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Legge 26/2019

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48 provvedimenti

Reddito di cittadinanza: assoluzione per falsa residenza
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per false dichiarazioni finalizzate all'ottenimento del reddito di cittadinanza. La decisione si fonda su una sentenza della Corte di Giustizia UE che ha giudicato discriminatorio il requisito della residenza decennale per i cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo. Di conseguenza, la falsa dichiarazione su tale requisito è stata ritenuta penalmente irrilevante, facendo venire meno sia il reato specifico che la truffa, poiché il beneficio non era più considerato indebito.
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Omessa comunicazione reddito: condanna per dolo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di omessa comunicazione di informazioni rilevanti ai fini del reddito di cittadinanza. Il caso riguardava una donna che non aveva dichiarato lo stato di detenzione del coniuge. La Corte ha stabilito che tale omissione integra il dolo, elemento soggettivo necessario per il reato, e non una semplice negligenza. È stata inoltre respinta la richiesta di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a causa dei precedenti penali della ricorrente.
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Reddito di cittadinanza: l’omissione è frode aggravata
La Cassazione Penale conferma la condanna per frode aggravata e false dichiarazioni a un soggetto che ha omesso di comunicare una precedente condanna penale per ottenere il reddito di cittadinanza. La Corte ha stabilito che l'ignoranza della legge non è una scusa valida e che il silenzio su informazioni dovute per legge costituisce un inganno punibile, finalizzato a ottenere un beneficio non spettante.
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Reddito di cittadinanza: dichiarazione falsa è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una persona che aveva omesso di dichiarare la condanna definitiva del coniuge per ottenere il reddito di cittadinanza. La sentenza chiarisce che il reato sussiste anche se il richiedente avrebbe avuto diritto a un beneficio di importo inferiore, e che la recente abrogazione della misura non cancella i reati commessi in passato, configurandosi come una successione di leggi e non come abolitio criminis.
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Reddito di cittadinanza e patteggiamento: stop al sussidio
La Corte di Cassazione ha stabilito che una sentenza di patteggiamento, al pari di una condanna definitiva, impedisce l'accesso al reddito di cittadinanza. Sebbene la legge menzioni il patteggiamento solo come causa di revoca, la sua efficacia retroattiva lo configura come un requisito ostativo sin dalla richiesta iniziale, annullando di fatto la concessione.
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Prescrizione contributi: email valida a interromperla
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili due ricorsi incrociati tra un ente religioso e l'istituto previdenziale sul tema della prescrizione contributi. La Corte ha stabilito che la valutazione sull'idoneità di un'email a interrompere la prescrizione è un giudizio di fatto insindacabile in sede di legittimità. Inoltre, ha precisato che la sospensione dei termini di prescrizione per i contributi ex INPDAP si applica solo se il datore di lavoro è una pubblica amministrazione, status non dimostrato nel caso di specie.
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Revoca Reddito di Cittadinanza: quando è illegittima?
Il Tribunale ha accolto il ricorso di una cittadina contro il diniego del reddito di cittadinanza. La domanda era stata respinta perché presentata dopo una revoca reddito di cittadinanza, ma prima del termine di attesa previsto dalla legge. Poiché una precedente sentenza aveva dichiarato illegittima tale revoca, il giudice ha stabilito che nessun termine di attesa era dovuto, riconoscendo il diritto della ricorrente alla prestazione.
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Pensione Quota 100: quando è cumulabile con il lavoro
Un pensionato che beneficiava della "Pensione Quota 100" ha svolto un breve periodo di lavoro dipendente, percependo un reddito minimo. L'ente previdenziale ha richiesto la restituzione dell'intera annualità di pensione, sostenendo un'incompatibilità assoluta. Il Tribunale di Brescia ha accolto la tesi del pensionato, stabilendo che la "incumulabilità" prevista dalla legge non comporta la perdita dell'intera pensione, ma solo la sospensione dei ratei mensili percepiti durante i mesi di effettiva attività lavorativa. Di conseguenza, l'ente è stato condannato a restituire le somme trattenute in eccesso.
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