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Art. 51 Codice Civile

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39 provvedimenti

Risarcimento danni dirigente medico: la parola alla Cassazione
Un dirigente medico ha ottenuto il risarcimento danni per la mancata corresponsione della retribuzione variabile. La Cassazione ha confermato che l'azienda sanitaria è responsabile se omette di attivare le procedure di graduazione delle funzioni, anche se il diritto alla retribuzione diretta non è ancora sorto. Il ricorso dell'azienda è stato respinto, mentre quello incidentale del dirigente è stato dichiarato inammissibile.
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Reclamo spese procedurali: quando è inammissibile?
Una società in crisi ha impugnato l'importo delle spese procedurali richiesto dal Tribunale nella fase di accesso a una procedura di regolazione. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del reclamo, stabilendo che un simile reclamo spese procedurali può essere sollevato solo contestualmente all'impugnazione della sentenza finale che definisce l'istanza, come quella che apre la liquidazione giudiziale, e non attraverso un'azione separata contro un provvedimento interlocutorio.
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Indennità pronta disponibilità: Limiti e fondi
La Corte di Cassazione ha negato a un dirigente medico il diritto a una maggiore indennità pronta disponibilità basata su un vecchio accordo locale. La Corte ha stabilito che i contratti collettivi nazionali successivi hanno reso inefficace l'accordo precedente, subordinando ogni aumento alla stipula di nuovi accordi integrativi e alla concreta disponibilità dei fondi aziendali.
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Termine per impugnare: quando il ricorso è tardivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una socia contro la liquidazione giudiziale di una S.r.l. Il motivo è il mancato rispetto del termine per impugnare la sentenza d'appello. L'ordinanza chiarisce che il ricorso è stato presentato oltre il termine di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, senza che si applichi la sospensione feriale dei termini.
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Liquidazione Giudiziale: no atto notarile per la domanda
Un socio di maggioranza ha impugnato la sentenza che apriva la liquidazione giudiziale della sua società, sostenendo che la domanda dell'amministratore fosse formalmente invalida e costituisse un abuso del processo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo un importante principio: la domanda di liquidazione giudiziale, a differenza di altri strumenti di regolazione della crisi, non necessita di verbale notarile. È sufficiente che sia sottoscritta dal legale rappresentante. Inoltre, ha chiarito che il socio non può eccepire l'abuso del processo per bloccare la procedura se lo stato di insolvenza è accertato.
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Fondi retribuzione accessoria: no all’aumento automatico
Un gruppo di medici dirigenti ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro, un'azienda sanitaria, sostenendo che i loro fondi per la retribuzione accessoria fossero stati determinati illegittimamente perché non incrementati in proporzione alle nuove assunzioni. La Corte di Cassazione ha respinto la loro richiesta, stabilendo che i contratti collettivi non impongono un automatismo nell'incremento dei fondi per la retribuzione accessoria. Al contrario, richiedono un adeguamento 'congruo', che implica una valutazione discrezionale da parte del datore di lavoro, bilanciando l'aumento del personale con i vincoli di bilancio.
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Ricorso inammissibile: limiti del riesame in Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile avverso una sentenza di liquidazione giudiziale. L'ordinanza chiarisce che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un nuovo esame dei fatti, come la valutazione dello stato di insolvenza o l'attendibilità dei bilanci. I motivi del ricorso sono stati respinti per difetto di autosufficienza, per essere scollegati dalla ratio decidendi della sentenza impugnata e per la loro natura di mere richieste di riesame del merito.
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Liquidazione giudiziale: quando si apre la procedura?
Un creditore richiede la liquidazione giudiziale di una società debitrice per un cospicuo credito non pagato, attestato da un decreto ingiuntivo. La debitrice si oppone, sostenendo che il debito non sussiste e che il decreto è stato notificato in modo irregolare. La Corte d'Appello, riformando la decisione di primo grado, ritiene plausibile l'esistenza del credito, inammissibile l'opposizione della debitrice e provato il suo stato di insolvenza sulla base di pignoramenti falliti e dati finanziari negativi, aprendo così la procedura di liquidazione giudiziale.
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Liquidazione giudiziale: soglia debitoria e notifiche
Una società operante nel settore balneare ha ottenuto la revoca della propria liquidazione giudiziale. La Corte d'Appello ha accolto il reclamo, ritenendo che il debito complessivo fosse inferiore alla soglia di 500.000 euro. La decisione si fonda sulla nullità delle notifiche di numerosi atti fiscali, che non hanno interrotto la prescrizione, e sulla corretta interpretazione degli effetti dell'adesione alla definizione agevolata dei debiti.
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Legittimazione creditore liquidazione: il caso Cass.
La Corte di Cassazione conferma che la legittimazione del creditore a richiedere l'apertura della liquidazione giudiziale sussiste anche in presenza di un credito contestato. Per avviare la procedura, è sufficiente un accertamento sommario da parte del giudice, senza necessità di un titolo esecutivo. La sentenza analizza anche la validità di un contratto di factoring non sottoscritto dalla società cessionaria e sanziona per mala fede il ricorso basato su argomentazioni palesemente smentite dalle prove documentali.
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Ricorso in malafede: condanna dell’amministratore
Una società di costruzioni impugna la dichiarazione di apertura della liquidazione controllata, sostenendo che i debiti fossero inferiori alla soglia di legge. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, evidenziando la sua palese infondatezza. A causa del palese ricorso in malafede, la Corte ha condannato non solo la società, ma anche il suo legale rappresentante, in solido, al pagamento di tutte le spese legali.
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Indennità De Maria: esclusa la retribuzione di posizione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5070/2024, ha stabilito che la retribuzione di posizione, prevista per il personale sanitario, non può essere inclusa nel calcolo dell'indennità De Maria per il personale universitario equiparato, a meno che non sia stato conferito un effettivo incarico dirigenziale. Il ricorso di un dipendente universitario è stato rigettato perché l'erogazione di tale emolumento non è automatica ma subordinata alla prova dello svolgimento di specifiche funzioni dirigenziali, onere che spettava al lavoratore.
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Errore di fatto: la Cassazione sulla revocazione
Un creditore avvia la liquidazione giudiziale di una società. La Corte d'Appello revoca la propria decisione scoprendo di aver commesso un errore di fatto: non aver visto la prova di pagamento del debito da parte di un terzo. La Cassazione conferma, statuendo che un errore percettivo su un fatto decisivo, come un pagamento documentato, giustifica la revocazione in quanto estingue la legittimazione del creditore.
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Data certa: la sua priorità nell’analisi del mandato
Una società creditrice agisce per la liquidazione di una debitrice, la quale contesta la legittimazione a causa di una precedente cessione del credito. La creditrice produce un mandato per la riscossione, ma la Cassazione stabilisce che il giudice di merito ha errato nel non verificare preliminarmente la data certa del documento, requisito fondamentale per la sua opponibilità a terzi, prima di analizzarne la natura giuridica.
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Mansioni superiori: ricorso inammissibile in Cassazione
Una lavoratrice con la qualifica di biologa ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori e delle relative differenze retributive. Dopo la sconfitta in primo grado e in appello, la Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che i motivi del ricorso mescolavano in modo confuso diverse tipologie di vizi (procedurali, di merito e motivazionali) e, soprattutto, miravano a un riesame dei fatti e delle prove, compito che non spetta alla Suprema Corte.
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Inammissibilità concordato: i requisiti essenziali
La Corte d'Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado che dichiarava la liquidazione giudiziale di una società e l'inammissibilità della sua proposta di concordato preventivo. La decisione si fonda su molteplici e gravi carenze della proposta, tra cui l'assenza di relazioni obbligatorie, una attestazione professionale viziata da nullità assoluta perché redatta da un professionista non qualificato, e la mancata corretta valutazione dell'attivo e del passivo. La Corte ha rigettato il reclamo della società, sottolineando l'importanza del rispetto rigoroso dei requisiti formali e sostanziali per l'accesso alle procedure concorsuali.
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Rinvio pregiudiziale: quando è inammissibile?
Una Corte d'Appello ha sollevato un rinvio pregiudiziale per sapere se, revocata una liquidazione giudiziale, potesse decidere su una domanda subordinata di liquidazione controllata assorbita in primo grado. La Corte di Cassazione ha dichiarato il rinvio inammissibile, poiché il quesito non presentava i requisiti di rilevanza, grave difficoltà interpretativa e novità, riaffermando il dovere primario del giudice di merito di interpretare la legge.
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Valutazione merito creditizio: doveri della banca
Una consumatrice propone un piano di ristrutturazione dei debiti, contestato da un istituto di credito. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della consumatrice, chiarendo che nella valutazione del merito creditizio, la banca non è negligente se si affida alle informazioni fornite dal cliente, senza obbligo di ulteriori verifiche esterne se non ritenute necessarie.
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Liquidazione giudiziale: quando si considera attiva?
La Corte d'Appello di Genova ha confermato la sentenza di liquidazione giudiziale di una società che si opponeva sostenendo di essere inattiva da anni e di non aver ricevuto la notifica del procedimento sulla propria PEC. La Corte ha stabilito che, finché una società è iscritta come 'attiva' nel Registro delle Imprese, ha il dovere di controllare la propria PEC, che costituisce canale di notifica valido. Inoltre, la 'cancellazione di fatto' per inattività non ha valore legale; rileva solo la cancellazione formale dal registro. L'onere di provare di non superare le soglie di debito per la liquidazione giudiziale ricade sull'imprenditore.
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