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Alternanza scuola-lavoro: quando il tirocinio nasconde il lavoro

L’INPS ha contestato a un’azienda l’utilizzo di quattordici studentesse come lavoratrici subordinate mascherate da tirocinanti in alternanza scuola-lavoro, richiedendo il pagamento dei contributi previdenziali. L’azienda sosteneva la regolarità dei corsi formativi. Mentre il Tribunale dava ragione all’INPS rilevando l’assenza di dipendenti a tempo indeterminato capaci di fare da tutor, la Corte d’Appello annullava la pretesa contributiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’INPS, stabilendo che i giudici di secondo grado avrebbero dovuto verificare l’effettivo svolgimento dell’attività formativa e la reale natura dei rapporti. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 18174 Anno 2023
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Pubblicato il 15 giugno 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso dell’alternanza scuola-lavoro e i controlli dell’INPS

L’istituto dell’alternanza scuola-lavoro rappresenta uno strumento fondamentale per avvicinare i giovani al mondo produttivo. Tuttavia, l’uso distorto di questo schema formativo può nascondere un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un’azienda che aveva inserito quattordici studentesse come tirocinanti. L’INPS ha contestato la genuinità di questi rapporti, richiedendo il pagamento dei contributi previdenziali omessi. La Suprema Corte ha chiarito i confini tra formazione e lavoro dipendente.

La contestazione dell’INPS sui tirocini formativi

La vicenda nasce dalle verifiche ispettive eseguite presso un’azienda individuale. Gli ispettori hanno riscontrato la presenza di quattordici studentesse impegnate in attività aziendali durante il periodo estivo. L’azienda ha difeso la regolarità dei tirocini, richiamando le convenzioni stipulate con gli istituti scolastici. Al contrario, l’ente previdenziale ha evidenziato l’assenza di una reale struttura formativa. Nel periodo in questione, infatti, l’azienda non impiegava lavoratori a tempo indeterminato in grado di svolgere il ruolo di tutor. Il Tribunale ha accolto la tesi dell’INPS, ritenendo impraticabile una vera offerta didattica. La Corte d’Appello ha invece ribaltato la decisione, escludendo l’obbligo contributivo sulla base della natura curriculare dei corsi.

Quando l’alternanza scuola-lavoro maschera il lavoro subordinato

Il nucleo del problema risiede nella distinzione tra l’apprendimento pratico e lo sfruttamento di manodopera a basso costo. L’alternanza scuola-lavoro non può tradursi in una mera prestazione lavorativa priva di tutoraggio e di obiettivi didattici concreti. Se mancano i presupposti della formazione, il rapporto si trasforma automaticamente in un impiego subordinato. Questa trasformazione comporta l’obbligo per il datore di lavoro di versare tutti i contributi previdenziali e assistenziali previsti dalla legge. I giudici devono quindi analizzare come si svolgono le giornate dei ragazzi in azienda, senza fermarsi ai soli documenti scritti.

Le motivazioni della decisione della Cassazione sull’alternanza scuola-lavoro

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’INPS per una precisa carenza nella sentenza d’appello. I giudici di secondo grado hanno omesso di verificare le concrete modalità di svolgimento dei tirocini all’interno dell’azienda. La sentenza impugnata si è limitata a ricostruire l’evoluzione delle leggi nel tempo, trascurando l’accertamento pratico del percorso formativo. Secondo la Suprema Corte, il giudice di merito deve sempre indagare se l’azienda abbia effettivamente fornito l’offerta formativa concordata. In caso di esito negativo, il magistrato deve verificare se il rapporto presenti le caratteristiche tipiche della subordinazione, che costituisce il presupposto dell’obbligo contributivo. La mancanza di dipendenti stabili idonei a formare le studentesse rappresenta un indizio rilevante che andava valutato con attenzione.

Le conclusioni della Suprema Corte sulla pretesa contributiva dell’INPS

La decisione della Cassazione stabilisce un principio di tutela rigoroso per gli studenti e per il sistema previdenziale. La Suprema Corte ha cassato la sentenza d’appello e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione. Il nuovo collegio giudicante dovrà riesaminare il caso attenendosi alle indicazioni fornite. I giudici dovranno accertare se l’azienda abbia realmente garantito l’addestramento delle tirocinanti o se abbia semplicemente utilizzato la loro attività per scopi produttivi. Questa pronuncia conferma che la regolarità formale delle convenzioni scolastiche non basta a escludere le sanzioni e i recuperi contributivi dell’INPS se manca la sostanza educativa.

Qual è la differenza principale tra un tirocinio formativo e un lavoro subordinato?
Il tirocinio formativo ha come scopo esclusivo l’apprendimento e l’orientamento professionale dello studente, mentre il lavoro subordinato prevede lo svolgimento di una prestazione lavorativa in cambio di una retribuzione sotto la direzione del datore di lavoro.

Cosa succede se un’azienda attiva l’alternanza scuola-lavoro senza garantire la formazione?
Se l’azienda non fornisce una reale formazione e non mette a disposizione dei tutor idonei, il rapporto può essere riqualificato come lavoro subordinato, con il conseguente obbligo di pagare i contributi previdenziali arretrati.

Basta firmare una convenzione con la scuola per essere al sicuro dai controlli dell’INPS?
No, la firma dei documenti e delle convenzioni non è sufficiente. Gli ispettori dell’INPS e i giudici verificano sempre le modalità pratiche con cui il tirocinio viene eseguito all’interno dell’azienda.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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