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Art. 97 Costituzione — Anno 2024

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721 provvedimenti

Altri anni per Art. 97 Costituzione

Ricorso per revocazione: quando è inammissibile?
Un lavoratore, a seguito della conferma del suo licenziamento da parte della Corte di Cassazione, ha presentato un ricorso per revocazione lamentando la violazione di norme costituzionali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la revocazione è un rimedio eccezionale, utilizzabile solo per specifici errori di fatto e non per contestare presunte violazioni di legge o per ridiscutere il merito della decisione.
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Progressione economica: risarcimento e requisiti
Un dipendente pubblico, escluso da una selezione per progressione economica perché il suo rapporto di lavoro era cessato prima della pubblicazione della graduatoria, ha agito per il risarcimento del danno. La Corte d'Appello ha riconosciuto il suo diritto ma ha omesso di quantificare il danno. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso dell'ente pubblico su questo specifico punto, ha cassato la sentenza e rinviato il caso al giudice d'appello per una decisione completa sull'esistenza e l'ammontare del risarcimento.
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Società di comodo: prova dell’inoperatività in giudizio
Una società, ritenuta 'società di comodo' dal Fisco per il 2008, ha impugnato l'avviso di accertamento sostenendo di essere stata impossibilitata a operare a causa della sospensione dei lavori per la costruzione di una centrale idroelettrica. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 5101/2024, ha stabilito due principi fondamentali: primo, il contribuente può sempre difendersi in giudizio anche senza aver presentato l'interpello disapplicativo. Secondo, le difficoltà burocratiche non costituiscono automaticamente una causa di forza maggiore. La Corte ha cassato la sentenza precedente, rinviando il caso al giudice di merito per accertare se le difficoltà incontrate dall'azienda costituissero una reale impossibilità oggettiva o una mera difficoltà imprenditoriale.
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Inquadramento mobilità volontaria: la decisione
Un ex dipendente statale, trasferito presso un ente pubblico non economico, ha contestato il suo inquadramento professionale, ritenendolo inferiore a quello spettante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che nell'ambito della mobilità volontaria, l'accettazione di uno specifico posto vacante implica l'accettazione del relativo inquadramento. Pertanto, il lavoratore non può pretendere una classificazione superiore se questa non corrisponde a una posizione disponibile al momento del trasferimento. La sentenza sottolinea come l'inquadramento nella mobilità volontaria sia strettamente legato ai posti effettivamente vacanti e offerti dall'amministrazione di destinazione.
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Accertamento studi di settore: la Cassazione decide
Una società di ristorazione ha impugnato un avviso di accertamento fiscale basato sugli studi di settore. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità dell'operato dell'Amministrazione finanziaria. La sentenza ribadisce che l'accertamento studi di settore si fonda su presunzioni semplici che il contribuente ha l'onere di superare con prove concrete durante il contraddittorio. Viene inoltre chiarito che le garanzie procedurali previste per le verifiche in loco non si applicano a questa tipologia di accertamento.
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Bando di concorso: no a correzioni dopo la scadenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un dipendente pubblico che chiedeva la rettifica della graduatoria di una progressione economica a causa di errori da lui commessi nella domanda. La Corte ha stabilito che la Pubblica Amministrazione non ha il potere di modificare le clausole di un bando di concorso già emanato, le quali imponevano di attestare i requisiti al momento della presentazione della domanda. Accettare correzioni successive costituirebbe un'illegittima deroga al bando stesso.
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Inquadramento superiore: no senza concorso pubblico
Un dipendente pubblico, trasferito da un Ente Regionale a un'Azienda Sanitaria, ha richiesto un inquadramento superiore basato sulle mansioni effettivamente svolte. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, riaffermando che nel pubblico impiego l'accesso a una fascia professionale superiore è subordinato al superamento di un concorso pubblico, rendendo irrilevante il mero svolgimento di mansioni superiori.
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Avviso di accertamento: onere della prova e sanzioni
Una società ha impugnato un avviso di accertamento IRES, contestando la legittimità della firma, il mancato contraddittorio preventivo, il diniego all'ammortamento dell'avviamento per documentazione ultra-decennale e le sanzioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società, ribadendo che l'onere della prova per i benefici fiscali grava sul contribuente, il quale deve conservare la documentazione necessaria finché i periodi d'imposta non siano definiti. Ha invece accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, censurando la decisione di merito che aveva ritenuto provata la deducibilità di un fondo svalutazione crediti in assenza di prove analitiche. La sentenza sottolinea il rigore sull'onere della prova in materia fiscale.
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Progressione economica: diritto anche se cessati dal servizio
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 4960/2024, ha stabilito che i dipendenti pubblici hanno diritto alla progressione economica anche se cessano dal servizio prima della pubblicazione della graduatoria finale. Il caso riguardava alcuni lavoratori di un ente fiscale esclusi da una selezione perché andati in pensione. La Corte ha chiarito che la progressione economica non ha solo una funzione di incentivo per il futuro, ma anche una funzione premiale e corrispettiva per il lavoro già svolto. Pertanto, il diritto si consolida con il superamento della selezione e non può essere negato a causa di ritardi burocratici o della successiva cessazione del rapporto di lavoro.
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Danno comunitario: sì anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4943/2024, ha stabilito un principio fondamentale a tutela dei lavoratori precari del settore pubblico. La Corte ha chiarito che il diritto al risarcimento del cosiddetto "danno comunitario" per l'abusiva reiterazione di contratti a termine sussiste anche quando i rapporti di lavoro sono stati instaurati senza un contratto scritto. La mancanza della forma scritta, che di per sé costituisce un'illegittimità, non può annullare la tutela prevista dalla normativa europea contro l'abuso dei contratti a termine, ma anzi ne rafforza la necessità.
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Lavoro pubblico precario: tutela anche senza contratto
Una lavoratrice del settore forestale, impiegata da una Pubblica Amministrazione con una serie di contratti a termine non scritti, ha visto riconosciuto il suo diritto al risarcimento per l'abuso di tali contratti. La Corte di Cassazione ha stabilito che la nullità dei contratti per mancanza di forma scritta non esclude la tutela contro la reiterazione abusiva, rafforzando così la protezione del lavoro pubblico precario in linea con le direttive europee. È stato invece negato il diritto a un'indennità per la mera disponibilità a lavorare.
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Danno comunitario: tutela anche senza contratto scritto
Una lavoratrice precaria, impiegata per anni da una pubblica amministrazione regionale tramite rapporti a termine non formalizzati per iscritto, ha richiesto il risarcimento per l'abusiva reiterazione dei contratti. La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha stabilito un principio cruciale: la tutela risarcitoria per il cosiddetto "danno comunitario" spetta al lavoratore anche in assenza di un contratto scritto. La nullità del contratto per vizio di forma, imputabile all'amministrazione, non può vanificare la protezione prevista dalla normativa europea contro l'abuso del lavoro precario. La Corte ha quindi cassato la decisione d'appello che negava il risarcimento, affermando che la mancanza di forma scritta costituisce un'illegittimità aggiuntiva che non esclude, ma anzi rafforza, la necessità di tutela.
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Danno comunitario: sì al risarcimento senza contratto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico ha diritto al risarcimento del cosiddetto "danno comunitario" per l'abusiva reiterazione di contratti a termine, anche qualora tali contratti siano nulli per mancanza di forma scritta. Secondo la Corte, il vizio di forma, imputabile alla Pubblica Amministrazione, non può tradursi in una minore tutela per il lavoratore, poiché la protezione contro il precariato imposta dal diritto dell'Unione Europea prevale sul vizio formale del singolo contratto.
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Eccezione di nullità: quando è tardiva in appello
Un conduttore, a seguito di uno sfratto per morosità, sollevava in appello una eccezione di nullità del contratto di locazione per violazione di un regolamento comunale. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4867/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito un principio fondamentale: sebbene l'eccezione di nullità sia rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado, ciò è possibile solo se i fatti su cui si fonda sono già stati ritualmente acquisiti agli atti del processo. Non è permesso introdurre tardivamente nuovi documenti per provare la nullità, violando le preclusioni processuali.
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Accertamento sintetico: la Cassazione sul redditometro
Un contribuente ha contestato un avviso di accertamento per l'anno 2008, basato su un accertamento sintetico tramite redditometro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo principi fondamentali: per l'anno d'imposta 2008 non era obbligatorio il contraddittorio preventivo per le imposte dirette; le nuove regole del redditometro non sono retroattive; e l'impugnazione dell'atto sana eventuali vizi di notifica. La Corte ha quindi confermato la legittimità dell'operato dell'Agenzia delle Entrate.
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Canone aggiuntivo concessioni: legittimo e non retroattivo
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due società energetiche contro un Ente Regionale, confermando la legittimità del canone aggiuntivo per concessioni idroelettriche scadute. La Corte ha stabilito che la richiesta di pagamento non è retroattiva, poiché l'obbligo era già previsto da una legge regionale precedente alla delibera di quantificazione. Inoltre, ha chiarito che il controllo del giudice amministrativo su tale canone deve limitarsi a una verifica di legittimità (ragionevolezza, logicità) senza invadere il merito delle scelte discrezionali dell'amministrazione.
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Accertamento induttivo: costi presunti da riconoscere
Una società ha contestato un avviso di accertamento fiscale basato sul metodo induttivo, che le imputava maggiori ricavi. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4690/2024, ha stabilito un principio fondamentale: nell'ambito di un accertamento induttivo, l'Amministrazione Finanziaria non può limitarsi a determinare i maggiori ricavi, ma deve anche riconoscere, seppur in via presuntiva o forfettaria, i costi correlati a tali ricavi. Questo per rispettare il principio costituzionale della capacità contributiva, secondo cui la tassazione deve colpire il reddito netto e non il profitto lordo. La Corte ha quindi cassato la sentenza precedente, rinviando il caso per una nuova determinazione del reddito imponibile che tenga conto anche dei costi non documentati.
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Progressione economica: diritto anche se in pensione
Un dipendente pubblico, collocato utilmente in una graduatoria per la progressione economica, veniva escluso perché cessato dal servizio per pensionamento prima dell'approvazione definitiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il diritto alla progressione economica matura in base all'attività svolta nel periodo di riferimento e non può essere negato a causa di ritardi amministrativi. La progressione ha natura premiale e corrispettiva, non solo incentivante per il futuro, pertanto il pensionamento successivo alla selezione non è un motivo legittimo di esclusione.
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Progressione economica: diritto anche dopo la pensione
Due dipendenti pubblici, dopo aver superato una selezione per la progressione economica, sono stati esclusi dalla graduatoria finale perché pensionati prima della sua approvazione. La Corte di Cassazione ha accolto il loro ricorso, stabilendo che la progressione economica remunera le competenze e l'attività già svolte, non solo l'impiego futuro. Pertanto, il diritto sussiste anche per chi è andato in pensione, in quanto l'esclusione costituirebbe un requisito arbitrario non previsto dalla contrattazione collettiva.
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Progressione economica: diritto anche per i pensionati
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4673/2024, ha stabilito che i dipendenti pubblici hanno diritto alla progressione economica anche se sono andati in pensione prima dell'approvazione della graduatoria. Il caso riguardava tre lavoratrici escluse da una graduatoria perché avevano cessato il servizio. La Corte ha accolto il loro ricorso, affermando che la progressione economica non serve solo a incentivare il lavoro futuro, ma anche a premiare le competenze e l'esperienza già maturate. L'esclusione è stata quindi ritenuta illegittima.
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