La clausola claims made e la responsabilità delle strutture sanitarie
La gestione della responsabilità civile nelle strutture sanitarie presenta spesso notevoli complessità giuridiche. Una delle questioni più dibattute riguarda l’efficacia delle polizze assicurative e l’applicazione della clausola claims made (a richiesta fatta). Questa particolare clausola limita la copertura assicurativa alle sole richieste di risarcimento presentate dal danneggiato durante il periodo di validità del contratto. La Corte di Cassazione si è pronunciata nuovamente su questo tema con la sentenza numero 12878 del 2022. I giudici hanno affrontato il caso di una struttura ospedaliera che cercava di ottenere la copertura assicurativa per un risarcimento dovuto a un errore medico.
Il caso: la richiesta di rimborso rifiutata dall’assicurazione
La vicenda trae origine da un caso di responsabilità sanitaria. Una paziente ha subito un danno a causa di un trattamento medico errato avvenuto tra il 2002 e il 2003. La paziente ha presentato la richiesta di risarcimento diversi anni dopo, tra il 2009 e il 2010. Il tribunale ha accertato la responsabilità della struttura sanitaria e l’ha condannata a pagare oltre settantamila euro alla danneggiata.
A quel punto, la struttura sanitaria ha chiamato in causa le proprie compagnie assicuratrici per farsi rimborsare la somma. Le compagnie si sono opposte fermamente. Esse hanno eccepito che le polizze contenevano una clausola claims made. Secondo questa clausola, la copertura non era attiva perché la richiesta di risarcimento della paziente era giunta fuori dai termini temporali previsti dal contratto, nonostante l’errore medico fosse avvenuto durante il periodo di validità della polizza. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno dato ragione alle assicurazioni, spingendo la struttura sanitaria a ricorrere in Cassazione.
Che cos’è la clausola claims made e perché fa discutere
Nel contratto di assicurazione tradizionale, la copertura opera per tutti i sinistri accaduti durante il periodo di validità della polizza. Al contrario, la clausola claims made sposta il focus dal momento in cui avviene l’errore al momento in cui il danneggiato presenta la richiesta scritta di risarcimento.
Questo meccanismo crea spesso forti contrasti. Le strutture sanitarie lamentano uno squilibrio contrattuale, sostenendo che tali clausole limitino ingiustamente la responsabilità degli assicuratori. Spesso si contesta la natura vessatoria (cioè abusiva o eccessivamente penalizzante) di queste condizioni, soprattutto quando non vengono approvate specificamente per iscritto. Tuttavia, la giurisprudenza ha chiarito che queste clausole sono generalmente lecite, purché rispettino il principio di buona fede e realizzino un interesse meritevole di tutela per entrambe le parti.
Le motivazioni della sentenza sul giudicato esterno
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della struttura sanitaria basandosi su un principio giuridico fondamentale. I giudici hanno rilevato l’esistenza di un giudicato esterno (una decisione definitiva già presa in un altro processo).
In passato, la stessa struttura sanitaria e le medesime compagnie assicuratrici avevano già affrontato cause identiche riguardanti le stesse polizze. In quelle occasioni, la Cassazione aveva già stabilito con sentenze definitive che la clausola claims made inserita in quei contratti era perfettamente valida ed efficace.
Il principio del giudicato copre sia ciò che è stato espressamente discusso in giudizio, sia ciò che avrebbe potuto essere discusso. Di conseguenza, la struttura sanitaria non poteva riproporre la questione della nullità o della vessatorietà della clausola in un nuovo processo. La Cassazione ha inoltre chiarito che l’eventuale violazione degli obblighi informativi da parte dell’assicuratore non comporta la nullità del contratto, ma può solo fondare una richiesta di risarcimento dei danni.
Le conclusions: la sconfitta della struttura sanitaria
La decisione della Corte di Cassazione conferma la linea di assoluto rigore riguardo alla stabilità delle decisioni giudiziarie. La struttura sanitaria perde definitivamente la causa contro le compagnie assicuratrici e non otterrà alcun rimborso per le somme pagate alla paziente.
Inoltre, i giudici hanno condannato la ricorrente al pagamento delle spese legali in favore delle assicurazioni, quantificate in oltre cinquemila euro. Questa sentenza dimostra come la formazione di un giudicato impedisca di rimettere in discussione contratti già valutati come validi dall’autorità giudiziaria. Le strutture sanitarie devono quindi prestare massima attenzione alla formulazione dei contratti assicurativi al momento della stipula, poiché una volta accertata la validità delle clausole in sede giudiziale, non sarà più possibile contestarle.
Cosa succede se una richiesta di risarcimento viene presentata dopo la scadenza della polizza con clausola claims made?
L’assicurazione può legittimamente rifiutare il rimborso se la clausola prevede la copertura solo per le richieste ricevute durante la validità del contratto.
Si può contestare la validità di una clausola contrattuale se un altro giudice l’ha già dichiarata valida?
No, se tra le stesse parti si è formato un giudicato esterno, la decisione precedente è definitiva e non può essere ridiscussa in un nuovo processo.
La violazione del dovere di buona fede informativa rende nullo il contratto di assicurazione?
No, la Cassazione ha chiarito che la violazione degli obblighi informativi comporta solo il diritto a chiedere il risarcimento dei danni e non la nullità della polizza.