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D.P.R. 348/1983

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Stipendio: l’assegno ad personam riassorbibile non è per sempre
Un dirigente pubblico ha perso la causa contro l'Azienda Ospedaliera per cui lavorava. Il dirigente chiedeva il mantenimento di un assegno speciale ('ad personam') che gli era stato concesso anni prima. La Corte di Cassazione ha stabilito che quell'emolumento era un assegno ad personam riassorbibile. Questo significa che non era una parte fissa e intoccabile dello stipendio. Con l'arrivo dei nuovi contratti collettivi nazionali, che hanno definito nuove tabelle retributive, l'assegno aggiuntivo ha perso la sua efficacia ed è stato legittimamente assorbito e, di fatto, cancellato. La richiesta del dirigente è stata quindi respinta definitivamente.
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Ticket mensa notturno: spetta dopo le 6 ore di lavoro
Un infermiere del settore pubblico si era visto negare i buoni pasto per i turni di notte. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il diritto al ticket mensa notturno sorge ogni qualvolta il turno di lavoro supera le sei ore, garantendo così il diritto a una pausa, indipendentemente da accordi locali che possano prevedere diversamente per periodi specifici.
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Ticket mensa: spetta anche per il turno di notte
Una dipendente del settore sanitario si è vista negare il ticket mensa per i turni notturni svolti in un determinato periodo. I giudici di merito avevano respinto la sua domanda, ritenendo che il diritto fosse sorto solo con una successiva previsione contrattuale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che il diritto al ticket mensa non dipende dal tipo di turno (diurno o notturno), ma dal superamento delle sei ore lavorative, che dà diritto a una pausa. Di conseguenza, l'azienda sanitaria è stata condannata al pagamento dei buoni pasto arretrati.
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Buoni pasto turno notturno: diritto anche di notte
Un operatore sanitario si è visto negare i buoni pasto per i turni notturni. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, stabilendo che il diritto ai buoni pasto per il turno notturno è intrinsecamente legato alla pausa obbligatoria per i turni superiori a sei ore, indipendentemente dalla fascia oraria, e non può essere limitato da accordi aziendali inferiori.
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Buono pasto notturno: diritto se il turno è lungo
La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto al buono pasto notturno sussiste per i dipendenti del comparto sanità il cui turno di lavoro superi le sei ore. La 'particolare articolazione dell'orario' che fonda il diritto non è legata a fasce orarie specifiche, ma alla necessità di una pausa. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che negava il buono pasto a un'infermiera per i turni notturni.
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Buono pasto turno notturno: il diritto alla mensa vale
Un infermiere ha rivendicato il diritto ai buoni pasto per i turni notturni svolti tra il 2002 e il 2008. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, basato su un accordo aziendale che limitava il beneficio alle ore diurne, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. La Suprema Corte ha stabilito che il diritto al buono pasto per il turno notturno sorge quando l'orario di lavoro supera le sei ore, essendo legato alla pausa obbligatoria, e non può essere limitato da accordi locali in contrasto con il contratto collettivo nazionale.
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Orario di lavoro medico: la Cassazione e il giudicato
Un medico, ex condotto, contestava la riduzione del suo orario di lavoro disposta dall'Azienda Sanitaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento e l'esistenza di un giudicato interno per le pretese antecedenti, basando la decisione sull'orario di lavoro medico fissato in base al numero di assistiti.
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Assegno ad personam: limiti temporali e riassorbimento
Un dipendente del settore pubblico ha citato in giudizio un'azienda ospedaliera per ottenere una maggiorazione retributiva, nota come assegno ad personam, per gli anni dal 2002 al 2006, basandosi su una delibera aziendale del 1997. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, confermando la decisione della Corte d'Appello. La ragione fondamentale della decisione è che la stessa delibera del 1997 specificava la propria durata temporanea, limitandone gli effetti a un periodo precedente a quello richiesto dal dipendente, rendendo così la pretesa infondata.
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Omissione contributiva: il datore risarcisce il danno
Un ex dirigente medico ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro, un ospedale, per omissione contributiva sui compensi ricevuti per attività in 'plus orario' tra il 1994 e il 2004. L'ospedale sosteneva che tali compensi derivassero da lavoro autonomo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, stabilendo che si trattava di lavoro dipendente e che l'omissione contributiva dava diritto al risarcimento del danno. È stato chiarito che il lavoratore può scegliere tra l'azione risarcitoria e la costituzione di una rendita vitalizia, senza che la mancata richiesta di quest'ultima costituisca concorso di colpa.
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