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Assegno di natalità: diritto garantito anche agli stranieri

La Corte di Cassazione ha stabilito che l’assegno di natalità deve essere garantito anche ai cittadini stranieri in possesso di un permesso di soggiorno per attesa occupazione. L’INPS aveva negato il beneficio a una lavoratrice poiché non titolare del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo. I giudici hanno chiarito che tale esclusione è discriminatoria e contraria ai principi costituzionali ed europei. Richiamando precedenti decisioni della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia UE, la Cassazione ha confermato che il bonus bebè rientra tra le prestazioni di sicurezza sociale spettanti a chiunque sia autorizzato a lavorare. La sentenza impugnata è stata quindi annullata, riconoscendo il diritto della richiedente a percepire la prestazione familiare negata.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 4368 Anno 2023
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Pubblicato il 20 aprile 2026 in Giurisprudenza Civile

L’assegno di natalità e i diritti dei cittadini stranieri

L’assegno di natalità rappresenta un sostegno fondamentale per le famiglie italiane e straniere che risiedono nel nostro Paese. Questo beneficio economico mira ad aiutare i genitori nelle spese iniziali dopo la nascita di un figlio. Tuttavia, per lungo tempo, l’accesso a questa misura ha generato numerosi conflitti legali. Il caso analizzato riguarda una cittadina straniera che ha visto respinta la propria domanda da parte dell’ente previdenziale. Il motivo del rifiuto risiedeva nella tipologia di documento di soggiorno posseduto dalla richiedente. Secondo l’ente, solo chi possedeva un permesso di lungo periodo poteva accedere al bonus. Questa interpretazione ha creato una disparità di trattamento significativa tra lavoratori con diverse tipologie di permesso.

Il diniego dell’INPS e il permesso di soggiorno

La vicenda nasce dal rifiuto dell’ente previdenziale di erogare il beneficio a una madre straniera. La donna era regolarmente presente in Italia con un permesso di soggiorno per attesa occupazione. Questo documento permette al cittadino straniero di cercare un nuovo lavoro dopo la perdita del precedente. L’ente sosteneva che la legge nazionale limitasse il bonus solo ai titolari di permessi di lungo periodo. Tale requisito escludeva automaticamente una vasta platea di lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti. La questione è giunta davanti ai giudici per stabilire se tale limite fosse legittimo o se costituisse una forma di discriminazione vietata dalle norme superiori.

La discriminazione nell’accesso ai benefici sociali

Escludere un genitore dal sostegno economico solo per il tipo di permesso di soggiorno posseduto solleva dubbi di costituzionalità. La legge italiana deve rispettare il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione. Inoltre, l’Italia deve adeguarsi alle direttive dell’Unione Europea che impongono parità di trattamento tra lavoratori nazionali e stranieri. Un lavoratore autorizzato a operare sul mercato del lavoro non può essere privato delle tutele sociali essenziali. La discriminazione basata sulla durata o sulla tipologia del permesso di soggiorno colpisce direttamente il nucleo familiare e il benessere del neonato. I giudici hanno dovuto valutare se il permesso per attesa occupazione fosse sufficiente a garantire l’accesso alle prestazioni familiari.

L’assegno di natalità come prestazione di sicurezza sociale

Un punto centrale della discussione riguarda la natura giuridica del bonus bebè. Alcuni tribunali ritenevano che fosse una misura discrezionale dello Stato. Al contrario, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha chiarito che l’assegno di natalità è una vera prestazione di sicurezza sociale. Questo significa che rientra in quelle tutele che l’Europa protegge con forza. Se una prestazione serve a coprire i carichi familiari, essa deve essere accessibile a tutti i lavoratori stranieri ammessi a fini lavorativi. Il permesso per attesa occupazione rientra pienamente in questa categoria, poiché abilita il titolare a svolgere attività lavorativa nel territorio dello Stato.

Le motivazioni della sentenza sull’assegno di natalità

I giudici della Cassazione hanno fondato la loro decisione su una recente sentenza della Corte Costituzionale. La Consulta ha dichiarato illegittima la norma che escludeva i cittadini stranieri senza permesso di lungo periodo dal beneficio. La motivazione principale risiede nel fatto che l’assegno di natalità non può essere subordinato a requisiti di residenza prolungata troppo rigidi. Tale restrizione viola l’articolo 3 della Costituzione, che impone l’uguaglianza, e l’articolo 31, che tutela la maternità e l’infanzia. Inoltre, la Corte ha ribadito che il diritto europeo prevale sulle leggi nazionali contrastanti. Poiché il permesso per attesa occupazione autorizza il lavoro, il titolare ha lo stesso diritto di un cittadino italiano a ricevere aiuti per la famiglia.

Le conclusioni sul diritto al bonus bebè

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice e ha annullato la precedente sentenza sfavorevole. Il risultato pratico è il riconoscimento del diritto a percepire l’assegno di natalità anche per chi non ha il permesso di lungo periodo. Il caso torna ora alla Corte d’Appello, che dovrà calcolare le somme esatte spettanti alla madre. Questa decisione rappresenta una vittoria importante per la parità di trattamento e per la tutela dei minori. L’ente previdenziale non potrà più negare il bonus bebè basandosi esclusivamente sulla tipologia di permesso di soggiorno, purché questo consenta di lavorare. La giustizia ha così ripristinato un equilibrio necessario tra le esigenze di bilancio e i diritti fondamentali della persona.

Chi può richiedere l’assegno di natalità secondo questa sentenza?
Tutti i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti che possiedono un permesso di soggiorno che consente di lavorare, incluso quello per attesa occupazione.

L’INPS può ancora negare il bonus se manca il permesso di lungo periodo?
No, la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale hanno stabilito che tale requisito è discriminatorio e illegittimo per questa prestazione.

Cosa deve fare chi ha ricevuto un rifiuto per lo stesso motivo?
È possibile contestare il diniego nelle sedi opportune, citando i principi stabiliti dalla Corte di Cassazione in questa ordinanza.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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