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Legge 329/1990

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Credito d’imposta dividendi esteri: vince sulla sola esenzione
Una società madre con sede nel Regno Unito ha richiesto il rimborso di un credito d'imposta sui dividendi ricevuti da una sua controllata italiana, basandosi sulla Convenzione bilaterale Italia-Regno Unito. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che la società beneficiava già dell'esenzione dalla ritenuta alla fonte prevista dalla Direttiva UE 'Madre-Figlia' e che i due regimi fossero alternativi. La Corte di Cassazione ha dato ragione alla società. Ha stabilito che l'esenzione UE e il credito d'imposta convenzionale non si escludono a vicenda. La società può scegliere il regime più favorevole per garantire la neutralità fiscale ed eliminare la doppia imposizione economica. La Corte ha quindi riconosciuto il diritto al credito d'imposta dividendi esteri.
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Doppia imposizione: rimborso dividendi e coesistenza
La Corte di Cassazione chiarisce il rapporto tra la Direttiva Madre-Figlia e le convenzioni bilaterali in materia di dividendi transfrontalieri. Una società madre estera, dopo aver beneficiato dell'esenzione dalla ritenuta alla fonte in Italia, ha richiesto il rimborso del credito d'imposta previsto dalla Convenzione Italia-Regno Unito. La Corte ha stabilito che i due regimi non sono alternativi ma coesistono per evitare la doppia imposizione. Tuttavia, l'applicazione combinata non deve generare una doppia non imposizione né concedere all'operatore straniero un trattamento più favorevole rispetto a quello nazionale.
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Abuso del diritto: leasing infragruppo e onere prova
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29936/2023, ha esaminato un caso di presunto abuso del diritto relativo a un'operazione di leasing traslativo immobiliare all'interno di un gruppo societario. L'Agenzia delle Entrate contestava l'operazione, ritenendola finalizzata unicamente a ottenere un indebito vantaggio fiscale. La Corte ha cassato la decisione di merito, chiarendo che per configurare l'abuso del diritto non è sufficiente provare l'esistenza di un'operazione infragruppo e un risparmio d'imposta. È necessario che l'amministrazione finanziaria dimostri specificamente la mancanza di sostanza economica e l'utilizzo distorto degli strumenti giuridici, elementi che il giudice di merito non aveva adeguatamente accertato, confondendo inoltre i concetti di abuso e simulazione.
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Credito imposta estero: no se manca pagamento reale
Una società manifatturiera chiedeva un credito d'imposta per tasse pagate nel Regno Unito su interessi maturati verso una società del gruppo. L'Agenzia delle Entrate ha negato il credito, sostenendo che gli interessi non erano stati effettivamente pagati, ma regolati tramite scritture contabili che trasferivano il debito a un'altra consociata. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, chiarendo che per l'applicazione del **credito d'imposta estero** è presupposto necessario un pagamento reale ed effettivo del reddito di fonte estera, non dimostrato nel caso di specie. Le mere annotazioni contabili sono risultate insufficienti.
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Tassazione TFR estero: la residenza vince
Un lavoratore italiano, residente e impiegato nel Regno Unito per un'azienda italiana, ha richiesto il rimborso delle imposte trattenute sul suo TFR. La Corte di Cassazione ha confermato il suo diritto, chiarendo che, secondo la convenzione contro la doppia imposizione tra Italia e Regno Unito, la tassazione TFR estero spetta esclusivamente al Paese in cui il lavoro è stato svolto e dove il contribuente risiede. La Corte ha inoltre specificato che la prova della residenza estera è sufficiente per il rimborso, anche in assenza di uno specifico certificato dell'autorità fiscale straniera.
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