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Dir. UE 1023/2019

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30 provvedimenti

Prededuzione del credito: non si trasferisce al fallito
Una società finanziatrice aveva concesso un credito, beneficiando della prededuzione, a un'impresa in concordato preventivo. Quest'ultima ha poi ceduto la propria azienda a una seconda società, che è successivamente fallita. La società cessionaria del credito ha tentato di far valere la prededuzione nel fallimento della seconda impresa. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, statuendo che la prededuzione del credito è una qualità procedurale legata soggettivamente all'impresa che l'ha originata e non si trasferisce al fallimento di un soggetto diverso, neanche in caso di cessione d'azienda.
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Classi di creditori: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un ente previdenziale contro l'omologazione di un concordato preventivo. L'ente contestava l'inserimento dei propri crediti nella stessa classe dei crediti tributari. La decisione si fonda su un vizio processuale: il ricorrente non ha specificamente impugnato tutte le autonome ragioni (le 'ratio decidendi') su cui si basava la decisione della Corte d'Appello, in particolare quella relativa alla cosiddetta 'prova di resistenza'. Di conseguenza, la Corte non è entrata nel merito della corretta formazione delle classi di creditori.
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Esdebitazione: l’errore di calcolo non la nega
La Corte di Cassazione ha annullato la decisione di una Corte d'Appello che negava l'esdebitazione a un imprenditore fallito. La Corte ha riscontrato un errore nel calcolo della percentuale di soddisfacimento dei creditori, sottolineando che non si possono includere nel calcolo i crediti tardivi non ancora accertati. È stato riaffermato il principio del favor debitoris, secondo cui l'esdebitazione può essere negata solo se il soddisfacimento dei creditori è totalmente assente o 'affatto irrisorio', valutazione che spetta al giudice di merito sulla base di calcoli corretti e di un'interpretazione estensiva della norma.
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Recesso socio spa: sì alla clausola ad nutum statutaria
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2629/2024, ha stabilito la legittimità della clausola statutaria che consente il recesso socio spa 'ad nutum' (a discrezione) anche in società per azioni costituite a tempo determinato. Il caso riguardava un socio di una S.p.A. farmaceutica che si era visto negare il diritto di recesso previsto dallo statuto, poiché le corti di merito ritenevano tale facoltà limitata alle sole società a tempo indeterminato. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che l'autonomia statutaria, rafforzata dalla riforma del 2003, permette ai soci di introdurre liberamente ulteriori cause di recesso per bilanciare i propri interessi, a condizione che la società non faccia ricorso al mercato del capitale di rischio.
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Cram down: ricorso inammissibile per questioni nuove
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ente previdenziale contro l'omologa di un concordato preventivo. La decisione si fonda su un vizio procedurale: l'ente ha sollevato per la prima volta in sede di legittimità una complessa questione interpretativa sul meccanismo del cram down e la sua compatibilità con la normativa UE. Tale questione, non essendo stata dibattuta nei precedenti gradi di giudizio, è stata considerata 'nuova' e, pertanto, non esaminabile nel merito dalla Suprema Corte.
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Cram down concordato: voto ente pubblico e omologa
La Corte di Cassazione chiarisce l'applicazione del meccanismo del cram down concordato. In un caso riguardante l'opposizione di un ente previdenziale al piano di ristrutturazione di una società, la Corte ha stabilito che il voto contrario dell'ente, se decisivo per il raggiungimento delle maggioranze, non viene neutralizzato, ma consente al tribunale di sostituire la propria valutazione di convenienza a quella dell'ente, procedendo all'omologazione del concordato. Questa interpretazione favorisce la soluzione concordataria per superare la crisi d'impresa.
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Esdebitazione fallimento: si applica la vecchia legge
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione stabilisce un principio chiave in materia di esdebitazione fallimento. Per le procedure di fallimento avviate prima dell'entrata in vigore del nuovo Codice della Crisi (15 luglio 2022), la richiesta di liberazione dai debiti deve seguire le regole della vecchia Legge Fallimentare. La Corte ha chiarito che l'esdebitazione non è un procedimento autonomo, ma la fase conclusiva del fallimento, e pertanto soggiace alla stessa disciplina normativa applicata all'intera procedura, senza possibilità di applicare le norme sopravvenute.
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Responsabilità professionista: diligenza e compenso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un commercialista che chiedeva il pagamento per l'assistenza nella redazione di un piano di concordato preventivo. La decisione si fonda sulla grave negligenza del professionista, che non ha rilevato atti fraudolenti e distrattivi del patrimonio della società, poi fallita. La Suprema Corte ha confermato che la mancata diligenza professionale giustifica il mancato pagamento del compenso, sottolineando l'elevato standard richiesto in procedure concorsuali.
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Patteggiamento esdebitazione: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato che una sentenza di patteggiamento per bancarotta fraudolenta è pienamente equiparabile a una sentenza di condanna ai fini della concessione dell'esdebitazione. Di conseguenza, tale sentenza impedisce al fallito di ottenere la liberazione dai debiti residui. La Corte ha inoltre chiarito che la recente "Riforma Cartabia", che attenua gli effetti extra-penali del patteggiamento, non è retroattiva. La decisione sottolinea che la condanna penale, anche se patteggiata, costituisce un "fatto storico" che dimostra la mancanza di meritevolezza del debitore, bloccando l'accesso al beneficio.
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Competenza territoriale crisi d’impresa: sede effettiva
La Corte di Cassazione risolve un conflitto di competenza tra due Tribunali in materia di crisi d'impresa. Viene stabilito che, per individuare il giudice competente, la presunzione di coincidenza tra la sede legale e il centro degli interessi principali (COMI) del debitore non è assoluta, ma relativa. Pertanto, se vi sono prove univoche che la sede effettiva, dove si svolge l'attività direttiva e amministrativa, è in un luogo diverso e tale circostanza è riconoscibile dai terzi, la competenza territoriale per la crisi d'impresa spetta al Tribunale di quel luogo.
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