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D.L. n. 83 del 2012

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313 provvedimenti

Licenziamento ritorsivo: quando la prova non basta
Una lavoratrice, licenziata per presunta divulgazione di dati aziendali, ricorre in Cassazione per far riconoscere la natura ritorsiva del recesso. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei giudici di merito che, pur riconoscendo l'illegittimità del licenziamento per mancanza di prova del fatto contestato, avevano escluso la sussistenza di un intento punitivo unico e determinante da parte del datore di lavoro, elemento necessario per qualificare il licenziamento ritorsivo.
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Sanzione disciplinare: i limiti del ricorso
Un dipendente bancario ha ricevuto una sanzione disciplinare di 10 giorni di sospensione per aver partecipato a una società esterna senza autorizzazione e per aver utilizzato in modo improprio i sistemi informatici aziendali. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del lavoratore inammissibile, stabilendo che le sue censure miravano a una nuova valutazione dei fatti, compito che non spetta al giudice di legittimità, confermando così la decisione precedente.
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Specificità motivi appello: la Cassazione decide
Una condomina ha perso una causa contro il proprio condominio per danni da infiltrazioni. Il suo appello è stato dichiarato inammissibile perché privo della necessaria specificità dei motivi. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ribadendo che un appello deve contenere una critica argomentata e puntuale della sentenza di primo grado, non un semplice elenco di lamentele. La sentenza sottolinea l'importanza di una chiara individuazione degli errori del primo giudice e delle ragioni che ne giustificano la riforma.
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Cessione banche venete: quando la lite non passa
La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel contesto della cessione banche venete, le passività derivanti da contenziosi su rapporti bancari già estinti prima della data di cessione non si trasferiscono alla banca acquirente. La Corte ha ritenuto che un rapporto chiuso non possa considerarsi 'inerente e funzionale all'esercizio dell'impresa bancaria' della cessionaria, criterio fondamentale per l'inclusione nel perimetro della cessione. Pertanto, la semplice pendenza di una lite al momento della cessione non è sufficiente a trasferire l'obbligazione, e la banca acquirente è stata dichiarata priva di legittimazione passiva.
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Giudizio di rinvio: i poteri del giudice
Un lavoratore impugna il licenziamento, sostenendo di avere un unico rapporto di lavoro con due società distinte (codatorialità). La Corte d'Appello, in sede di giudizio di rinvio, nega la codatorialità e rigetta la domanda. La Cassazione cassa nuovamente la sentenza, affermando che il giudice del rinvio ha omesso di valutare la legittimità del licenziamento anche nei confronti della singola società, come invece era stato richiesto dalla precedente pronuncia. Viene così chiarito che il giudizio di rinvio deve attenersi scrupolosamente ai principi di diritto e alle indagini indicate dalla Suprema Corte.
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TFR Lavoro Intermittente: parità di trattamento
Una fondazione culturale negava il TFR a una lavoratrice serale, sostenendo la natura intermittente del contratto secondo un nuovo accordo collettivo. La Cassazione ha dichiarato il ricorso della fondazione inammissibile, confermando il diritto della lavoratrice alla parità di trattamento economico e al TFR, poiché le diverse modalità lavorative non possono giustificare una discriminazione. La decisione si fonda sul principio di non discriminazione e sul valore di un precedente giudicato che aveva già definito il rapporto di lavoro.
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Ricorso inammissibile: i requisiti di specificità
Una società immobiliare ha presentato ricorso in Cassazione dopo essere stata condannata in appello a risarcire i danni per un immobile venduto con vizi (altezza dei locali inferiore a quella minima). La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi erano generici, confusi e non rispettavano i rigorosi requisiti formali previsti dalla legge. L'ordinanza sottolinea che la Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione delle norme, ribadendo l'importanza della specificità e dell'autosufficienza del ricorso.
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Caparra confirmatoria: l’assegno nullo non paga
La Corte di Cassazione ha stabilito che la prova dell'invalidità degli assegni dati come caparra confirmatoria è "indispensabile" e deve essere ammessa in appello, anche se prodotta tardivamente. In un caso di compravendita immobiliare, i promittenti venditori erano stati condannati a pagare il doppio di una caparra mai incassata. La Suprema Corte ha annullato la decisione, affermando che l'effetto della caparra si perfeziona solo con l'effettiva riscossione della somma. Pertanto, la prova che gli assegni erano inesigibili era decisiva per l'esito della lite.
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Dazio antidumping: responsabilità dell’importatore
La sentenza Cass. Civ., Sez. 5, n. 34581 del 30/12/2019 analizza la responsabilità dell'importatore nel pagamento del dazio antidumping. Una società aveva importato merce dalla Cina, dichiarata con un certo codice doganale. L'Agenzia delle Dogane, dopo un'analisi, ha riclassificato la merce, applicando un pesante dazio antidumping supplementare. La Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che la valutazione sulla natura della merce è un accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimità e che l'importatore è il debitore principale dell'obbligazione doganale, in solido con il suo rappresentante indiretto, senza che la buona fede possa esimerlo dal pagamento.
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Responsabilità rappresentante indiretto: la Cassazione
Con la sentenza n. 34580 del 30/12/2019, la Cassazione Civile, Sez. V, ha ribadito la piena responsabilità del rappresentante indiretto per maggiori dazi e sanzioni doganali. Il caso riguardava un'errata classificazione di merce importata, soggetta a dazio antidumping. La Corte ha stabilito che la presentazione della dichiarazione doganale fonda la responsabilità solidale del rappresentante, a prescindere dalla sua effettiva conoscenza dell'irregolarità, sottolineando un preciso dovere di diligenza e controllo.
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Cumulo TOSAP Imposta Pubblicità: la Cassazione chiarisce
Con la sentenza n. 34574 del 30/12/2019, la Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, ha stabilito che l'applicazione dell'imposta sulla pubblicità non esclude il pagamento della TOSAP. Il caso riguardava una società di pubblicità che contestava avvisi di accertamento per la TOSAP, sostenendo di dover pagare solo l'imposta pubblicitaria. La Corte ha cassato la decisione di merito, affermando la piena legittimità del cumulo TOSAP Imposta Pubblicità, poiché le due imposte hanno presupposti diversi: la diffusione di un messaggio pubblicitario per la prima, e la sottrazione di suolo pubblico all'uso collettivo per la seconda, come previsto dall'art. 9, comma 7, D.Lgs. 507/1993.
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Prestazioni socio-sanitarie: chi paga la retta?
La Corte d'Appello ha stabilito che se le cure fornite in una casa di riposo sono classificabili come prestazioni socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria, il costo è interamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Di conseguenza, né il Comune né i parenti sono tenuti al pagamento della retta. La decisione si è basata su una Consulenza Tecnica d'Ufficio (CTU) che ha accertato la natura prevalentemente sanitaria delle cure fornite a due anziani affetti da gravi patologie, annullando così le ingiunzioni di pagamento emesse dalla struttura.
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Recesso dal contratto: la forma è vincolante
La Corte d'Appello di Genova ha confermato che il recesso dal contratto comunicato via email è inefficace se le parti avevano pattuito la forma scritta della raccomandata. Di conseguenza, la parte che ha tentato il recesso informale è stata condannata a pagare le penali previste, ovvero i canoni per l'intera annualità. La sentenza sottolinea l'importanza di rispettare le forme contrattuali e la gravità dell'inadempimento per poter richiedere la risoluzione.
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