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D.Lgs. 148/2015

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Mobbing sul lavoro: prova e risarcimento del danno
Il caso riguarda un dipendente che ha citato in giudizio il datore di lavoro richiedendo il risarcimento per una malattia professionale derivante da mobbing sul lavoro. Il Tribunale ha analizzato diverse condotte, tra cui trasferimenti e sanzioni, concludendo che mancava la prova di un intento persecutorio sistematico. Il ricorso è stato rigettato poiché le scelte datoriali erano giustificate da reali esigenze organizzative o erano reazioni legittime a condotte indisciplinate del lavoratore.
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Recupero CIGO: il diritto non scade in sei mesi
La Corte d'Appello ha stabilito che il termine di decadenza semestrale previsto per il recupero CIGO riguarda esclusivamente le procedure semplificate di conguaglio e rimborso amministrativo. Il datore di lavoro conserva il diritto di credito sostanziale verso l'ente previdenziale per le somme anticipate ai lavoratori, potendo agire secondo le regole ordinarie di ripetizione dell'indebito.
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Maturazione ferie in cassa integrazione: azienda contro lavoratori
Un'azienda ha calcolato i giorni di ferie e permessi dei dipendenti in cassa integrazione (CIG) considerando solo i giorni di lavoro effettivo, escludendo i periodi di sospensione inferiori a quindici giorni al mese. I lavoratori hanno contestato questo calcolo. La Corte d'Appello ha dato ragione ai dipendenti, applicando la regola del contratto collettivo che considera come mese intero la frazione superiore a quindici giorni. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, ritenendo la questione di particolare importanza interpretativa riguardo alla maturazione ferie in cassa integrazione, ha emesso un'ordinanza interlocutoria, rinviando la causa in udienza pubblica per una decisione definitiva.
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Licenziamento collettivo: legittimo anche con solidarietà attiva
Due lavoratrici hanno impugnato il loro licenziamento collettivo, intimato nell'ambito di una riorganizzazione aziendale che prevedeva l'esternalizzazione dei servizi di prenotazione. Le dipendenti lamentavano la genericità dei criteri di scelta basati sulle esigenze aziendali e la violazione del divieto di licenziamento durante un contratto di solidarietà. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle lavoratrici. I giudici hanno chiarito che il criterio delle esigenze aziendali è legittimo se risponde a scelte organizzative non discriminatorie. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato che il divieto di licenziamento legato ai contratti di solidarietà è stato abrogato prima dell'avvio della procedura, rendendo quindi lecito il provvedimento espulsivo. L'azienda ha vinto la causa e le lavoratrici sono state condannate al pagamento delle spese processuali.
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Fondo di solidarietà residuale: scontro tra diritto e discrezionalità
Una società di ingegneria ha richiesto l'accesso alle prestazioni del Fondo di solidarietà residuale per i propri dipendenti. Dopo il diniego dell'ente previdenziale, la Corte d'Appello ha ordinato all'istituto di riesaminare le domande nel merito. L'ente ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che il giudice non può ordinare un'attività specifica alla Pubblica Amministrazione quando si tratta di interessi legittimi. La Suprema Corte ha ritenuto la questione di particolare rilevanza nomofilattica, rinviando la causa a una pubblica udienza per definire se l'accesso al fondo costituisca un diritto soggettivo o un interesse legittimo. La decisione influenzerà i futuri ricorsi delle aziende contro i dinieghi amministrativi.
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Licenziamento collettivo: limiti e criteri di scelta
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di licenziamento collettivo in cui un'azienda di servizi aveva limitato la platea dei lavoratori da licenziare solo alle sedi di Roma e Napoli. Un'ex dipendente ha impugnato il licenziamento, sostenendo che la comparazione avrebbe dovuto estendersi a tutto il personale nazionale. La Corte ha rigettato il ricorso, affermando la legittimità della procedura. È stato chiarito che un'azienda può limitare l'ambito di comparazione a specifiche unità produttive, a condizione che nella comunicazione di avvio della procedura siano esplicitate in modo trasparente le oggettive esigenze tecnico-produttive, organizzative ed economiche che giustificano tale scelta, permettendo così un efficace controllo da parte delle organizzazioni sindacali.
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Criteri di scelta CIGS: illegittimi se generici
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un'azienda manifatturiera, confermando l'illegittimità della sospensione di alcuni lavoratori. La Corte ha stabilito che i criteri di scelta CIGS devono essere specifici e verificabili, non generici o basati su decisioni discrezionali del datore di lavoro. La mancanza di trasparenza nei criteri rende la collocazione in Cassa Integrazione illegittima e obbliga l'azienda al risarcimento del danno.
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Responsabilità solidale datore di lavoro: il caso del FIS
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità solidale del datore di lavoro cedente e cessionario per il pagamento di somme equivalenti all'integrazione salariale (FIS) non percepita dai lavoratori a seguito di un trasferimento di ramo d'azienda. La Corte ha chiarito che la domanda per differenze retributive può essere riqualificata dal giudice come richiesta di risarcimento, senza incorrere nel vizio di ultrapetizione, e che la garanzia dell'art. 2112 c.c. copre tutti i crediti del lavoratore, inclusi quelli di natura risarcitoria.
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Responsabilità solidale: cedente e cessionario obbligati
Un gruppo di lavoratori, trasferiti a seguito di affitto di ramo d'azienda, non ha ricevuto l'integrazione salariale (FIS) a causa del rigetto della domanda da parte dell'INPS. La Cassazione ha confermato la responsabilità solidale dell'azienda cedente e di quella cessionaria per il pagamento di una somma corrispondente all'integrazione mancata, rigettando le eccezioni di ultrapetizione e la limitazione della responsabilità.
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Dimissioni giusta causa e Cassa Integrazione COVID
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27350/2024, ha rigettato il ricorso di un lavoratore che si era dimesso per giusta causa lamentando un demansionamento e un uso illegittimo del Fondo di Integrazione Salariale (FIS) durante l'emergenza COVID-19. La Corte ha stabilito che la normativa emergenziale ha derogato agli obblighi di comunicazione standard per l'accesso alla cassa integrazione e che la sospensione temporanea del rapporto non costituisce di per sé una giusta causa di dimissioni. Di conseguenza, il lavoratore è stato condannato a pagare l'indennità di mancato preavviso e la penale per violazione del patto di stabilità.
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Obbligo comunicazione CIGS: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 8285/2024, ha stabilito che l'obbligo di comunicazione CIGS per il datore di lavoro sussiste anche in caso di cessazione di attività di una singola unità produttiva. L'azienda deve specificare i criteri di scelta dei lavoratori da sospendere e le ragioni della mancata rotazione, anche se l'attività viene trasferita. La genericità della comunicazione rende la procedura illegittima e comporta il diritto al risarcimento del danno per i lavoratori.
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Comunicazione CIGS: gli obblighi per l’azienda
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7642/2024, ha confermato l'illegittimità della collocazione in Cassa Integrazione Straordinaria (CIGS) di alcuni dipendenti a seguito della chiusura di un'unità produttiva. La Corte ha stabilito che la comunicazione CIGS iniziale inviata ai sindacati era generica e non specificava adeguatamente i criteri di scelta dei lavoratori da sospendere, né le ragioni della mancata rotazione con il personale di altre sedi. Secondo i giudici, l'obbligo di informazione dettagliata sussiste sempre, anche in caso di cessazione totale dell'attività di una sede, per garantire la trasparenza e la verificabilità delle decisioni aziendali.
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Licenziamento in CIGS: quando è legittimo?
Un lavoratore, reintegrato e posto in CIGS, viene licenziato per giusta causa dopo che la compagnia aerea scopre un suo secondo impiego a tempo pieno e indeterminato. Il lavoratore aveva omesso di comunicare tale circostanza, tentando di percepire l'integrazione salariale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, ritenendo la condotta una grave violazione degli obblighi di correttezza e buona fede, incompatibile con il mantenimento del rapporto di lavoro. La sentenza chiarisce l'impossibilità di cumulare la CIGS con un altro rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
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Criteri di scelta CIGS: obblighi di comunicazione
La Cassazione ha confermato l'illegittimità della sospensione di alcuni lavoratori, ribadendo che l'azienda deve sempre comunicare i Criteri di scelta CIGS e le ragioni della mancata rotazione, anche in caso di cessazione di attività di una singola unità produttiva. La comunicazione generica è stata ritenuta una violazione procedurale.
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Criteri Cassa Integrazione: obblighi di comunicazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 2686/2024, ha stabilito l'illegittimità di una procedura di Cassa Integrazione Straordinaria (CIGS) avviata da un'azienda per la chiusura di un'unità produttiva. La Corte ha ribadito che l'obbligo di comunicare in modo trasparente i criteri di scelta dei lavoratori da sospendere e le ragioni della mancata applicazione della rotazione è inderogabile. La genericità della comunicazione iniziale, che non motivava l'infungibilità delle mansioni, vizia la procedura, rendendo la sospensione illegittima e dando diritto ai lavoratori al risarcimento del danno, pari alla differenza tra la retribuzione piena e l'integrazione salariale percepita. La sentenza sottolinea che questi obblighi procedurali servono a garantire la trasparenza e la verificabilità delle scelte aziendali, anche in caso di cessazione di attività.
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Conguaglio contributi CIGS: quando si evita la decadenza
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34274/2024, chiarisce i termini per il conguaglio dei contributi CIGS. La Corte ha stabilito che, per evitare la decadenza, non è sufficiente la richiesta di autorizzazione all'INPS, ma è necessario l'effettivo pagamento della differenza contributiva. Tale pagamento deve avvenire entro il giorno 16 del mese successivo alla fine del periodo di paga in cui scade il termine semestrale. Nel caso specifico, pur correggendo la motivazione della Corte d'Appello, la Cassazione ha ritenuto il pagamento dell'azienda tempestivo, rigettando il ricorso dell'INPS.
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Conguaglio CIG: come evitare la decadenza per errori
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'azienda non perde il diritto al conguaglio CIG se effettua la compensazione entro i termini di legge, anche in presenza di un errore formale nella comunicazione all'ente previdenziale. La sentenza chiarisce che l'atto che interrompe la decadenza è il conguaglio stesso (un'operazione contabile automatica) e non la richiesta o la successiva comunicazione dei dati.
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Impossibilità sopravvenuta e stipendio nel lockdown
La Corte di Cassazione ha stabilito che un datore di lavoro del settore aereo, impossibilitato a ricevere la prestazione lavorativa a causa del lockdown per COVID-19, non è tenuto a corrispondere la retribuzione. Questo principio si applica quando l'impossibilità sopravvenuta non è imputabile all'azienda, la quale era legalmente esclusa dagli ammortizzatori sociali ordinari previsti per l'emergenza. La Corte ha chiarito che la sospensione dell'attività per ordine dell'autorità ('factum principis') determina una quiescenza del rapporto di lavoro, sospendendo l'obbligo di retribuzione.
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Decadenza CIGS: quando la comunicazione è tardiva
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore in Cassa Integrazione Straordinaria (CIGS) perde il diritto al trattamento se non comunica preventivamente all'Ente Previdenziale l'inizio di una nuova attività lavorativa. Nel caso di un pilota, il periodo di addestramento presso una nuova compagnia non è considerato 'periodo neutro' se fa parte di un contratto di lavoro finalizzato non solo al mantenimento del brevetto, ma a una nuova assunzione. La comunicazione inviata dopo l'inizio del contratto comporta la decadenza CIGS.
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Indennità di mobilità: quando spetta nel terziario?
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso relativo all'indennità di mobilità per una dipendente di un'azienda di servizi. Annullando la decisione d'appello, la Corte ha stabilito che l'iscrizione nelle liste di mobilità non conferisce un diritto automatico alla prestazione. È essenziale verificare concretamente se l'attività del datore di lavoro rientri nel campo di applicazione della CIGS, presupposto fondamentale. Il caso è stato rinviato per accertare la natura 'commerciale' dell'attività aziendale.
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