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Legge 300/1970 — Anno 2022

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178 provvedimenti

Altri anni per Legge 300/1970

Licenziamento per cambio appalto: senza assunzione è nullo
Un'azienda di vigilanza ha intimato il licenziamento per cambio appalto a un dipendente, presupponendo il suo immediato passaggio alla società subentrante. Tuttavia, quest'ultima ha prima rifiutato l'assunzione e poi ha proposto un contratto a orario ridotto, interrompendo la continuità lavorativa. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il recesso, ordinando la reintegra del lavoratore e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che la legittimità del licenziamento per cambio appalto dipende dall'effettiva e incondizionata assunzione del lavoratore da parte della nuova azienda alle medesime condizioni. Senza questa garanzia reale, il licenziamento intimato dall'azienda uscente rimane nullo e privo di giustificazione.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: stop se l’attività c’è
Il caso riguarda il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato a un lavoratore addetto alla ristorazione. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il recesso, ordinando la reintegrazione del dipendente. I giudici hanno accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra due società collegate (quella alberghiera e quella di ristorazione), evidenziando che solo il settore alberghiero era stato soppresso, lasciando inalterata l'attività di ristorazione a cui il dipendente era addetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle società, confermando che il collegamento economico-funzionale (stesso complesso immobiliare, utenze comuni, gestione unitaria del personale) rende illegittimo il licenziamento, poiché l'attività del lavoratore non era stata realmente soppressa.
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Licenziamento per cambio appalto: nullo se la nuova ditta rifiuta
Un lavoratore viene licenziato a causa di un cambio di appalto. La società subentrante, tuttavia, rifiuta inizialmente l'assunzione e successivamente propone condizioni contrattuali peggiorative con orario ridotto. Il lavoratore impugna il provvedimento. La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità del recesso, stabilendo che il licenziamento per cambio appalto è legittimo solo se si realizza l'effettivo e incondizionato passaggio del dipendente alla nuova azienda, senza soluzioni di continuità e alle medesime condizioni economiche. Di conseguenza, la Suprema Corte rigetta il ricorso dell'azienda uscente, confermando la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro e la condanna al risarcimento del danno pari a dodici mensilità.
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Licenziamento disciplinare valido anche con reato prescritto
Un dipendente pubblico è stato sanzionato con il licenziamento disciplinare senza preavviso dal Comune per gravi fatti di peculato. Il procedimento disciplinare, avviato nel 2002, era stato sospeso in attesa del processo penale, conclusosi con una pronuncia di prescrizione. Il lavoratore ha contestato la tardività della ripresa del procedimento e la genericità delle accuse. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, confermando la legittimità del licenziamento. I giudici hanno chiarito che le regole del 2009 sulla ripresa dei procedimenti non si applicano a quelli già sospesi in precedenza, per i quali valgono i contratti collettivi. Inoltre, l'amministrazione può utilizzare autonomamente gli atti del processo penale per accertare la responsabilità disciplinare, anche in caso di estinzione del reato per prescrizione.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una lavoratrice impugna il proprio licenziamento collettivo, intimato da due società formalmente distinte ma operanti come un unico gruppo. La Corte d'Appello dichiara illegittimo il provvedimento, accertando l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le aziende, ordinando la reintegrazione e il risarcimento del danno. Le società ricorrono in Cassazione ma, prima della decisione, presentano formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo e condanna le aziende al pagamento delle spese legali. Applicando il principio della soccombenza virtuale, i giudici confermano che il ricorso sarebbe stato comunque respinto, validando la tutela della lavoratrice e l'illegittimità del licenziamento collettivo.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Le Società Datrici di Lavoro hanno impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di una dipendente, ordinandone la reintegrazione. La Corte d'Appello aveva accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le società del gruppo. Prima della decisione della Cassazione, le aziende hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo e ha condannato le società rinuncianti al pagamento delle spese di giudizio in favore della lavoratrice. La condanna alle spese si basa sul principio della soccombenza virtuale, poiché i motivi di ricorso delle aziende sarebbero stati comunque rigettati alla luce del consolidato orientamento giurisprudenziale sulla responsabilità solidale del gruppo societario.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo avviata da due società di trasporto aereo strettamente collegate, ottiene in appello la reintegra nel posto di lavoro. I giudici di merito accertano infatti l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro tra le due imprese. Le società propongono ricorso in Cassazione, ma successivamente vi rinunciano formalmente. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo per rinuncia. Tuttavia, applicando il principio della soccombenza virtuale, i giudici supremi condannano le aziende al pagamento delle spese di giudizio in favore del lavoratore. La Cassazione conferma che, in base ai precedenti, il ricorso delle società sarebbe stato comunque respinto, convalidando l'illegittimità del licenziamento e il diritto del dipendente alla reintegrazione e al risarcimento.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia che conferma la vittoria
Una lavoratrice impugna il proprio licenziamento collettivo intimato da due società collegate del settore aereo. La Corte d'Appello accerta l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le imprese, dichiara illegittimo il recesso e ordina la reintegrazione. Le società propongono ricorso in Cassazione ma, prima dell'udienza, depositano formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo e condanna le società al pagamento delle spese di giudizio. Applicando il principio della soccombenza virtuale, i giudici rilevano che il ricorso sarebbe stato comunque rigettato, confermando l'illegittimità del licenziamento collettivo e la correttezza della reintegrazione disposta nei precedenti gradi.
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Licenziamento collettivo: reintegra contro indennizzo economico
L'Azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo, lasciando a casa diversi dipendenti. I Lavoratori hanno impugnato il provvedimento, lamentando che la comunicazione finale non indicava i punteggi specifici e i carichi di famiglia utilizzati per la scelta. La Corte d'Appello ha ritenuto questa mancanza un semplice errore formale, concedendo solo un risarcimento economico. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione. I giudici hanno stabilito che l'assenza di dati chiari e comparativi impedisce ai dipendenti di verificare la correttezza della scelta. Questa grave lacuna non è una semplice irregolarità burocratica, ma si traduce in una violazione sostanziale dei criteri di selezione. Di conseguenza, i dipendenti hanno diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro e non a un semplice indennizzo in denaro.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una lavoratrice ha impugnato il proprio licenziamento collettivo ritenendolo illegittimo. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, accertando che le due società datrici di lavoro costituivano un unico centro di imputazione aziendale, e ha ordinato la reintegrazione. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, hanno depositato una formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo. Tuttavia, poiché la lavoratrice non ha accettato la compensazione delle spese legali, i giudici hanno applicato il principio della soccombenza virtuale. La Cassazione ha condannato le società al pagamento delle spese di giudizio, confermando che il loro ricorso sarebbe stato comunque respinto e che il licenziamento collettivo era illegittimo.
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Licenziamento collettivo: rinuncia al ricorso ma spese alle aziende
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo avviata da due società collegate, ha ottenuto in appello la reintegrazione nel posto di lavoro. I giudici di secondo grado hanno infatti accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le imprese. Le società hanno proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando la vittoria del lavoratore. Applicando il principio della soccombenza virtuale, i giudici hanno condannato le aziende al pagamento delle spese legali, poiché il loro ricorso sarebbe stato comunque respinto in base ai precedenti orientamenti giurisprudenziali favorevoli al dipendente.
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Impugnazione del licenziamento: azienda perde per difesa tardiva
Un lavoratore ha ottenuto la conversione di un contratto a progetto in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Tuttavia, i giudici di merito hanno negato la reintegrazione nel posto di lavoro, ritenendo tardiva l'impugnazione del licenziamento in seguito a un'eccezione sollevata dall'azienda solo in appello. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che l'eccezione di decadenza dall'impugnazione del licenziamento è un'eccezione in senso stretto. Di conseguenza, l'azienda deve sollevarla obbligatoriamente nella memoria difensiva di primo grado e non può farlo per la prima volta in appello. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Retribuzione globale di fatto: no ai benefit se chiesti tardi
Il Lavoratore ha impugnato il licenziamento inflitto dall'Azienda. La Corte d'Appello ha dichiarato l'illegittimità del licenziamento ordinando la reintegrazione e il risarcimento. Il Lavoratore ha fatto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della retribuzione globale di fatto, chiedendo di includere benefit aziendali (auto, telefono, pc) e altre voci. La Cassazione ha rigettato queste richieste poiché formulate in modo generico o tardivo, ribadendo che i documenti non integrano domande imprecise. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso per la mancata concessione di rivalutazione monetaria e interessi legali sulle somme dovute. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a pagare questi accessori, mentre la base di calcolo del risarcimento è rimasta invariata.
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Licenziamento disciplinare: difesa negata ma niente reintegro
Una lavoratrice è stata licenziata per assenza ingiustificata dopo aver rifiutato un trasferimento. L'azienda ha considerato tardive le sue giustificazioni scritte, escludendo di fatto il suo diritto a difendersi. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il licenziamento disciplinare solo per vizio di procedura, applicando una tutela economica e non la reintegrazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che la violazione del diritto di difesa del dipendente comporta solo un indennizzo economico. Inoltre, l'eventuale illegittimità del trasferimento non autorizza il lavoratore a smettere automaticamente di lavorare, dovendosi sempre valutare il comportamento secondo buona fede.
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Licenziamento collettivo: azienda perde per poca trasparenza
L'Azienda ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di due dipendenti per incompletezza informativa della comunicazione di avvio della procedura di mobilità. L'Azienda lamentava anche l'errata applicazione del rito ordinario anziché del rito Fornero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la mancata conversione del rito non invalida il processo se non arreca un concreto pregiudizio alla difesa. Inoltre, ha ribadito l'illegittimità del licenziamento collettivo poiché la comunicazione iniziale non specificava i motivi per cui la riduzione del personale era limitata a un solo stabilimento, impedendo un trasparente confronto sindacale. I lavoratori ottengono la reintegrazione e il risarcimento.
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Licenziamento collettivo: due ditte diverse, un solo reintegro
Un assistente di volo è stato licenziato all'interno di una procedura di licenziamento collettivo avviata da una compagnia aerea. I giudici hanno accertato che la società datrice di lavoro e un'altra azienda del gruppo costituivano un unico centro di imputazione. Di conseguenza, la scelta dei lavoratori da licenziare doveva considerare i dipendenti di entrambe le società e non solo della ditta formale. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del provvedimento, ordinando la reintegrazione del dipendente e il risarcimento del danno. I giudici hanno inoltre ribadito che spetta al datore di lavoro dimostrare l'eventuale ricollocazione del dipendente presso terzi per ridurre il risarcimento dovuto.
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Licenziamento collettivo: l’errore del gruppo costa la reintegra
Due società del settore aereo, formalmente distinte ma operanti come un unico centro di imputazione, hanno avviato una procedura di licenziamento collettivo limitando la scelta dei lavoratori in esubero a una sola di esse. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso, stabilendo che la platea dei lavoratori da considerare doveva comprendere i dipendenti di entrambe le società, data la sostanziale unicità aziendale. La Corte ha inoltre chiarito le modalità di calcolo del risarcimento, confermando la reintegrazione del dipendente e respingendo il ricorso delle aziende.
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Licenziamento collettivo: se il gruppo è unico il taglio è nullo
Un assistente di volo ha contestato il proprio licenziamento collettivo, avviato da una compagnia aerea. I giudici di merito hanno dichiarato l'illegittimità del provvedimento poiché la società datrice di lavoro e un'altra consociata costituivano, nei fatti, un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Di conseguenza, la platea dei lavoratori da considerare per gli esuberi doveva comprendere i dipendenti di entrambe le società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della compagnia aerea, confermando la reintegrazione del lavoratore e precisando le regole per il calcolo del risarcimento del danno, confermando che i guadagni ottenuti altrove dal lavoratore (aliunde perceptum) vanno provati dal datore di lavoro e non possono ridurre il risarcimento oltre i limiti di legge.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia e paga le spese
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dalla propria azienda, sostenendo che la selezione dei dipendenti da licenziare dovesse considerare anche un'altra società del gruppo, configurando un unico centro di imputazione. La Corte d'Appello le dà ragione, ordinando la reintegrazione e il risarcimento. Le società del gruppo propongono ricorso in Cassazione ma, successivamente, notificano la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte dichiara quindi estinto il processo per rinuncia, confermando di fatto la decisione d'appello favorevole alla lavoratrice. Le aziende rinuncianti vengono inoltre condannate al pagamento delle spese di giudizio in favore del difensore della lavoratrice, non avendo quest'ultima accettato la rinuncia senza spese.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Un lavoratore è stato licenziato nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo avviata dalla sua azienda. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il provvedimento perché la platea dei lavoratori da considerare doveva includere anche i dipendenti di un'altra società del gruppo, configurando un unico centro di imputazione. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione, ma ha successivamente notificato la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando l'illegittimità del licenziamento e condannando l'azienda al pagamento delle spese legali.
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