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Attività lavorativa aggiuntiva: va pagata anche se accessoria

Un collaboratore ha chiesto all’azienda il pagamento di differenze retributive per lo svolgimento di compiti di trasporto e per un’attività lavorativa aggiuntiva non concordata (smistamento giornali e affissione locandine). La Corte d’Appello ha respinto la domanda, ritenendo i compiti aggiuntivi semplici attività accessorie assorbite dal compenso principale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore su questo punto. I giudici hanno stabilito che un’attività lavorativa aggiuntiva non può essere considerata automaticamente assorbita in quella principale senza una specifica pattuizione e senza valutare l’effettivo sforzo prestato e la congruità del compenso. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 5985 Anno 2022
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Pubblicato il 10 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso: quando l’attività lavorativa aggiuntiva non viene pagata

Un lavoratore ha svolto per anni compiti di trasporto e distribuzione di giornali per conto di un’azienda. Oltre a questa mansione principale, il collaboratore ha eseguito anche un’attività lavorativa aggiuntiva consistente nello smistamento dei quotidiani e nell’applicazione di bolli e locandine. L’azienda non ha mai pagato queste prestazioni extra. Il lavoratore ha quindi deciso di fare causa per ottenere le differenze retributive spettanti. Il tribunale e la corte d’appello hanno inizialmente respinto le sue richieste. I giudici di merito hanno ritenuto che i compiti di smistamento fossero semplici attività accessorie già comprese nel compenso globale. Il lavoratore non si è arreso e ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione.

Il nodo delle mansioni accessorie nel rapporto di lavoro

Il contrasto principale riguarda la definizione di mansione accessoria (un compito secondario collegato a quello principale). L’azienda sosteneva che lo smistamento dei giornali e l’affissione delle locandine fossero compiti minori. Secondo questa tesi, tali attività rientravano naturalmente nel servizio di trasporto e non richiedevano un pagamento separato. Il lavoratore, al contrario, ha dimostrato che questi compiti richiedevano tempo ed energie specifiche. Essi non erano previsti nel contratto originale. La legge stabilisce che ogni prestazione lavorativa deve ricevere una giusta retribuzione. Un datore di lavoro non può pretendere compiti extra gratis solo perché sono collegati alla mansione principale.

Le tariffe minime e l’iscrizione all’albo

La causa affrontava anche la richiesta di applicazione delle tariffe minime (i compensi minimi garantiti dalla legge) per l’attività di autotrasporto. La Cassazione ha chiarito un punto fondamentale su questo aspetto. Per pretendere l’applicazione di queste tariffe protette, il lavoratore deve dimostrare l’iscrizione all’albo degli autotrasportatori di cose per conto di terzi. Nel caso specifico, il collaboratore non ha fornito questa prova documentale. Di conseguenza, i giudici hanno rigettato questa specifica richiesta. Questo dimostra l’importanza di allegare sempre tutti i documenti necessari fin dal primo grado di giudizio.

Le motivazioni: perché l’attività lavorativa aggiuntiva va pagata

I giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso del lavoratore sul punto fondamentale. La Cassazione ha spiegato che non si può considerare un’attività lavorativa aggiuntiva come assorbita in quella principale senza una verifica approfondita. La corte d’appello ha commesso un errore unificando i due compiti in modo automatico. Per considerare una prestazione come accessoria e non pagabile a parte, deve esistere un accordo preciso tra le parti o una specifica previsione contrattuale. In mancanza di questo accordo, il giudice deve misurare l’entità delle energie lavorative richieste. Il magistrato deve poi valutare la congruità del corrispettivo dovuto per lo sforzo extra. L’assorbimento automatico viola il principio di proporzionalità della retribuzione.

Le conclusioni: la tutela del lavoratore per i compiti extra

La Corte di Cassazione ha cassato (annullato) la sentenza precedente e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione. Il lavoratore ha ottenuto una vittoria parziale ma decisiva. Ora i nuovi giudici dovranno esaminare specificamente l’attività di smistamento e affissione. Essi dovranno quantificare il valore di questo lavoro e stabilire il giusto indennizzo. Questa decisione tutela tutti i collaboratori che subiscono l’imposizione di compiti extra non concordati. Il principio stabilito impedisce alle aziende di sfruttare il lavoro accessorio senza pagare il dovuto corrispettivo.

Quando un compito extra è considerato attività lavorativa aggiuntiva da pagare a parte?
Un compito extra va pagato separatamente quando non è previsto dal contratto originale e richiede un dispendio autonomo di tempo ed energie, a meno che non ci sia un accordo scritto contrario.

Il datore di lavoro può considerare un compito aggiuntivo come compreso nello stipendio base?
No, il datore di lavoro non può assorbire automaticamente un compito extra nello stipendio base senza un accordo specifico o senza verificare la congruità del compenso complessivo.

Cosa succede se il lavoratore chiede le tariffe minime di autotrasporto senza essere iscritto all’albo?
La richiesta viene respinta perché l’applicazione delle tariffe minime di legge è strettamente subordinata alla prova dell’iscrizione all’albo degli autotrasportatori.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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