, in questa fase preliminare, le contestazioni sollevate dall’azienda. Nel caso specifico, il lavoratore ha descritto in modo dettagliato le mansioni svolte, gli ordini ricevuti e l’organizzazione del lavoro dipendente. Questi elementi configurano un titolo giuridico del tutto autonomo rispetto alla carica di amministratore. Il rapporto societario rappresenta un semplice antecedente storico (un fatto del passato) e non la fonte del diritto al risarcimento o alla reintegrazione. Inoltre, la legge prevede requisiti molto severi per la validità di una clausola compromissoria in materia di lavoro. Tale clausola deve essere stipulata dopo l’inizio del rapporto lavorativo per garantire una scelta consapevole del lavoratore. Nel caso in esame, la disposizione dello statuto risaliva a molti anni prima dell’inizio del rapporto di lavoro, risultando quindi del tutto inefficace per la controversia di lavoro.

Le conclusioni: la decisione della Cassazione sulla competenza

La Corte di Cassazione ha concluso il giudizio dichiarando la piena competenza del Tribunale di Milano in funzione di giudice del lavoro. La Suprema Corte ha annullato la decisione precedente che aveva erroneamente trasferito la lite al collegio arbitrale. Questa pronuncia stabilisce un principio fondamentale a tutela dei lavoratori che rivestono cariche societarie. L’esistenza di una clausola compromissoria nello statuto non può privare il lavoratore del diritto di rivolgersi al giudice del lavoro per accertare la subordinazione. Il processo dovrà ora essere riassunto (riattivato) davanti al Tribunale di Milano, il quale dovrà valutare nel merito se il lavoratore fosse effettivamente assoggettato al potere direttivo dell’azienda e decidere sulle conseguenze del licenziamento orale.

Un amministratore di società può essere anche un lavoratore dipendente?
Sì, la carica di amministratore è compatibile con un parallelo rapporto di lavoro subordinato, purché le mansioni siano diverse e vi sia assoggettamento al potere direttivo della società.

Cos’è la clausola compromissoria contenuta nello statuto societario?
Si tratta di un accordo inserito nello statuto che affida la risoluzione delle controversie tra soci, amministratori e società a un collegio di arbitri privati invece che al giudice ordinario.

La clausola compromissoria dello statuto si applica alle liti di lavoro?
No, la clausola dello statuto non si applica alle controversie riguardanti un autonomo e parallelo rapporto di lavoro subordinato, che restano di competenza del giudice del lavoro.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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