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Art. 97 Costituzione — Anno 2022

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195 provvedimenti

Altri anni per Art. 97 Costituzione

Conversione del contratto a termine: negata anche se illegittimo
Tre lavoratori hanno contestato la successione di otto contratti a tempo determinato con un ente pubblico economico, ritenendo generiche le causali di assunzione. I giudici di merito avevano dichiarato nullo il termine e disposto la conversione del rapporto. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità dei termini apposti, ma ha accolto il ricorso dell'ente datore di lavoro. La Corte ha stabilito che la legislazione regionale siciliana vieta la conversione del contratto a termine in rapporto a tempo indeterminato per i consorzi di bonifica. Di conseguenza, pur riscontrando l'irregolarità dei contratti, la Cassazione ha rigettato la domanda di stabilizzazione dei lavoratori.
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Contratto a termine illegittimo: sì al risarcimento, no al posto fisso
Un lavoratore ha impugnato il proprio contratto di lavoro, sostenendo che l'apposizione della scadenza fosse illegittima poiché impiegato per attività ordinarie e stabili di un ente pubblico economico regionale. La Corte d'Appello ha dichiarato il contratto a termine illegittimo, disponendone la conversione a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del termine, ma ha accolto il ricorso dell'ente datore di lavoro sulla conversione. Secondo le leggi regionali siciliane, infatti, vige un divieto assoluto di assunzione a tempo indeterminato senza concorso pubblico per tali enti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha escluso la conversione del rapporto in un impiego stabile, confermando unicamente il diritto del lavoratore a ricevere l'indennità risarcitoria per il danno subito.
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Conversione del contratto a termine: risarcimento s , posto fisso no
Un lavoratore ha contestato l'illegittimità dei contratti a tempo determinato stipulati con un Consorzio di bonifica siciliano per mancanza di causale specifica. La Corte d'Appello aveva dichiarato la nullità del termine, disponendo la conversione del rapporto e il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del termine e il diritto all'indennizzo economico. Tuttavia, accogliendo il ricorso del Consorzio, ha stabilito che la conversione del contratto a termine in rapporto a tempo indeterminato è preclusa dalle norme regionali siciliane, che vietano assunzioni stabili senza concorso pubblico. Il lavoratore ottiene quindi solo il risarcimento economico.
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Mansioni superiori: stipendio più alto anche senza promozione
Una dipendente pubblica, inquadrata formalmente nell'Area B, ha svolto di fatto compiti complessi riconducibili all'Area C, occupandosi del recupero crediti e dell'affiancamento di stagisti. L'Ente previdenziale datore di lavoro ha rifiutato di pagarle la differenza di stipendio, sostenendo che il contratto collettivo limitasse il diritto solo in caso di passaggio alla qualifica immediatamente superiore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente. I giudici hanno stabilito che lo svolgimento di fatto di mansioni superiori nel pubblico impiego dà sempre diritto alla retribuzione corrispondente, in base al principio costituzionale della proporzionalità del salario. Non rileva che il dipendente non firmi l'atto finale o che manchi una promozione formale: conta l'attività concretamente svolta.
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Abuso d’ufficio: la ritorsione del Sindaco resta reato
Un Sindaco era stato condannato in via definitiva per il reato di abuso d'ufficio per non aver rinnovato l'incarico a un dipendente comunale per motivi ritorsivi. Successivamente, il condannato ha chiesto la revoca della condanna sostenendo che la riforma del 2020 avesse depenalizzato la condotta, limitando il reato alla sola violazione di specifiche regole di condotta e non di principi generali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che il principio costituzionale di imparzialità impone un divieto immediato e specifico di compiere ritorsioni o discriminazioni. Di conseguenza, tale condotta costituisce ancora reato e la condanna resta valida.
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Autorizzazione preventiva dipendenti pubblici: no a sanatorie
Un consorzio universitario ha conferito un incarico legale retribuito a un professore universitario a tempo pieno senza richiedere l'autorizzazione preventiva alla sua università. L'Agenzia delle Entrate ha quindi emesso una sanzione pecuniaria. Il consorzio ha contestato la multa, sostenendo che il professore avesse ottenuto un'autorizzazione successiva con efficacia retroattiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, stabilendo che per i dipendenti pubblici è tassativa l'autorizzazione preventiva dipendenti pubblici. Un'approvazione postuma non può sanare l'illecito amministrativo, poiché la verifica di compatibilità deve avvenire prima dell'inizio dell'incarico per tutelare l'imparzialità della Pubblica Amministrazione. La causa è stata rinviata al Tribunale per valutare le altre difese del consorzio.
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Contratto a termine nel pubblico impiego: niente posto fisso
Una lavoratrice ha impugnato un contratto a termine nel pubblico impiego stipulato con un ente pubblico non economico, chiedendone la conversione a tempo indeterminato o il risarcimento del danno per l'illegittimità della causale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Corte ha chiarito che nel pubblico impiego vige il divieto assoluto di conversione del rapporto a tempo indeterminato, per rispetto del principio del concorso pubblico. Inoltre, la richiesta di risarcimento è stata respinta poiché la lavoratrice ha contestato un singolo contratto e non una reiterazione abusiva. In assenza di abuso sistematico, non opera la presunzione del danno comunitario, e la lavoratrice avrebbe dovuto dimostrare concretamente il pregiudizio subito, cosa che non ha fatto.
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Impugnazione della cartella di pagamento: sì anche senza ricorso
Un contribuente ha contestato una cartella di pagamento per sanzioni e interessi legati a un presunto ritardo nel pagamento dell'Irpef. Il cittadino sosteneva di aver pagato tempestivamente dopo aver ricevuto la comunicazione di irregolarità, notificata in ritardo al portiere dello stabile. La Commissione Tributaria Regionale ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo che il contribuente avrebbe dovuto impugnare direttamente la comunicazione originaria e non la cartella successiva. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che l'impugnazione della comunicazione di irregolarità è una facoltà e non un obbligo. Pertanto, il mancato ricorso contro l'avviso bonario non impedisce l'impugnazione della cartella di pagamento successiva. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame del merito.
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Abuso di contratti a termine: risarcimento senza prove per i precari
Una lavoratrice ha fatto causa a un consorzio autostradale pubblico contestando l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento ritenendo che la dipendente non avesse dimostrato il danno concreto. La Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che in caso di abuso di contratti a termine nel pubblico impiego il danno è presunto (danno comunitario) e non necessita di prova specifica. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Reiterazione abusiva di contratti a termine: il danno è presunto
Una lavoratrice ha fatto causa a un ente pubblico chiedendo il risarcimento e la conversione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato a causa della reiterazione abusiva di contratti a termine dal 1997. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento per mancanza di prova del danno. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice: sebbene per i contratti anteriori al 2001 (recepimento della direttiva UE) serva la prova del danno, per quelli successivi opera la presunzione di danno ("danno eurounitario"). La Corte d'Appello avrebbe dovuto esaminare tutti i contratti successivi al 2001 per verificare l'eventuale abuso. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Dichiarazione integrativa: la sostanza vince sul fisco formale
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che riconosceva a una società il diritto alle agevolazioni per investimenti ambientali, recuperate tramite una dichiarazione integrativa presentata nel 2008 per gli anni 2001-2003. L'ufficio contestava l'omessa indicazione originaria dei costi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che la dichiarazione dei redditi è una mera dichiarazione di scienza e non un atto negoziale. Di conseguenza, essa è sempre emendabile, anche in sede di contenzioso, per evitare un prelievo fiscale ingiusto e contrario al principio di capacità contributiva. La presentazione della dichiarazione integrativa sana quindi le omissioni formali originarie, consentendo al contribuente di fruire dei benefici spettanti.
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Contraddittorio preventivo: il Fisco vince sulle imposte locali
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione della Commissione Tributaria Regionale che aveva annullato un avviso di accertamento ai fini IRPEF e IRAP per l'anno di imposta 2011. Il giudice d'appello riteneva nullo l'atto per mancata attivazione del contraddittorio preventivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, chiarendo che per i tributi non armonizzati (come IRPEF e IRAP) non esiste un obbligo generalizzato di contraddittorio preventivo prima dell'emissione dell'atto, a meno che non vi siano stati accessi, ispezioni o verifiche presso i locali del contribuente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello e ha rinviato la causa per un nuovo esame.
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Nullità del contratto di lavoro: niente posto ma compensi salvi
Un giornalista viene assunto nel 2006 presso l'Ufficio Stampa di un'Amministrazione Pubblica regionale tramite nomina fiduciaria del Presidente. Nel 2012, il nuovo Presidente revoca l'incarico. Il lavoratore chiede la reintegrazione, sostenendo l'esistenza di un rapporto di pubblico impiego. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Amministrazione, confermando la nullità del contratto di lavoro. La Corte stabilisce che, per lavorare stabilmente nella Pubblica Amministrazione, è indispensabile superare un concorso pubblico. Di conseguenza, l'assunzione diretta senza concorso comporta la nullità del contratto di lavoro. Tuttavia, il giornalista ha diritto a ricevere i compensi per l'attività effettivamente svolta in passato, applicando la disciplina del lavoro di fatto. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per il ricalcolo delle spettanze.
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Rimborso IVA non dovuta: perché la Cassazione nega la detrazione
L'Agenzia delle Entrate ha chiesto a una Società Estera, tramite il suo rappresentante fiscale in Italia, la restituzione dell'IVA rimborsata per prestazioni di consulenza e distacco di personale effettuate da una ditta partner italiana. L'amministrazione finanziaria ha ritenuto che tali operazioni fossero non imponibili in Italia per carenza di territorialità, rendendo illegittimo il rimborso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che l'IVA erroneamente versata per operazioni non imponibili non può essere detratta o rimborsata direttamente dal fisco al cliente. Il principio stabilito è che, in caso di errore, il cliente non ha diritto al rimborso IVA non dovuta direttamente dallo Stato, ma deve richiederlo al fornitore che ha emesso la fattura errata. Quest'ultimo potrà poi rivalersi sull'erario.
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Definizione agevolata: il ritardo del fisco salva il contribuente
Un contribuente ha impugnato il rifiuto dell'Agenzia delle Entrate di ammetterlo alla definizione agevolata di una controversia tributaria riguardante una cartella IVA. L'ufficio finanziario ha notificato il diniego oltre il termine perentorio del 31 luglio 2020. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che la scadenza prevista dalla legge ha natura perentoria. Di conseguenza, il ritardo dell'amministrazione rende nullo il diniego, determinando l'accoglimento della domanda per silenzio-assenso e la conseguente estinzione del processo tributario. Il contribuente vince la causa e la lite fiscale si chiude definitivamente.
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Abusiva reiterazione di contratti a termine: risarcimento sì
Una lavoratrice ha fatto causa a un ente pubblico non economico, contestando la legittimità di diversi contratti di lavoro stagionali a tempo determinato e chiedendo la conversione del rapporto a tempo indeterminato, oltre al risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha respinto le richieste per mancanza di prova del danno. La Cassazione ha chiarito che, nel pubblico impiego, l'abusiva reiterazione di contratti a termine non consente mai la conversione in un rapporto stabile. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul risarcimento: in caso di abuso, il danno per il lavoratore pubblico è presunto (cd. danno comunitario) e va liquidato in modo forfettario senza necessità di prova specifica. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare il risarcimento.
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Emendabilità della dichiarazione dei redditi: il Fisco perde
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società in fallimento un credito IVA di oltre 436.000 euro, emettendo una cartella di pagamento. Il Fisco sosteneva che l'errore nella dichiarazione originaria non potesse essere sanato oltre i termini ordinari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando il principio di emendabilità della dichiarazione dei redditi. I giudici hanno chiarito che la dichiarazione fiscale è una mera dichiarazione di scienza e non un atto negoziale. Di conseguenza, il contribuente può sempre correggere gli errori di fatto o di diritto, anche direttamente durante il processo (in sede contenziosa), per evitare un prelievo fiscale ingiusto e contrario al principio costituzionale di capacità contributiva. L'Amministrazione Finanziaria è stata condannata a pagare le spese di giudizio, confermando la vittoria del contribuente.
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Ripristino del rapporto di lavoro: no all’assunzione senza concorso
Un operaio forestale, dopo un lungo periodo di detenzione iniziato nel 1993, ha chiesto all'azienda pubblica il ripristino del rapporto di lavoro, pretendendo un'assunzione a tempo indeterminato o determinato e il pagamento degli stipendi arretrati. La Corte d'Appello ha respinto le sue richieste, evidenziando che l'assunzione a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione richiede un concorso pubblico e che l'assenza ingiustificata per dieci anni equivale a dimissioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del lavoratore inammissibile per gravi carenze procedurali, confermando che non è possibile ottenere il ripristino del rapporto di lavoro in violazione delle regole sull'accesso al pubblico impiego e senza aver contestato adeguatamente tutte le motivazioni della sentenza precedente. Vince l'azienda pubblica.
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Spese di rappresentanza o cene private? Condannato il consigliere
Un Consigliere Regionale è stato condannato per il reato di peculato per spese di rappresentanza. L'imputato si era appropriato di fondi pubblici destinati al funzionamento del suo gruppo politico tra il 2007 e il 2009, utilizzandoli per scopi privati (come l'acquisto di 93 kg di carne per una festa elettorale, donazioni a parrocchie e cene personali ingiustificate). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del politico, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che, sebbene la cattiva tenuta della contabilità non provi da sola il reato, l'assoluta mancanza di giustificazioni per spese palesemente estranee alle finalità istituzionali dimostra l'appropriazione indebita del denaro pubblico. Il ricorrente dovrà risarcire la Regione.
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Danno da ritardo della Pubblica Amministrazione: spetta al TAR
Un'imprenditrice ha chiesto il risarcimento dei danni a un Ente Pubblico per la mancata conclusione nei termini del procedimento di decadenza da un finanziamento per l'autoimpiego. Il Tribunale ordinario ha declinato la competenza territoriale a favore di un altro Tribunale. L'imprenditrice ha proposto regolamento di competenza dinanzi alla Corte di Cassazione. Le Sezioni Unite, rilevando d'ufficio la questione di giurisdizione, hanno stabilito che la domanda di risarcimento per il danno da ritardo della Pubblica Amministrazione rientra nella giurisdizione esclusiva del Giudice Amministrativo. Trattandosi di contestazioni sul rispetto dei tempi dell'azione amministrativa legata all'esercizio di poteri pubblici, la tutela spetta al giudice amministrativo e non a quello ordinario. Di conseguenza, la Cassazione ha cassato l'ordinanza e rimesso le parti davanti al TAR competente.
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