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D.Lgs. 163/2006 — Sezione Sesta Civile

8 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 163/2006

Incentivo per il collaudo: vietati i tagli retroattivi
Un ente pubblico ha affidato a un ingegnere l'incarico di verificare due lotti stradali nel 2006. Al termine delle attività nel 2013, l'amministrazione ha ridotto il compenso spettante al dipendente applicando un regolamento interno del 2011 meno favorevole rispetto a quello originario. Il tecnico ha quindi promosso un'azione legale per ottenere l'intero importo pattuito. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ente pubblico, stabilendo che l'incentivo per il collaudo deve essere liquidato secondo le regole e le tariffe vigenti al momento dell'affidamento iniziale dell'incarico. L'amministrazione non può modificare unilateralmente i criteri di calcolo a sfavore del professionista dopo la stipula dell'accordo.
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Incentivo di progettazione: la data dell’incarico batte l’appalto
Tre dipendenti tecnici di un ente pubblico per la gestione stradale hanno richiesto giudizialmente il pagamento del compenso accessorio per le mansioni svolte nell'Ufficio di Alta Sorveglianza per un appalto stradale. L'azienda si opponeva al versamento sostenendo che i lavoratori non avevano partecipato alla progettazione e che l'appalto risaliva a una data anteriore al regolamento interno di liquidazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente stradale confermando la condanna al pagamento. La Suprema Corte ha chiarito che il diritto all'incentivo di progettazione si determina in base alla disciplina e ai regolamenti vigenti al momento del conferimento formale dell'incarico tramite ordine di servizio e non in base alla data dell'appalto originario.
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Compenso del collaudatore: nessun taglio retroattivo
Un professionista riceve l'incarico di collaudo per un'opera stradale nel 2006, sotto la vigenza di un regolamento aziendale favorevole. L'attività si conclude nel 2013. L'ente committente riduce l'importo liquidato applicando un nuovo regolamento del 2011, fortemente peggiorativo per il tecnico. Il professionista agisce in giudizio per ottenere l'intero importo pattuito. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'ente pubblico e conferma che la determinazione economica e la disciplina applicabile per il compenso del collaudatore si fissano al momento del conferimento dell'incarico. L'amministrazione non può modificare unilateralmente le condizioni economiche in modo retroattivo e peggiorativo, dovendo pagare l'intero importo originariamente previsto.
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Contratto di progettazione: niente compenso per l’opera incompleta
Un Ente Pubblico affida a una Società di Ingegneria l'incarico per la realizzazione di un'opera tramite un contratto di progettazione. Dopo aver corrisposto i compensi, l'Ente cita la società in giudizio per ottenere la restituzione delle somme relative alle fasi non completate, lamentando l'assenza del progetto esecutivo. I giudici di merito riconoscono il compenso per il progetto preliminare e definitivo, ma condannano l'appaltatore a restituire le somme per l'esecutivo mai redatto. La Società di Ingegneria impugna la decisione in Cassazione contestando la valutazione della perizia tecnica. La Suprema Corte rigetta il ricorso: i giudici di merito hanno motivato chiaramente e le censure tecniche non possono tradursi in un inammissibile riesame dei fatti. La società perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Responsabilità solidale negli appalti e partecipate pubbliche
Un dipendente di una ditta appaltatrice ha agito in giudizio per recuperare crediti retributivi non pagati dal datore di lavoro fallito. L'azione ha coinvolto anche la società committente a partecipazione pubblica. La Corte d'Appello aveva escluso il committente dal pagamento, equiparandolo a una Pubblica Amministrazione. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione, stabilendo che la responsabilità solidale negli appalti si applica pienamente alle società private a controllo pubblico che operano come enti aggiudicatori. Queste ultime devono garantire i crediti dei lavoratori impiegati nell'appalto.
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Contratto collettivo applicabile: azienda grande perde qualifica
Un lavoratore addetto alla manutenzione di impianti antincendio presso un ospedale pubblico ha chiesto l'applicazione del CCNL Metalmeccanici Industria in sostituzione di quello Artigiano, con il conseguente riconoscimento di una categoria superiore e delle relative differenze retributive. L'azienda si è opposta sostenendo di essere iscritta all'Albo delle imprese artigiane. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del dipendente, rilevando che l'impresa superava ampiamente il limite dimensionale massimo di dipendenti per essere considerata artigiana, avendone ben 163. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il giudice ordinario può verificare i requisiti reali dell'azienda e disapplicare l'iscrizione all'albo. Di conseguenza, il contratto collettivo applicabile deve essere quello dell'industria metalmeccanica, coerente con la natura dell'appalto pubblico e le dimensioni aziendali. L'azienda perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Cessione del credito alla PA: il silenzio non vale come assenso
Un'azienda stradale ha ceduto a un'altra società privata il proprio credito verso un'importante società pubblica concessionaria per lavori autostradali. La società pubblica ha rifiutato la cessione oltre il termine di quindici giorni previsto dal Codice dei contratti pubblici. La Corte d'Appello aveva ritenuto valida la cessione per via del ritardo nel rifiuto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società pubblica. I giudici hanno chiarito che la cessione del credito verso la Pubblica Amministrazione a favore di soggetti non bancari o finanziari richiede sempre l'adesione espressa dell'ente pubblico. Il semplice silenzio o il ritardo non equivalgono ad accettazione. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Lodo arbitrale: termini di impugnazione inderogabili
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità dell'impugnazione di un lodo arbitrale relativo a lavori pubblici poiché presentata oltre il termine di 180 giorni. La ricorrente sosteneva che dovesse applicarsi il termine annuale previsto dal codice di procedura civile, in virtù di una specifica clausola contrattuale. La Suprema Corte ha invece stabilito che le norme sui termini di impugnazione del lodo arbitrale hanno natura processuale e di ordine pubblico, risultando pertanto inderogabili dalla volontà negoziale delle parti.
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