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Art. 416-bis Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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1801 provvedimenti

Altri anni per Art. 416-bis Codice Penale

Misure di prevenzione: il boss in cella resta pericoloso
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione, nello specifico la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, nei confronti di un esponente di un clan camorristico. Nonostante una detenzione di quasi ventotto anni e una condotta carceraria apparentemente corretta, i giudici hanno ritenuto attuale la sua pericolosità sociale. Durante la carcerazione, l'uomo ha continuato a ricevere uno stipendio dal clan e a inviare messaggi strategici all'esterno tramite la moglie. Inoltre, una volta libero, è stato vittima di un agguato, a dimostrazione del suo ruolo ancora attivo e centrale nelle dinamiche criminali. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso, confermando che la lunga carcerazione non cancella automaticamente la pericolosità se vi sono prove di un legame associativo mai interrotto.
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Tentata estorsione aggravata: la Cassazione conferma il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di usura e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un commerciante. L'Indagato aveva concesso prestiti a tassi usurari, pretendendo la restituzione anche tramite il prelievo gratuito di merce dal supermercato della vittima. Di fronte alle resistenze di quest'ultima, L'Indagato aveva evocato l'intervento del proprio figlio, noto esponente di un clan mafioso locale, per intimorire la vittima. La Suprema Corte ha confermato la solidità degli indizi e la legittimità della misura carceraria, ritenendo concreto il rischio di reiterazione del reato e proporzionata la misura applicata.
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Custodia cautelare in carcere: l’età non salva il boss in fuga
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per una donna ultrasettantenne accusata di associazione mafiosa, ricettazione, turbativa d'asta ed estorsione. La difesa contestava la misura cautelare evidenziando l'età avanzata dell'indagata e una precedente archiviazione per fatti simili. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che l'archiviazione non impedisce nuove indagini su condotte successive e che l'età non esclude la prigione in presenza di un eccezionale pericolo di fuga (la donna era stata fermata in aeroporto con un biglietto di sola andata per la Spagna) e di inquinamento delle prove. La decisione ribadisce la legittimità della custodia cautelare in carcere per i vertici dei clan.
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Aggravante del metodo mafioso: ricorso inammissibile e condanna
Due soggetti sono stati condannati per estorsione aggravata. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e la sussistenza dell'aggravante del metodo mafioso. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. La contestazione sulla recidiva è stata ritenuta infondata poiché i giudici di merito hanno ampiamente motivato la pericolosità sociale dei soggetti, già condannati in passato per associazione mafiosa. Riguardo all'aggravante del metodo mafioso, la Cassazione ha stabilito che la questione non poteva essere sollevata per la prima volta in sede di legittimità, non essendo stata inserita nei motivi di appello. Di conseguenza, su tale punto si era già formato il giudicato. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione ambientale: quando il silenzio diventa minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione aggravata nei confronti di un soggetto che aveva intimato a un imprenditore edile di "mettersi a posto". La Suprema Corte ha stabilito che la richiesta di denaro formulata in un territorio controllato dalla criminalità organizzata integra il reato di estorsione ambientale con l'aggravante del metodo mafioso. Questo avviene anche in assenza di minacce esplicite, poiché il contesto territoriale esercita una pressione intimidatoria sufficiente a coartare la vittima. I giudici hanno inoltre negato le attenuanti per la speciale tenuità del danno e per il risarcimento, ritenendo l'offerta di mille euro incongrua e non formale. Il ricorso del condannato è stato dichiarato inammissibile.
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Custodia cautelare in carcere: fermato l’imprenditore del clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. L'indagato sosteneva l'assenza di gravi indizi e contestava il pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il corretto comportamento tenuto durante i precedenti arresti domiciliari. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando lo stretto legame tra l'attività d'impresa del soggetto e gli interessi del clan criminale. La Cassazione ha chiarito che, nei reati di stampo mafioso, opera una presunzione di pericolosità sociale non superata dal semplice decorso del tempo o dal rispetto delle prescrizioni domiciliari, rendendo la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea a contenere il rischio di nuovi reati.
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Custodia cautelare in carcere: la Cassazione ferma il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione. L'indagato aveva impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame, contestando l'uso delle intercettazioni e la valutazione del suo ruolo di vertice nel clan. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni sono valide anche se autorizzate richiamando i verbali della polizia (motivazione per relationem). Inoltre, per i reati di mafia opera una presunzione di pericolosità che impone la custodia in carcere, salvo prove contrarie non fornite dalla difesa. Di conseguenza, l'indagato resta in prigione e deve pagare le spese processuali.
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Attualità della pericolosità sociale: buona condotta vs clan
La Corte di Cassazione ha confermato le misure di prevenzione della sorveglianza speciale e della confisca dei beni a carico di un soggetto indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando la buona condotta in carcere e la risalenza dei reati. I giudici hanno stabilito che il comportamento carcerario positivo non basta a dimostrare il recesso dal clan. Inoltre, la confisca è legittima poiché la pubblica accusa ha provato la sproporzione tra il valore dei beni e i redditi dichiarati, mentre la difesa non ha fornito prove concrete sulla provenienza lecita delle risorse utilizzate per l'acquisto.
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Crediti leciti e metodo mafioso: condannati gli esattori
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un gruppo di soggetti accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso e ricettazione. Gli imputati, agendo come intermediari per il recupero di crediti commerciali nel settore ortofrutticolo, utilizzavano pressioni e allusioni alla criminalità organizzata calabrese per costringere gli imprenditori a pagare somme non dovute e senza rilascio di quietanza. La difesa sosteneva trattarsi di semplice esercizio arbitrario delle proprie ragioni e contestava l'aggravante, evidenziando l'assenza di minacce esplicite. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, stabilendo che il metodo mafioso sussiste anche con allusioni subdole e implicite alla propria caratura criminale, capaci di incutere timore e omertà nelle vittime, a prescindere da una loro reazione dialettica. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: condanne certe e spese da rifare
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per associazione di tipo mafioso e altri reati, tra cui estorsione ed esercizio abusivo del lotto. La Corte ha confermato la responsabilità penale della maggior parte degli imputati, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso di uno degli imputati, annullando con rinvio la condanna per un singolo episodio di estorsione: il reato non si era consumato poiché mancava la prova dell'effettivo pagamento della somma richiesta. Inoltre, la Suprema Corte ha accolto il ricorso delle associazioni antiracket costituite parti civili, annullando la liquidazione delle spese legali in loro favore perché determinata sotto i minimi tariffari di legge, disponendo un nuovo giudizio sul punto.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e il trasferimento dell'indagato dal Piemonte alla Calabria dimostrassero l'assenza di esigenze cautelari. I giudici hanno invece stabilito che, per i reati di mafia, la presunzione di pericolosità può essere superata solo con la prova certa del recesso dall'associazione. Il semplice decorso del tempo o il trasferimento geografico non bastano a dimostrare l'allontanamento definitivo dal clan, specialmente se il soggetto manteneva i contatti con la cosca madre. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Illecita concorrenza con violenza o minaccia nei parchi eolici
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi esponenti criminali accusati di estorsione e illecita concorrenza con violenza o minaccia, aggravati dal metodo mafioso, in relazione alla costruzione di parchi eolici in Calabria. Gli imputati costringevano gli imprenditori locali a cedere i subappalti dei trasporti a ditte vicine ai clan. La Suprema Corte ha ribadito che il reato di estorsione può concorrere con quello di illecita concorrenza con violenza o minaccia, poiché tutelano beni giuridici differenti: il patrimonio individuale da un lato e la libertà del mercato dall'altro. Di conseguenza, i ricorsi degli imputati sono stati rigettati o dichiarati inammissibili, confermando le loro responsabilità penali e l'obbligo di risarcire i danni alle parti civili.
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Metodo mafioso nell’estorsione: incensurato resta in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia in carcere per tentata estorsione. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'aggravante del metodo mafioso nell'estorsione. L'Indagato e un complice avevano minacciato la vittima affermando di appartenere a una famiglia potente che comanda la città, provocandone l'assoggettamento psicologico. La difesa contestava l'efficacia intimidatoria delle frasi e valorizzava lo stato di incensurato dell'uomo. La Cassazione ha chiarito che il ricorso di legittimità non può richiedere una nuova valutazione dei fatti se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, L'Indagato resta in carcere e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso in estorsione: il silenzio che diventa complicità
Un indagato ha impugnato l'ordinanza di custodia in carcere per estorsione pluriaggravata, sostenendo che la sua presenza agli incontri fosse occasionale e passiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che prelevare la vittima con un'auto dai vetri oscurati e assistere silenziosamente alla richiesta di denaro configura un pieno concorso in estorsione. Anche la semplice presenza silenziosa a fianco dell'estorsore principale rafforza la minaccia e l'effetto intimidatorio sulla vittima, palesando la forza di un gruppo organizzato. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Trasferimento fraudolento di valori: il carcere resta inevitabile
L'Indagato, accusato di trasferimento fraudolento di valori aggravato dall'agevolazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che la misura fosse eccessiva, evidenziando l'incensuratezza dell'uomo, il sequestro delle società coinvolte e il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i reati legati alla criminalità organizzata, opera una doppia presunzione di pericolosità e di adeguatezza del carcere. Questa presunzione può essere superata solo dimostrando la rescissione stabile dei legami con il clan, elemento non provato nel caso di specie. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Trasferimento fraudolento di valori: il prestanome va in carcere
Il Tribunale di Roma confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di concorso in trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal metodo mafioso. L'indagato avrebbe agito come prestanome per schermare i beni di un esponente criminale, eludendo le misure di prevenzione patrimoniali. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dall'inizio delle indagini, e negava il dolo specifico dell'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nel concorso di persone, il prestanome risponde del reato anche senza un interesse personale diretto, purché sia consapevole della finalità elusiva del socio occulto. Inoltre, il semplice decorso del tempo non cancella il pericolo di recidiva se non emergono elementi di segno contrario. L'indagato resta in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il silenzio non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato di associazione mafiosa. Inizialmente, il GIP aveva respinto la richiesta del Pubblico Ministero valorizzando il "tempo silente", ossia il periodo trascorso senza nuove condotte criminose. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno chiarito che, per il reato di associazione di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità. Il mero decorso del tempo e l'assenza di nuovi episodi delittuosi non bastano a superare questa presunzione, specialmente se emerge una stabile vicinanza al clan e la disponibilità di armi. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane la misura idonea.
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Gravi indizi di colpevolezza: la finta pace non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due soggetti, padre e figlio, accusati di tentato omicidio ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, proponendo una ricostruzione alternativa dei fatti, basata su una presunta pacificazione tra clan rivali e su diverse interpretazioni delle intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito delle prove, ma deve solo verificare la coerenza logica della motivazione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno ritenuto pienamente giustificata la misura cautelare, confermando la solidità del quadro indiziario a carico dei ricorrenti, condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il legame col clan nega la libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la conferma della custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva che l'annullamento con rinvio di precedenti accuse per reati finanziari (riciclaggio) costituisse un elemento nuovo idoneo a far cadere i gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno invece confermato la misura cautelare, evidenziando che l'appartenenza stabile al clan mafioso emergeva chiaramente da intercettazioni telefoniche, gestione di affari di famiglia e riscossione di ingenti somme di denaro. La Cassazione ha ribadito che la rivalutazione dei singoli reati fine non cancella automaticamente il quadro indiziario relativo alla partecipazione all'associazione mafiosa, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari al promotore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di essere il promotore di un'associazione a delinquere finalizzata al contrabbando di carburante, aggravata dal metodo mafioso. L'imputato aveva richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico, evidenziando la propria incensuratezza e il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la gravità dei legami con clan malavitosi e il ruolo di vertice ricoperto rendono la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea a contenere il concreto pericolo di recidiva, non ritenendo superata la presunzione di adeguatezza della misura estrema.
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