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L. n. 102 del 2009

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31 provvedimenti

Diniego interpello disapplicativo: si può ricorrere
Una società assicurativa ha richiesto la disapplicazione della normativa sulle Controlled Foreign Companies (CFC) per la sua controllata irlandese. L'Agenzia delle Entrate ha dichiarato l'istanza inammissibile. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale diniego interpello disapplicativo, anche se formalmente dichiarato 'inammissibile', è in realtà un provvedimento di merito che esprime una pretesa tributaria e, come tale, è immediatamente impugnabile davanti al giudice tributario, a tutela del diritto di difesa del contribuente.
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Accertamento retroattivo: la Cassazione sui limiti
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di accertamento retroattivo per capitali detenuti all'estero. Con l'ordinanza n. 26372/2025, ha stabilito che la presunzione legale di evasione introdotta nel 2009 non può essere applicata a periodi d'imposta precedenti, come il 2005. Tuttavia, ha confermato la validità retroattiva del raddoppio dei termini per l'accertamento in caso di violazioni che coinvolgono Paesi a fiscalità privilegiata. La Corte ha cassato la sentenza d'appello, rinviando il caso per una nuova valutazione basata non su una presunzione legale, ma su presunzioni semplici che l'Agenzia delle Entrate dovrà provare.
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Raddoppio termini accertamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento fiscale per capitali detenuti in paradisi fiscali è una norma procedurale e si applica retroattivamente. La Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro un contribuente, annullando la decisione di secondo grado che aveva ritenuto l'amministrazione decaduta dal potere di accertamento.
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Raddoppio termini accertamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento per investimenti detenuti in paradisi fiscali si applica anche se l'Agenzia delle Entrate non utilizza la presunzione legale specifica di evasione. La ratio della norma è fornire strumenti più efficaci per contrastare l'allocazione di capitali all'estero, indipendentemente dal metodo probatorio usato dall'Ufficio. La Corte ha quindi cassato la sentenza di merito che aveva dichiarato decaduta l'Amministrazione finanziaria dal potere impositivo.
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Raddoppio termini accertamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un contribuente contro un avviso di accertamento per fondi detenuti all'estero nell'anno 2000. La Corte ha confermato la legittimità del raddoppio termini accertamento, chiarendo che la norma applicabile era quella vigente al momento in cui il termine ordinario non era ancora scaduto. Anche se la presunzione legale di evasione del 2009 non è retroattiva, l'Amministrazione Finanziaria può comunque provare l'evasione tramite presunzioni semplici, gravi, precise e concordanti. Infine, è stato ribadito che il condono tombale non estende i suoi effetti ai capitali illecitamente esportati e non regolarizzati.
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Scudo fiscale società: non si estende alla S.r.l.
La Corte di Cassazione ha stabilito che i benefici dello scudo fiscale, attivati da una persona fisica in qualità di 'dominus', non possono essere estesi alla società di capitali da lui controllata. La decisione si fonda sull'interpretazione restrittiva della normativa, che elenca tassativamente i soggetti beneficiari, escludendo le società di capitali come le S.r.l. Di conseguenza, la Corte ha annullato la precedente sentenza favorevole alla società, rinviando il caso alla Corte di Giustizia Tributaria per un nuovo esame.
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Raddoppio termini accertamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16613/2025, interviene sul tema del raddoppio termini accertamento per capitali detenuti all'estero. Un contribuente era stato accertato per redditi non dichiarati su conti in paradisi fiscali. La Corte ha stabilito che la norma sul raddoppio dei termini ha natura procedurale e, quindi, si applica retroattivamente anche a periodi d'imposta precedenti alla sua entrata in vigore. Al contrario, la presunzione legale di evasione ha natura sostanziale e non è retroattiva. L'Amministrazione Finanziaria può comunque provare l'evasione usando presunzioni semplici, basate sui medesimi fatti.
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Presunzione fiscale retroattiva: stop della Cassazione
Un contribuente riceveva un avviso di accertamento per l'anno 2005 relativo a presunti redditi da investimenti detenuti all'estero e non dichiarati. I giudici di merito avevano applicato una presunzione legale introdotta nel 2009, che inverte l'onere della prova a carico del contribuente. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la presunzione fiscale retroattiva è inapplicabile. La norma, avendo natura sostanziale e non processuale, non può valere per il passato. L'Ufficio può però basarsi sugli stessi fatti come presunzioni semplici, seguendo le regole ordinarie.
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Presunzione evasione fiscale: il caso della Cassazione
Un contribuente deteneva capitali non dichiarati in un paradiso fiscale prima del 2009. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'omissione basandosi su una presunzione legale introdotta successivamente. La Cassazione ha stabilito che, sebbene la presunzione legale non sia retroattiva, i fatti (detenzione di capitali in un paradiso fiscale e mancata dichiarazione) costituiscono una valida presunzione evasione fiscale semplice, sufficiente a giustificare l'accertamento. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Investimenti esteri: la Cassazione e l’onere della prova
Un contribuente sosteneva che i pagamenti effettuati fossero per un acquisto immobiliare a Dubai, ma l'Agenzia delle Entrate li ha riclassificati come investimenti esteri non dichiarati in un paradiso fiscale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del contribuente, confermando che, una volta attivata la presunzione legale di reddito per la mancata compilazione del quadro RW, spetta al contribuente fornire prove solide e inequivocabili del contrario. La Corte ha ritenuto insufficienti le prove fornite e ha dichiarato inammissibile il tentativo di rimettere in discussione la valutazione dei fatti compiuta dai giudici di merito.
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Visto di conformità: violazione formale e credito IVA
Una società ha utilizzato in compensazione un credito IVA trimestrale senza il necessario visto di conformità. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, ma la Corte di Cassazione ha dato ragione al contribuente. La sentenza chiarisce che l'omissione del visto di conformità costituisce una violazione meramente formale che non pregiudica il diritto alla compensazione, a condizione che il credito sia sostanzialmente esistente. Inoltre, la Corte ha sottolineato l'importanza del momento in cui la norma è entrata in vigore, ritenendo non applicabile l'obbligo al caso specifico in quanto introdotto da una legge successiva alla presentazione della dichiarazione.
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