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Art. 41 Costituzione

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616 provvedimenti

Inquadramento superiore: le mansioni prevalgono
La Corte di Cassazione conferma il diritto di un lavoratore all'inquadramento superiore, stabilendo che la valutazione deve basarsi sulle mansioni concretamente svolte e non sulla denominazione o complessità della struttura aziendale. La sentenza rigetta l'appello di una società che distingueva tra diverse tipologie di sale operative senza un supporto normativo o contrattuale. Viene inoltre ribadito che la prescrizione dei crediti retributivi decorre dalla fine del rapporto di lavoro, a causa della ridotta stabilità introdotta dalle recenti riforme.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione completa dal datore di lavoro originario (cedente) dal momento in cui offre la propria prestazione. La somma percepita dal datore di lavoro di fatto (cessionario) non può essere detratta, poiché si originano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente e uno 'de facto' con il cessionario. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando il principio della non detraibilità delle somme percepite altrove.
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Licenziamento oggettivo: la Cassazione fa chiarezza
Una dirigente licenziata a seguito di una riorganizzazione aziendale fallita ha impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento oggettivo, chiarendo che è sufficiente la prova di effettive ragioni economiche e organizzative che hanno portato alla soppressione del posto. La Corte ha inoltre ribadito che il motivo ritorsivo deve essere l'unica e determinante causa del recesso e ha dichiarato inammissibile la domanda relativa all'indennità per vizi procedurali nel ricorso.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20314/2025, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione sia dal datore di lavoro originario (cedente) che da quello di fatto (cessionario). La Corte ha chiarito che si configurano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' ripristinato con il cedente e uno 'de facto' proseguito con il cessionario. Di conseguenza, la retribuzione versata da quest'ultimo non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si applica il principio della 'compensatio lucri cum damno'.
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Canone aggiuntivo idroelettrico: limiti del sindacato
Una società energetica ha impugnato la misura di un canone aggiuntivo imposto da una Regione per la prosecuzione di concessioni idroelettriche scadute. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la competenza regionale nella determinazione del canone e specificando che il sindacato giurisdizionale è limitato alla verifica di ragionevolezza e proporzionalità, senza poter entrare nel merito delle scelte discrezionali dell'amministrazione.
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Caparra confirmatoria: reale, non consensuale
La Corte di Cassazione ha stabilito che la caparra confirmatoria è un contratto di natura reale, che si perfeziona solo con la consegna effettiva della somma di denaro. Una semplice promessa di pagamento, non seguita dalla dazione, non consente al creditore di avvalersi dei rimedi tipici previsti dall'art. 1385 c.c., come la ritenzione della somma o la richiesta del doppio. Il caso riguardava una promittente venditrice che aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento di una caparra mai versata dalla promissaria acquirente. La Corte ha confermato le decisioni dei giudici di merito, rigettando il ricorso e ribadendo che senza la 'traditio' (consegna), il patto sulla caparra non produce i suoi effetti specifici.
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Clausola statutaria nulla: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso di un'associazione di categoria. Al centro della disputa vi era una clausola statutaria nulla che impediva agli associati con contenziosi legali in corso contro l'ente di ricoprire cariche sociali. La Corte ha stabilito che tale clausola viola i principi costituzionali di democraticità, eguaglianza e il diritto alla difesa, poiché potrebbe essere usata in modo abusivo per sopprimere il dissenso interno.
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Rifiuto del lavoratore: quando è legittimo?
Una società ha licenziato una dipendente per giusta causa dopo il suo rifiuto di prendere servizio in una nuova sede con mansioni inferiori. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ritenendo il rifiuto del lavoratore una reazione proporzionata e legittima (ai sensi dell'art. 1460 c.c.) a fronte di una serie di gravi e continui inadempimenti da parte del datore di lavoro, tra cui il demansionamento, un precedente trasferimento illegittimo e il mancato pagamento di retribuzioni. La Corte ha chiarito che per valutare la proporzionalità della reazione, il giudice deve considerare la condotta datoriale nel suo complesso.
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Definizione agevolata: il caso rinviato in Cassazione
Una società e i suoi soci, destinatari di un avviso di accertamento basato su studi di settore, hanno impugnato la decisione della Commissione Tributaria Regionale. Durante il giudizio in Cassazione, hanno aderito alla definizione agevolata delle controversie ("Rottamazione-quater"). La Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, ha rinviato la causa a nuovo ruolo per permettere la verifica dell'effettivo pagamento e la conseguente estinzione del giudizio.
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Licenziamento autoferrotranvieri: la nullità del recesso
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società di trasporti, confermando la nullità del licenziamento di un dipendente. La sentenza ribadisce un principio fondamentale per il settore: in caso di licenziamento autoferrotranvieri, se il lavoratore chiede l'intervento del Consiglio di disciplina, il datore di lavoro perde il potere di irrogare la sanzione. Qualsiasi licenziamento emesso in violazione di questa procedura è nullo e il lavoratore ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro.
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Contratto a progetto: quando è valido? La Cassazione
Un professionista, assunto con contratto a progetto da un'impresa di costruzioni, ha chiesto la conversione del suo rapporto in lavoro subordinato a tempo indeterminato. Sosteneva che il progetto non fosse specifico e che, non essendo iscritto all'albo professionale italiano, non gli si applicasse l'eccezione prevista per le professioni intellettuali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che l'esistenza di un progetto sufficientemente specifico (coordinamento di un cantiere) esclude la conversione automatica. Tale progetto può rientrare nell'attività ordinaria dell'azienda, purché sia finalizzato a un risultato definito. Di conseguenza, l'onere di provare la subordinazione gravava sul lavoratore, prova che non è stata fornita.
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Sospensione cautelare dipendente pubblico: il diritto
La Cass. Civ., Sez. L, n. 7657/2019, stabilisce che in caso di sospensione cautelare del dipendente pubblico per un procedimento penale, se l'amministrazione non avvia il procedimento disciplinare dopo la fine di quello penale, il dipendente ha diritto alla 'restitutio in integrum' (piena retribuzione). L'onere di riattivare il procedimento è dell'ente, non del lavoratore. La mancata comunicazione della sentenza penale da parte del lavoratore è irrilevante.
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Rifiuto prestazione lavorativa: quando è licenziamento
Un autista viene licenziato per giusta causa dopo essersi rifiutato per due volte di effettuare viaggi comandati dal superiore, sostenendo che si trattasse di lavoro straordinario non retribuito. La Corte d'Appello conferma la legittimità del licenziamento, qualificando il comportamento del lavoratore come grave insubordinazione. Secondo i giudici, il rifiuto della prestazione lavorativa è ingiustificato se l'inadempimento del datore di lavoro non è totale e grave, specialmente in un contesto di presunto mancato pagamento di straordinari. La sanzione espulsiva è stata ritenuta proporzionata alla condotta del dipendente.
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Licenziamento oggettivo: quando è legittimo?
Una lavoratrice impugna il suo licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sostenendo che la riorganizzazione aziendale fosse un pretesto. Il Tribunale di Verona ha respinto il ricorso, ritenendo il licenziamento legittimo. La corte ha verificato l'effettività della riorganizzazione produttiva, che ha reso eccessivo l'orario di lavoro della dipendente. Il rifiuto della lavoratrice di accettare una riduzione dell'orario o un trasferimento in un'altra sede ha validato la decisione dell'azienda.
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Canone concessorio: nullo l’accordo che lo riduce
Una sentenza del Tribunale di Milano ha dichiarato la nullità di un accordo tra un Ente Locale e una società di distribuzione del gas che riduceva il canone concessorio dovuto dopo la scadenza del contratto. La decisione si fonda sulla natura imperativa delle norme che regolano il settore, le quali, anche con efficacia retroattiva, impongono il pagamento del canone originario per tutelare la finanza pubblica. La società è stata condannata a versare le differenze non pagate.
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Obbligo di repêchage: onere della prova del datore
Il Tribunale di Milano ha dichiarato illegittimo un licenziamento per giustificato motivo oggettivo a causa della violazione dell'obbligo di repêchage. La sentenza ribadisce che spetta esclusivamente al datore di lavoro l'onere di provare, in modo specifico e non generico, l'impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre mansioni all'interno dell'azienda.
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