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Art. 432 Codice di Procedura Civile

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47 provvedimenti

Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18008/2024, ha stabilito che il tempo di viaggio impiegato da un lavoratore per recarsi dal deposito aziendale al primo cliente e dall'ultimo cliente al deposito, utilizzando un mezzo aziendale, costituisce a tutti gli effetti orario di lavoro e deve essere retribuito. La Corte ha chiarito che un accordo sindacale che preveda una franchigia non retribuita per tale spostamento è nullo. Inoltre, ha precisato che, una volta accertato il diritto alla retribuzione, il giudice deve procedere alla quantificazione delle somme dovute, anche utilizzando i dati di geolocalizzazione aziendali, senza poter rigettare la domanda solo perché il lavoratore non ha fornito una prova specifica e dettagliata dei minuti esatti.
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Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito
La Cassazione stabilisce che il tempo di viaggio dei tecnici dal deposito aziendale al primo cliente rientra nell'orario di lavoro retribuito. Una clausola contrattuale che introduce una franchigia non retribuita è nulla e il giudice deve quantificare il dovuto anche se la prova dell'esatto ammontare non è fornita dal lavoratore.
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Assegno ad personam: la guida alla riassorbibilità
Un ex dipendente delle ferrovie, trasferito a un ente previdenziale, ha richiesto il controvalore di un benefit di viaggio. Una precedente sentenza aveva già riconosciuto il suo diritto. La Corte di Cassazione ha stabilito che il calcolo del valore deve rispettare i criteri fissati dalla precedente sentenza (giudicato), ma ha anche chiarito che la somma risultante, qualificata come assegno ad personam, è soggetta a riassorbimento con i futuri aumenti stipendiali, affermando un principio generale per il pubblico impiego.
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Assegno ad personam: la Cassazione e la riassorbibilità
In un caso riguardante un ex dipendente delle ferrovie trasferito al settore pubblico, la Corte di Cassazione ha stabilito due principi chiave. In primo luogo, l'assegno ad personam, concesso per mantenere il livello retributivo precedente, è di norma riassorbibile nei futuri aumenti stipendiali. In secondo luogo, se una precedente sentenza definitiva (giudicato) ha già stabilito i criteri per calcolare un'indennità, il giudice successivo non può discostarsene, garantendo così la certezza del diritto.
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Assegno ad personam: riassorbimento e calcolo
Un ex dipendente delle Ferrovie dello Stato, trasferito a un ente previdenziale, ha rivendicato il controvalore economico di un benefit di viaggio perso. La Corte di Cassazione ha stabilito che il calcolo deve basarsi su un precedente giudicato che indicava uno specifico prontuario prezzi. Ha inoltre affermato il principio generale secondo cui l'assegno ad personam risultante è riassorbibile nei futuri aumenti stipendiali, riformando la decisione della Corte d'Appello.
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Inammissibilità appello: i requisiti del ricorso
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha dichiarato l'inammissibilità dell'appello presentato dall'erede di una presunta vittima del dovere. La Corte d'Appello aveva già respinto l'impugnazione in quanto si limitava a riproporre le argomentazioni del primo grado senza criticare specificamente la sentenza. La Cassazione ha confermato la decisione, sottolineando che il ricorso non rispettava i principi di specificità e autosufficienza, non avendo riportato integralmente i contenuti della sentenza impugnata e delle censure mosse, rendendo impossibile per la Corte la valutazione del presunto errore procedurale.
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Onere della prova datore di lavoro: chi deve provare?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7454/2024, ha ribadito un principio fondamentale in materia di onere della prova del datore di lavoro. In un caso riguardante il mancato pagamento di retribuzioni di risultato, un'azienda sanitaria pubblica sosteneva l'impossibilità di produrre la documentazione necessaria a causa del tempo trascorso. La Corte ha respinto il ricorso, affermando che spetta sempre al datore di lavoro (debitore) dimostrare di aver adempiuto correttamente alla propria obbligazione retributiva. La perdita o l'indisponibilità dei documenti non inverte l'onere della prova a carico del lavoratore.
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Rimborso spese mezzo proprio: quando spetta?
Una società di trasporti ha richiesto a un suo autista di iniziare il lavoro da una sede diversa e più lontana da quella pattuita, imponendogli di fatto l'uso del proprio veicolo. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del lavoratore al rimborso spese mezzo proprio, stabilendo che un accordo aziendale forfettario, inteso a compensare il tempo di viaggio extra, non esclude il rimborso previsto dal Contratto Collettivo Nazionale (CCNL) per l'utilizzo del veicolo privato nell'interesse aziendale.
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Rimborso spese viaggio: il diritto dell’autista
La Cassazione ha confermato il diritto di un autista a ottenere il rimborso spese viaggio per l'uso del proprio veicolo per raggiungere una nuova e più distante sede di lavoro imposta dall'azienda. Un accordo sindacale che prevedeva un compenso forfettario è stato interpretato come retribuzione per il tempo di viaggio aggiuntivo (lavoro straordinario) e non come un rimborso dei costi di trasporto, lasciando intatto il diritto del lavoratore a vedersi rimborsate le spese secondo il Contratto Collettivo Nazionale.
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Rimborso spese mezzo proprio: spetta all’autista?
Un'ordinanza della Corte di Cassazione chiude un caso relativo al diritto di un autista al rimborso spese per l'uso del mezzo proprio. La Corte d'Appello aveva riconosciuto tale diritto, ritenendo inadeguato un accordo sindacale che prevedeva un compenso forfettario, interpretato come retribuzione per lavoro straordinario e non come rimborso. La controversia si è conclusa con un accordo transattivo tra le parti, che ha portato all'estinzione del giudizio di cassazione.
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Rimborso spese mezzo proprio: spetta al lavoratore?
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un autista a ricevere il rimborso spese mezzo proprio per recarsi in una sede di lavoro diversa da quella contrattuale. La Suprema Corte ha chiarito che l'indennità forfettaria prevista da un accordo aziendale copriva il tempo di viaggio come lavoro straordinario, ma non escludeva il diritto al rimborso delle spese vive per l'uso dell'auto, come previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) di settore.
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Licenziamento per insubordinazione: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per insubordinazione a carico di un autista. La Corte ha ritenuto che la condotta gravemente offensiva e inadempiente tenuta durante un corso sulla sicurezza sul lavoro integrasse una giusta causa di recesso, respingendo il ricorso del lavoratore che mirava a una rivalutazione dei fatti.
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Frazionamento del credito: quando è legittimo?
Un lavoratore ha agito contro il suo datore di lavoro e la relativa azienda agricola per il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato. La Corte di Cassazione ha affrontato il tema del frazionamento del credito, stabilendo che non costituisce abuso del processo agire prima con un procedimento monitorio per un credito liquido e documentato, e poi con una causa ordinaria per accertare un credito diverso, vantato verso due soggetti distinti. La Corte ha rigettato il ricorso dei datori di lavoro, confermando le decisioni dei giudici di merito.
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Rimborso spese: quando spetta per uso auto propria?
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un autista a ricevere il rimborso spese per l'uso della propria auto per raggiungere una sede di lavoro diversa da quella pattuita. La Corte ha stabilito che un accordo aziendale che prevede un compenso forfettario, trattato fiscalmente come straordinario, non può sostituire il diritto al rimborso chilometrico previsto dal Contratto Collettivo Nazionale (CCNL), poiché tale compenso non ha natura risarcitoria delle spese sostenute.
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Rimborso spese mezzo proprio: spetta sempre?
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un autista a ricevere il rimborso spese per l'uso del mezzo proprio per recarsi in una sede di lavoro diversa da quella contrattuale. Secondo la Corte, un accordo sindacale aziendale che prevede un compenso forfettario, trattato fiscalmente come straordinario, non può sostituire l'indennità specifica prevista dal CCNL per l'uso del veicolo personale nell'interesse dell'azienda.
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Prova orario di lavoro: testimoni decisivi
Una cuoca, assunta con contratto part-time, ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro per ottenere il pagamento di differenze retributive, sostenendo di aver di fatto svolto un orario di lavoro full-time. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando la decisione della Corte d'Appello. Il punto centrale della decisione è il valore della prova orario di lavoro fornita tramite testimoni. La Suprema Corte ha ribadito che la testimonianza di un ex collega è pienamente valida per dimostrare le ore effettivamente lavorate, anche se il capitolo di prova non è iper-dettagliato, purché sia credibile e basato su conoscenza diretta. L'ordinanza chiarisce che il giudice di merito ha ampia discrezionalità nel valutare le prove e che le censure del datore di lavoro su presunti vizi procedurali e di quantificazione del danno sono state ritenute inammissibili e infondate.
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Aliunde perceptum: onere della prova e calcolo danni
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il caso di un recesso anticipato illegittimo da parte di un Comune nei confronti di un dipendente a tempo determinato. La Corte ha chiarito che l'onere di provare l'aliunde perceptum, ovvero i guadagni alternativi del lavoratore, spetta interamente al datore di lavoro. In assenza di prove specifiche da parte dell'ente, è legittimo che il giudice proceda a una quantificazione equitativa del danno, basandosi sugli elementi disponibili. Il ricorso del Comune è stato quindi respinto.
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Tempo tuta: retribuzione per vestizione è d’obbligo
Un gruppo di operatori sanitari ha citato in giudizio la propria azienda ospedaliera per ottenere il pagamento del 'tempo tuta' e del cambio consegne. Dopo le decisioni negative dei tribunali di merito, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei lavoratori. La Suprema Corte ha ribadito che il tempo necessario per indossare e dismettere la divisa, così come quello per le consegne, costituisce a tutti gli effetti orario di lavoro e deve essere retribuito, specialmente nel settore sanitario dove tali attività sono imposte da esigenze di igiene e sicurezza. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Danno da demansionamento: risarcimento e trasferimento
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un'azienda per danno da demansionamento, stabilendo che il pregiudizio professionale può essere provato anche in via presuntiva. L'ordinanza chiarisce che il trasferimento di un lavoratore che assiste un familiare disabile è illegittimo anche se avviene all'interno della stessa città, qualora leda la possibilità di assistenza. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando la decisione della Corte d'Appello che aveva riconosciuto l'illegittimità del trasferimento e il demansionamento del dipendente, assegnato a mansioni di call center non equivalenti alle precedenti.
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Tempo tuta medici: la Cassazione annulla la sentenza
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d'Appello che riconosceva a un gruppo di medici il diritto al compenso per il cosiddetto 'tempo tuta' e per il lavaggio delle divise. L'ordinanza stabilisce che la prova di tali attività, specialmente per i medici convenzionati con rapporto di parasubordinazione, deve essere rigorosa e non può essere presunta. La Corte ha riscontrato una grave carenza di motivazione nella decisione di secondo grado, la quale non ha specificato gli elementi probatori a sostegno della condanna dell'azienda sanitaria. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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