Un politico, candidato alle elezioni comunali, viene accusato di scambio elettorale politico-mafioso per aver promesso 3.000 euro e favori a un clan in cambio di voti. Una volta eletto, mantiene la promessa. Sottoposto agli arresti domiciliari, si dimette dalla carica e presenta ricorso, sostenendo che il pericolo di commettere altri reati sia venuto meno. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando la misura cautelare. Secondo i giudici, le dimissioni non sono sufficienti a escludere il rischio, poiché i legami con l'ambiente criminale e la sua disponibilità a commettere illeciti persistono, potendo ancora agire come intermediario per affari illeciti.
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