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Art. 72 Legge Fallimentare

52 provvedimenti

Dichiarazione di fallimento: beni immobili non bastano se illiquidi
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società, avviata su richiesta di una Banca. La società aveva contestato il credito bancario (per contratti monofirma e capitalizzazione trimestrale) e sostenuto di possedere beni immobiliari sufficienti a coprire i debiti, sebbene precedentemente confiscati. La Corte ha ritenuto le contestazioni infondate e ha stabilito che la disponibilità di beni non garantiva una liquidità immediata e sufficiente a estinguere i debiti, a causa del loro stato di degrado e della loro scarsa commerciabilità. Il ricorso della società è stato dichiarato inammissibile, consolidando la dichiarazione di fallimento.
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Indennità di preavviso nel fallimento: la Cassazione tutela i lavoratori
La Corte di Cassazione ha chiarito un importante principio sull'Indennità di preavviso nel fallimento. Un gruppo di lavoratori aveva chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per l'indennità di mancato preavviso, ma il Tribunale aveva negato. La Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha stabilito che la dichiarazione di fallimento non è di per sé una giusta causa di licenziamento. Se il curatore fallimentare decide di sciogliere il rapporto di lavoro attraverso un licenziamento collettivo, l'azienda deve comunque pagare l'indennità di preavviso. Questa indennità ha natura indennitaria, non risarcitoria, e serve a mitigare le conseguenze della cessazione improvvisa del rapporto. I lavoratori hanno quindi diritto all'ammissione privilegiata al passivo fallimentare.
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Crediti del Lavoratore nel Fallimento: Salario Nullo, Contributi Ammessi
Un Lavoratore, licenziato illegittimamente da un'Azienda, ottenne la reintegrazione, ma l'Azienda fallì prima dell'esecuzione. Il Lavoratore chiese l'ammissione al passivo fallimentare per le retribuzioni successive al fallimento e per le ritenute previdenziali a suo carico non versate. La Cassazione ha respinto la richiesta per le retribuzioni post-fallimento, poiché il fallimento sospende il rapporto di lavoro e l'attività d'impresa, escludendo il danno risarcibile. Ha invece accolto la domanda relativa ai crediti del lavoratore per le ritenute previdenziali non versate, affermando che il datore di lavoro inadempiente non può operare la rivalsa, e il lavoratore ha diritto al lordo.
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Scioglimento contratto preliminare: la revoca amministrativa prevale sul fallimento
Una società in fallimento aveva stipulato un contratto preliminare per l'acquisto di un lotto industriale da un Consorzio, realizzandovi un opificio. Il Consorzio, a causa di inadempimenti della società, aveva revocato l'assegnazione del lotto. La curatela fallimentare ha chiesto lo scioglimento del contratto preliminare e la restituzione delle somme versate e del valore dell'opificio. Il Tribunale aveva accolto la domanda, ma la Corte d'Appello l'aveva respinta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'Appello, stabilendo che la revoca amministrativa dell'assegnazione del lotto aveva già travolto il contratto preliminare, rendendo inapplicabile l'articolo 72 della legge fallimentare sullo scioglimento dei contratti. Il Consorzio ha vinto, e il ricorso della società fallita è stato rigettato.
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Opposizione a decreto ingiuntivo: il fallimento non la blocca
Un acquirente stipula un contratto per l'arredo di un bar con una società, poi fallita. A causa di vizi nei beni, l'acquirente chiede la risoluzione del contratto. La società ottiene un decreto ingiuntivo di pagamento, a cui l'acquirente propone opposizione. La Corte d'Appello dichiara improcedibili sia la domanda di risoluzione sia l'opposizione, ritenendo competente solo il tribunale fallimentare. La Cassazione chiarisce che, mentre le domande restitutorie e di risoluzione non trascritte spettano al giudice del fallimento, l'opposizione a decreto ingiuntivo rimane di competenza del giudice ordinario che ha emesso il decreto. La Suprema Corte accoglie quindi il ricorso limitatamente alla procedibilità dell'opposizione a decreto ingiuntivo.
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Scioglimento del contratto di factoring: sì al giudice ordinario
Una società in concordato preventivo ottiene dal Tribunale l'autorizzazione allo scioglimento del contratto di factoring stipulato con un istituto finanziario. Di conseguenza, chiede ai propri debitori di pagare direttamente a lei e non al factor. La società di factoring avvia una causa civile ordinaria per rivendicare i crediti, ma i giudici di merito dichiarano la domanda inammissibile, ritenendo che il provvedimento di scioglimento andasse impugnato con reclamo fallimentare. La Cassazione ribalta la decisione: lo scioglimento del contratto di factoring può essere contestato davanti al giudice ordinario. L'atto del tribunale fallimentare ha natura amministrativa e non impedisce una causa civile autonoma per accertare i diritti sui crediti. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Ammissione al passivo: sì anche senza trascrizione della causa
Una società acquirente ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento della società venditrice per ottenere la restituzione del prezzo e il risarcimento dei danni, a seguito della risoluzione di un contratto di cessione di ramo d'azienda avviata prima del fallimento. Il Tribunale ha respinto la domanda perché la causa di risoluzione non era stata trascritta. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la mancata trascrizione non impedisce al giudice fallimentare di esaminare la domanda di risoluzione, in quanto essa rappresenta l'antecedente logico-giuridico necessario per decidere sulle conseguenti pretese economiche di restituzione e risarcimento. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Insinuazione al passivo fallimentare: lavoratore batte curatela
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una procedura fallimentare contro l'ammissione al passivo di un ex dipendente. Il lavoratore, dopo la dichiarazione di inefficacia del suo licenziamento intimato dal curatore, ha richiesto l'insinuazione al passivo fallimentare per le retribuzioni e il TFR maturati. La Suprema Corte ha confermato il diritto del lavoratore a ricevere gli stipendi dal giorno del licenziamento fino al luglio 2009, oltre alla rivalutazione monetaria e agli interessi fino alla liquidazione dell'attivo. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sui periodi di calcolo erano ormai precluse dal giudicato interno e che la rivalutazione spetta per legge sui crediti di lavoro, trattandosi di un debito di massa sorto durante il fallimento. Vince il lavoratore, che ottiene il pagamento delle spettanze e la condanna del fallimento alle spese.
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Insolvenza transfrontaliera: la causa italiana non si ferma
Un acquirente italiano ha citato in giudizio una società tedesca per la risoluzione del contratto di acquisto di una barca difettosa e il risarcimento dei danni. Durante la causa, la società è fallita in Germania. I giudici italiani di primo e secondo grado hanno dichiarato la domanda improcedibile, ritenendo che il credito dovesse essere accertato solo nella procedura fallimentare tedesca. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che in caso di insolvenza transfrontaliera si applica la legge dello Stato di apertura del fallimento (quella tedesca). Poiché la legge tedesca non prevede una verifica dei crediti interna al fallimento per le cause già pendenti, il giudice italiano ha il dovere di proseguire il processo e decidere nel merito della controversia.
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Cancellazione Ipoteca Fallimento: Giudice Bloccato, Vince la Banca
La Corte di Cassazione affronta il tema della cancellazione ipoteca fallimento. Un curatore fallimentare aveva deciso di onorare dei contratti preliminari di vendita per alcuni immobili gravati da ipoteca. Il Giudice Delegato ne aveva ordinato la cancellazione, ma la società creditrice si è opposta. La Cassazione ha dato ragione al creditore, stabilendo un principio fondamentale: l'adempimento di un contratto preliminare da parte del curatore è una vendita 'negoziale', non una vendita forzata 'concorsuale'. Di conseguenza, il giudice non ha il potere di ordinare la cancellazione dell'ipoteca senza il consenso del creditore. La garanzia del creditore, quindi, prevale.
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Cancellazione Ipoteca Fallimento: Stop se la Vendita è Privata
Una società creditrice si oppone alla decisione di un giudice di cancellare la sua ipoteca su un immobile. L'immobile era stato venduto dal curatore fallimentare in esecuzione di un contratto preliminare firmato prima del fallimento. La Corte di Cassazione ha dato ragione al creditore. Ha stabilito che la cancellazione ipoteca fallimento (il cosiddetto 'effetto purgativo') si applica solo alle vendite competitive organizzate all'interno della procedura fallimentare per liquidare i beni. Non si applica quando il curatore si limita a concludere una vendita privata già pattuita. Di conseguenza, l'ipoteca sull'immobile rimane valida.
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Cancellazione ipoteca giudice delegato: no se la vendita è pre-fallimento
Una società acquirente, dopo aver ottenuto un trasferimento di proprietà tramite sentenza a causa dell'inadempimento del venditore, si è vista negare la cancellazione delle ipoteche gravanti sull'immobile. Il venditore era infatti fallito dopo il trasferimento. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: il potere di cancellazione ipoteca da parte del giudice delegato è un'eccezione valida solo per le vendite competitive che avvengono all'interno della procedura fallimentare. Non si applica ai trasferimenti di proprietà già perfezionati prima della dichiarazione di fallimento. Di conseguenza, l'acquirente ha perso la causa e non ha potuto usufruire di questa tutela.
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Data certa leasing: l’atto notarile salva il credito dal fallimento
Una società di leasing si è vista negare l'ammissione del proprio credito al passivo di un'azienda fallita perché il contratto non aveva una data certa anteriore al fallimento. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: la menzione del contratto di leasing all'interno di un atto pubblico di compravendita, redatto da un notaio, è sufficiente a conferire la prova della data certa del contratto di leasing. Questa circostanza lo rende opponibile alla procedura fallimentare. La Corte ha quindi dato ragione alla società creditrice, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione basata su questo principio.
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Incentivi Fotovoltaico Proprietario: Vince Chi Possiede l’Impianto
Una società, proprietaria di impianti fotovoltaici, ha agito contro un'azienda fallita che li gestiva. Quest'ultima, essendo titolare delle convenzioni con il Gestore Energetico, incassava gli incentivi. La società proprietaria ha rivendicato tali somme, sostenendo che fossero 'frutti civili' dei suoi impianti. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: gli incentivi fotovoltaico proprietario spettano a chi possiede l'impianto, non a chi è semplicemente intestatario del contratto. Di conseguenza, il Fallimento è stato condannato a restituire le somme indebitamente percepite, riconoscendo il diritto del proprietario a incassare i proventi economici generati dal suo bene.
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Fallimento del Preponente: Contratto Sospeso, non Sciolto
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale per gli agenti di commercio. In caso di fallimento del preponente, il contratto di agenzia non si scioglie automaticamente. Al contrario, il rapporto entra in uno stato di sospensione, secondo la regola generale prevista per i contratti pendenti. Questa decisione si basa sulla natura stabile e continuativa del contratto di agenzia, che lo differenzia dal mandato. Di conseguenza, se il curatore fallimentare decide di non proseguire il rapporto, l'agente ha pieno diritto a richiedere l'indennità di preavviso e quella di clientela. La Corte ha quindi dato ragione all'agente, cassando la precedente decisione che gli aveva negato tali crediti.
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Fondo di Garanzia INPS: paga anche dopo licenziamento e fallimento
Un lavoratore, licenziato illegittimamente, ottiene dal giudice un ordine di reintegrazione. L'azienda, però, non obbedisce e successivamente fallisce. Il lavoratore si rivolge quindi al Fondo di Garanzia INPS per ottenere TFR e stipendi arretrati. L'INPS si oppone, sostenendo che il rapporto di lavoro si era concluso con il licenziamento. La Corte di Cassazione dà ragione al lavoratore. La sentenza stabilisce che l'ordine di reintegrazione ha effetto retroattivo: il rapporto di lavoro si considera mai interrotto. Di conseguenza, il Fondo di Garanzia INPS deve coprire tutti i crediti maturati fino alla data del fallimento, non solo fino al licenziamento.
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Domanda tardiva al passivo: credito perso nonostante la causa
Una creditrice presenta una domanda tardiva di ammissione al passivo per recuperare un immobile e un credito da un'azienda fallita. La richiesta viene depositata oltre il termine di un anno, e la creditrice sostiene che il ritardo non sia a lei imputabile. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, stabilendo un principio chiaro: la conoscenza del fallimento, avvenuta tramite la comunicazione del curatore e l'interruzione di una causa precedente, fa scattare la responsabilità del creditore. Il termine per la domanda tardiva di ammissione al passivo è perentorio e il ritardo, in questo caso, è stato considerato colpevole, con conseguente perdita del diritto.
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Credito prededucibile da confisca: lo Stato non può pagare a metà
Una società di leasing chiedeva il pagamento di canoni non versati dall'Amministrazione giudiziaria, subentrata in un contratto dopo la confisca dei beni di un'azienda cliente. Il Tribunale aveva riconosciuto il debito solo fino alla data della confisca definitiva, escludendo le rate successive. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando un principio chiave sul credito prededucibile da confisca: quando lo Stato decide di proseguire un contratto, l'obbligazione di pagamento è integrale e non può essere limitata nel tempo. L'impegno assunto va onorato per intero, garantendo alla società di leasing il pagamento di tutti i canoni arretrati.
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Compensazione nel fallimento: Debitore vince contro la Curatela
La Corte di Cassazione chiarisce i limiti della compensazione nel fallimento. Un'Azienda Committente, citata in giudizio dalla Curatela di un'Azienda Appaltatrice fallita per il pagamento di fatture, può legittimamente difendersi opponendo in compensazione il proprio credito per danni da inadempimento. La Corte ha stabilito che questa difesa (eccezione riconvenzionale) è ammissibile nel giudizio ordinario, poiché mira solo a neutralizzare la richiesta di pagamento della Curatela e non a ottenere un pagamento dalla massa fallimentare. Di conseguenza, l'Azienda Committente ha vinto, vedendo accolta la sua difesa e respinta la pretesa della Curatela.
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Azienda in liquidazione: la Cassazione e la nullità del lodo arbitrale
Una società committente viene posta in liquidazione coatta amministrativa mentre è in corso un arbitrato con una sua subappaltatrice. Nonostante l'apertura della procedura concorsuale, gli arbitri emettono comunque la loro decisione. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite interviene e sancisce la nullità del lodo arbitrale. Il principio è chiaro: l'avvio di una procedura concorsuale come la LCA prevale su tutto. Essa determina l'improcedibilità del giudizio arbitrale e la perdita di potere degli arbitri. Ogni pretesa di credito deve essere accertata esclusivamente all'interno della procedura concorsuale, per garantire la parità di trattamento tra tutti i creditori.
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