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Chiamata in causa del terzo: no al ricorso se il giudice la nega

Una lavoratrice ha fatto causa all’azienda per ottenere il pagamento di differenze retributive, sostenendo di aver svolto un rapporto di lavoro subordinato. L’azienda ha eccepito che una parte del periodo era un semplice tirocinio e ha chiesto la chiamata in causa del terzo (il Centro per l’Impiego), sollevando anche una questione di giurisdizione. Il Tribunale ha rifiutato la chiamata in causa. L’azienda ha impugnato la decisione con regolamento di competenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il provvedimento sulla chiamata in causa del terzo ha natura discrezionale e non è impugnabile. Inoltre, la giurisdizione spetta al giudice del lavoro in base al “petitum sostanziale” della domanda della lavoratrice, che chiede l’accertamento di un impiego subordinato privato.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 6 Num. 11223 Anno 2022
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Pubblicato il 21 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Come funziona la chiamata in causa del terzo nel processo del lavoro

La gestione delle dinamiche processuali richiede precisione e il rispetto di regole rigide. Spesso le aziende cercano di coinvolgere soggetti esterni durante una causa di lavoro. Questo meccanismo si definisce chiamata in causa del terzo e serve a estendere la responsabilità o a garantire una difesa completa. Tuttavia, la decisione finale spetta sempre al giudice. La Corte di Cassazione ha recentemente chiarito i limiti di questo strumento. Un’azienda non può impugnare direttamente il rifiuto del magistrato di inserire un terzo soggetto nel processo. La giurisdizione si determina infatti sulla base della richiesta principale del lavoratore.

Il caso: la richiesta di differenze retributive e la difesa dell’azienda

Una lavoratrice ha promosso un giudizio davanti al Tribunale civile per chiedere il pagamento di differenze retributive. La donna ha affermato di aver lavorato come dipendente subordinata per circa cinque anni presso un’azienda alberghiera. L’azienda si è costituita in giudizio per contestare la domanda. Secondo la difesa della società, la lavoratrice aveva svolto un semplice tirocinio formativo per un intero anno di quel periodo. Questo tirocinio era stato regolarmente autorizzato dal Centro per l’Impiego pubblico. Per questo motivo, l’azienda ha chiesto al giudice di chiamare in causa l’ente pubblico e di separare le cause relative al tirocinio e al lavoro subordinato. L’azienda ha anche sostenuto che il giudice del lavoro non avesse il potere di decidere sulla parte relativa al tirocinio. Il Tribunale ha respinto tutte le richieste dell’azienda. Il giudice ha negato l’autorizzazione a coinvolgere l’ente pubblico e ha confermato la propria competenza. L’azienda ha quindi proposto ricorso in Cassazione per contestare questo rifiuto.

Quando è possibile contestare la mancata chiamata in causa del terzo

Il codice di procedura civile regola in modo severo i rimedi contro le decisioni dei giudici. L’azienda ha utilizzato il regolamento di competenza per cercare di ribaltare il rifiuto del Tribunale. Questo strumento serve a stabilire in modo definitivo quale ufficio giudiziario debba decidere una controversia. La Cassazione ha spiegato che il provvedimento del giudice ha una natura puramente ordinatoria. Il magistrato valuta l’opportunità di estendere il processo a un altro soggetto secondo la sua discrezionalità. Questa scelta non decide la causa in modo definitivo e non toglie diritti alle parti. Di conseguenza, l’ordinanza che nega la chiamata in causa del terzo non è impugnabile autonomamente. L’azienda potrà far valere le sue ragioni solo al termine del giudizio di primo grado.

Le motivazioni della sentenza sulla chiamata in causa del terzo

I giudici della Suprema Corte hanno basato la decisione su principi consolidati. La giurisdizione si determina esclusivamente sulla base del diritto sostanziale che il ricorrente chiede di tutelare. Nel caso specifico, la lavoratrice ha chiesto l’accertamento di un rapporto di lavoro subordinato con soggetti privati. Questa richiesta rientra pienamente nella competenza del giudice ordinario del lavoro. La contestazione dell’azienda sulla natura del rapporto non sposta la competenza al giudice amministrativo. Inoltre, il Centro per l’Impiego non rappresenta un partecipante necessario al processo. La lavoratrice ha chiesto la condanna del datore di lavoro privato e non dell’ente pubblico. La mancata integrazione del contraddittorio non vizia quindi la regolarità del processo.

Le conclusioni sulla decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dall’azienda. Questa pronuncia conferma che il datore di lavoro non può bloccare il processo principale con ricorsi strumentali. Il giudice del lavoro continuerà a esaminare la richiesta della lavoratrice per verificare l’effettiva esistenza del rapporto subordinato. L’azienda deve pagare le spese di tasca propria per aver avviato un ricorso non consentito dalla legge. Questa decisione protegge la rapidità del processo del lavoro ed evita inutili allungamenti dei tempi della giustizia. I datori di lavoro devono quindi attendere la sentenza finale prima di contestare le scelte procedurali del magistrato.

Si può impugnare subito il rifiuto del giudice di chiamare in causa un terzo?
No, l’ordinanza con cui il giudice nega la chiamata in causa di un terzo ha natura discrezionale e non può essere impugnata immediatamente con il regolamento di competenza.

Come si stabilisce se una causa spetta al giudice del lavoro o a quello amministrativo?
La giurisdizione si determina in base al diritto effettivamente richiesto dal lavoratore nella sua domanda principale e non in base alle contestazioni sollevate dal datore di lavoro.

Cosa rischia l’azienda che propone un ricorso non consentito in Cassazione?
L’azienda rischia la dichiarazione di inammissibilità del ricorso e la condanna al pagamento delle spese di giudizio in favore della controparte.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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