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Art. 624-bis Codice Penale — Sezione Quinta Penale

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653 provvedimenti

Altri anni per Art. 624-bis Codice Penale

Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: paga i danni
Una proprietaria di casa ha sostituito la serratura dell'appartamento concesso in locazione per impedire l'accesso all'inquilino, impossessandosi poi dei suoi beni personali. I giudici di merito l'hanno condannata per furto in abitazione e per il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'annullamento senza rinvio della condanna penale per intervenuta prescrizione dei reati. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso agli effetti civili, confermando la responsabilità risarcitoria della donna nei confronti dell'inquilino e condannandola al pagamento delle spese processuali.
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Specificità dei motivi di appello: condanna per ricorso generico
Un uomo, condannato in primo grado per furto in abitazione sulla base di riprese di videosorveglianza e dichiarazioni rese in udienza di convalida, propone appello. La Corte d'Appello dichiara inammissibile l'impugnazione per difetto di specificità dei motivi. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, ribadendo che la specificità dei motivi di appello richiede un confronto critico e puntuale con la motivazione della sentenza impugnata. Non basta riproporre le stesse difese del primo grado senza contestare direttamente gli argomenti del giudice. Il ricorso viene quindi dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: la maglietta incastra il ladro recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di furto in abitazione aggravato. L'imputato contestava l'identificazione avvenuta tramite telecamere e il ritrovamento di una maglietta specifica a casa sua, oltre all'errata indicazione dell'indirizzo del reato nel capo d'imputazione. I giudici hanno chiarito che la discrepanza sul luogo non lede il diritto di difesa se il fatto rimane sostanzialmente lo stesso. Inoltre, la forzatura della finestra configura l'aggravante della violenza sulle cose, mentre i numerosi precedenti penali precludono la concessione delle attenuanti generiche. L'imputato perde la causa e viene condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: no al ricorso dopo lo sconto di pena
Un uomo, condannato per furto commesso in un ufficio della Caritas, propone ricorso per Cassazione contestando la qualificazione del fatto come furto in privata dimora. In precedenza, la Corte d'Appello aveva ridotto la sanzione applicando il concordato in appello su accordo delle parti. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'accordo sul concordato in appello comporta la rinuncia implicita a contestare la qualificazione giuridica del fatto o altri motivi di merito nel successivo giudizio di legittimità. L'unica eccezione riguarda l'applicazione di una pena illegale. Di conseguenza, il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: la richiesta tardiva costa caro all’imputato
L'Imputato, condannato per furto in abitazione, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata pronuncia della Corte d'Appello sulla richiesta di riconoscimento del reato continuato con una precedente condanna del 2013. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta di applicazione del reato continuato con una condanna precedente, presentata tramite motivi nuovi in appello, è ammessa solo se la precedente sentenza è diventata definitiva dopo la scadenza del termine per impugnare. Poiché nel caso specifico la condanna precedente era passata in giudicato nel 2013 e l'appello risaliva al 2019, la richiesta non poteva essere formulata in quel modo, ferma restando la possibilità di richiederla nella fase di esecuzione della pena. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione: la Cassazione corregge la multa ingiusta
Tre soggetti sono stati condannati per furto in abitazione pluriaggravato. La difesa ha contestato la ricostruzione dei fatti basata sul tracciamento GPS e l'aggravante della minorata difesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi principali, confermando la responsabilità penale. Tuttavia, ha accolto il ricorso di uno degli imputati riguardo a un errore materiale nel calcolo della pena pecuniaria. La Corte d'Appello aveva infatti ridotto la multa ai coimputati con recidiva, lasciando inspiegabilmente una sanzione più elevata al ricorrente privo di precedenti. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla misura della multa per quest'ultimo, rideterminandola in euro 267 per allinearla a quella degli altri partecipanti al reato.
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Termini di custodia cautelare: no a sconti nel delitto tentato
L'Imputato, accusato di tentato furto in abitazione aggravato, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale che rigettava la richiesta di scarcerazione per decorrenza dei termini di fase. La difesa sosteneva che, per calcolare i termini di custodia cautelare nel delitto tentato, si dovesse applicare la riduzione massima della pena (due terzi) in base al principio del favor rei, riducendo così la pena edittale sotto la soglia dei sei anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che, per individuare i termini di custodia cautelare nel delitto tentato, occorre calcolare la pena massima del reato consumato e applicare la riduzione minima di un terzo prevista per il tentativo. Nel caso specifico, la pena massima calcolata è di sei anni e oro mesi, escludendo la scadenza dei termini.
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Concordato in appello: l’accordo che blocca il ricorso
L'Imputata, condannata per furto in abitazione e false dichiarazioni, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata riqualificazione del reato in tentato furto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'adesione al concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di merito sulla responsabilità penale. Di conseguenza, non è possibile contestare la qualificazione giuridica del fatto, salvo che si riscontrino vizi sulla volontà dell'accordo o l'applicazione di una pena illegale. L'Imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: tra prescrizione e tutela dei disabili
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due donne condannate per diversi episodi di furto in abitazione aggravati da destrezza e minorata difesa ai danni di anziani. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per un tentativo di furto poiché il reato si era estinto per prescrizione prima della sentenza d'appello. Ha inoltre annullato con rinvio la condanna per un altro furto, stabilendo che le dichiarazioni delle vittime non potevano essere utilizzate come prova esclusiva senza riscontri, dato che la difesa si era opposta alla loro acquisizione. Ha invece confermato la responsabilità per il furto della collana d'oro a una donna in sedia a rotelle, ritenendo sussistenti le aggravanti della destrezza e della minorata difesa.
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Furto in privata dimora: bar chiuso ma condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per furto in privata dimora pluriaggravato, lesioni e altri reati, commessi di notte all'interno di un bar chiuso al pubblico, dove il custode alloggiava temporaneamente. La Cassazione ha confermato la qualificazione del fatto come furto in privata dimora, ribadendo che i luoghi di lavoro sottratti al pubblico in cui si svolgono atti di vita privata rientrano in tale nozione. Ha inoltre confermato l'aggravante della minorata difesa per l'ora notturna. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente al reato di lesioni personali, riscontrando un vizio di motivazione sulla dinamica del ferimento della vittima. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio su questo specifico punto, confermando la responsabilità per gli altri reati.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena esclude il ricorso
Due soggetti condannati per furto in abitazione concordano la pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, propongono ricorso in Cassazione sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come semplice tentativo, poiché la polizia li aveva bloccati prima della fuga. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che i motivi di impugnazione contro la sentenza che accoglie il concordato in appello sono strettamente limitati dalla legge. Non è possibile contestare la ricostruzione dei fatti o la qualificazione del reato decise in precedenza, ma solo questioni legate alla validità del consenso o alla legalità della pena. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato costa caro
Due imputati, condannati per tentato furto in abitazione a seguito di un accordo sulla pena, hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla loro responsabilità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il loro ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi per cui si può impugnare una sentenza di patteggiamento, escludendo contestazioni generiche sulla responsabilità o sul mancato proscioglimento. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento di una pesante sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione: incastrate dagli alias e dalle telecamere
Tre donne sono state condannate per diversi episodi di furto in abitazione e indebito utilizzo di carte di credito ai danni di persone anziane e vulnerabili. Le imputate utilizzavano documenti falsi, alias e si spostavano dal Lazio alla Sicilia per colpire le vittime, alloggiando in hotel senza registrarsi. La Corte di Cassazione ha confermato la loro colpevolezza, ritenendo validi gli indizi raccolti, tra cui i riconoscimenti fotografici, i filmati delle telecamere di sicurezza e i tracciamenti telefonici. È stata inoltre confermata l'aggravante della minorata difesa, poiché le vittime erano anziane, sole e con difficoltà motorie. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi delle imputate, confermando in via definitiva le condanne e obbligandole al pagamento delle spese processuali.
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Furto in abitazione per vendetta: condannato anche senza lucro
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto in abitazione e danneggiamento dopo essere penetrato nell'appartamento confinante della Persona Offesa attraverso un foro nel muro, sottraendo una pelliccia e un piumino. La difesa ha sostenuto l'assenza del dolo specifico, poiché il gesto era motivato da dispetto e la refurtiva era stata subito restituita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il fine di profitto, elemento costitutivo del furto, non deve avere necessariamente natura economica. Esso può consistere anche in un'utilità morale o non patrimoniale, come la soddisfazione di un sentimento di vendetta, ritorsione o dispetto personale.
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Tentato furto in abitazione: la finestra rotta nega lo sconto
Un uomo si è introdotto in una casa rompendo l'infisso di una finestra per rubare oggetti di valore, ma non ha trovato nulla ed è fuggito. Accusato di tentato furto in abitazione aggravato, è stato condannato a un anno di reclusione. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità, sostenendo che non fosse stato rubato nulla e che il danno fosse minimo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel tentato furto in abitazione, per valutare la tenuità del danno occorre ipotizzare il valore dei beni che si volevano sottrarre e considerare anche i danni strutturali causati per entrare, come la rottura dell'infisso, che esclude la particolare tenuità. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il video incastra la ladra
L'Indagata è accusata di furto in abitazione aggravato per aver svaligiato una villetta insieme a dei complici. Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere, decisione impugnata dalla difesa che lamentava la mancata trasmissione dei video di sorveglianza e l'assenza di un'autonoma valutazione del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pubblico ministero non deve trasmettere i file video originali se i loro contenuti sono già descritti nei verbali di polizia. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è pienamente giustificata dalla gravità del fatto, dai numerosi precedenti penali dell'indagata, dall'uso di falsi nomi e dal rischio concreto di fuga o di nuovi reati, rendendo inadeguati i semplici arresti domiciliari.
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Retrodatazione della custodia cautelare: quando viene negata
L'Indagato, arrestato prima per furto e poi per associazione a delinquere, chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare per il secondo reato, sostenendo che gli indizi fossero già noti agli inquirenti al momento del primo arresto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione della custodia cautelare non scatta per la semplice conoscenza storica dei fatti, ma richiede che gli atti iniziali contengano già un quadro indiziario completo e maturo, tale da consentire al pubblico ministero di richiedere subito la misura senza ulteriori indagini. Di conseguenza, l'indagato rimane in custodia e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il video incastra il ladro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di furto in abitazione aggravato. L'indagato era stato identificato grazie alle immagini ad alta risoluzione delle telecamere di sorveglianza della vittima, confrontate con le foto segnaletiche, e alla presenza della sua auto vicino alla villetta colpita. La difesa contestava la mancata trasmissione dei file video originali al Tribunale del Riesame e l'adeguatezza della misura. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la polizia aveva già descritto accuratamente i video nei verbali e la personalità del soggetto, gravato da tre condanne definitive per reati simili e privo di lavoro lecito, rende indispensabile la custodia cautelare in carcere per prevenire il rischio concreto di nuovi furti.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di furto con strappo e indebito utilizzo di bancomat. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancanza di motivazione del giudice sulla qualificazione giuridica dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento limitato per legge a casi tassativi, tra cui l'erronea qualificazione giuridica, ma non l'omessa motivazione su di essa. L'accordo di patteggiamento esonera infatti l'accusa dall'onere della prova e richiede solo una motivazione sintetica. L'Imputato stato condannato anche al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: condannato l’operaio entrato per lavoro
Un lavoratore, introdotto in un'abitazione privata per svolgere interventi di manutenzione, si impossessa di alcuni gioielli della proprietaria. Nei gradi precedenti viene condannato per il reato di furto in abitazione. L'imputato propone ricorso in Cassazione, sostenendo che il fatto costituisca appropriazione indebita o furto semplice, poiché l'ingresso in casa era motivato dal lavoro e non dal disegno criminoso. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la responsabilità penale, rilevando che i motivi di ricorso sono generici e ripetitivi rispetto all'appello. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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