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Art. 393 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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446 provvedimenti

Altri anni per Art. 393 Codice Penale

Estorsione o recupero crediti: la condanna per il silenzio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di Estorsione ai danni di un imprenditore, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. La difesa sosteneva che la condotta andasse qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ipotizzando il recupero di un credito originario. I giudici hanno respinto questa tesi: le richieste di denaro erano sproporzionate rispetto al debito effettivo e l'imputato aveva imposto alla vittima di vendere la propria casa o di pagare un affitto per rimanervi. Inoltre, la presenza silenziosa dell'imputato durante le minacce dei complici, forte della sua nota influenza criminale sul territorio, è stata ritenuta idonea a incutere timore nella vittima. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali e risarcire i danni alle parti civili.
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Estorsione aggravata: condannato chi esige un finto credito
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione aggravata nei confronti di un uomo che aveva aggredito e minacciato una donna per ottenere il pagamento di una somma di denaro. L'imputato sosteneva che si trattasse di un semplice esercizio arbitrario delle proprie ragioni, legato a un presunto debito nei confronti di sua moglie. Tuttavia, i giudici hanno rilevato la totale assenza di prove sull'esistenza di questo credito. La condotta violenta, provata da testimonianze, messaggi sul cellulare e certificati medici, configura pienamente il reato di estorsione aggravata. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore della vittima.
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Tentata estorsione aggravata: il clan perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione aggravata a carico di un soggetto accusato di aver preteso somme di denaro e subappalti da un imprenditore locale. I giudici hanno ritenuto pienamente provata la responsabilità dell'imputato, evidenziando l'utilizzo del metodo mafioso per intimidire la vittima. La Suprema Corte ha chiarito che l'aggravante del metodo mafioso sussiste quando la condotta evoca la forza di un clan criminale, anche se la vittima non si piega del tutto o se l'associazione rimane sullo sfondo. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la pena detentiva e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di estorsione in famiglia: quando la minaccia è solo tentata
Un uomo pretendeva continuamente denaro dal suocero con minacce e violenze, configurando il reato di estorsione. In un'occasione, il genero aggredì la vittima nella sua bottega, ma senza ricevere denaro nell'immediato. La Corte di Cassazione ha stabilito che questo specifico episodio non costituisce un'estorsione consumata, bensì un'estorsione tentata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato parzialmente la sentenza d'appello, ordinando la rideterminazione della pena. Il genero rimane definitivamente responsabile per i fatti commessi, ma la sua sanzione dovrà essere ricalcolata al ribasso poiché l'episodio nella bottega è stato riqualificato come tentativo e non come reato consumato.
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Estorsione o recupero crediti? La condanna per minacce ai figli
Un creditore ha concesso un prestito a un debitore. Per ottenere la restituzione della somma, ha minacciato di morte non solo il debitore, ma anche i suoi figli, soggetti del tutto estranei al debito. La Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione, respingendo la richiesta della difesa di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che quando le minacce colpiscono familiari estranei al rapporto obbligatorio, si configura sempre il delitto di estorsione, poiché il creditore non vanta alcun diritto tutelabile verso terzi. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria per 29 euro: la Cassazione corregge la pena
L'Imputato sottrae ventinove euro vinti da un uomo a una slot machine. Per assicurarsi la fuga e l'impunità, distrugge il cellulare della vittima che tentava di chiamare le forze dell'ordine e la minaccia con un bicchiere rotto. I giudici di merito lo condannano per il reato di rapina impropria. La Corte di Cassazione conferma la responsabilità penale dell'uomo, ribadendo che la violenza successiva al furto integra la rapina impropria se finalizzata a garantire l'impunità. Tuttavia, i giudici supremi accolgono il ricorso limitatamente a un errore di calcolo matematico compiuto dalla Corte d'Appello nell'applicazione dello sconto di un terzo previsto per il giudizio abbreviato. La Cassazione annulla senza rinvio la sentenza sul punto e ridetermina direttamente la pena finale in due anni, dieci mesi e venti giorni di reclusione.
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Tentata estorsione tra ambulanti: prescritta una condanna
Un venditore ambulante ha minacciato gravemente un concorrente per impedirgli di lavorare nella stessa zona, così da eliminare la concorrenza e aumentare i propri guadagni. I giudici hanno qualificato la condotta come tentata estorsione e non come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, poiché non esisteva alcun diritto legale da far valere. La Corte di Cassazione ha confermato questa qualificazione giuridica, ma ha annullato senza rinvio la condanna per uno dei due episodi contestati, dichiarandolo estinto per intervenuta prescrizione. Di conseguenza, la pena originaria è stata ridotta di quattro mesi di reclusione e 350 euro di multa, mentre la condanna per il secondo episodio di tentata estorsione è rimasta definitiva.
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Truffa con assegno: il diritto di querela del terzo danneggiato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per truffa, ricettazione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La difesa sosteneva l'improcedibilità dell'azione penale, affermando che solo il destinatario materiale dell'assegno insoluto potesse sporgere querela. I giudici hanno invece confermato la condanna, stabilendo che il diritto di querela del terzo danneggiato spetta anche a chi subisce un danno indiretto ma concreto. Nel caso specifico, il titolare dell'azienda, il cui nome era stato inserito nella centrale allarmi a causa del protesto dell'assegno, è stato ritenuto pienamente legittimato a presentare la querela. L'imputato perde la causa e viene condannato alle spese processuali e a una sanzione pecuniaria.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: quando è estorsione
Il Ricorrente pretendeva il pagamento di cinquemila euro per risarcire un danno di soli tre giorni di prognosi subìto da terze persone (dipendenti di un locale), minacciando la vittima per ottenere la somma. I giudici di merito lo condannavano per estorsione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, rifiutando la derubricazione nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte ha chiarito che la pretesa era sproporzionata, non spettava direttamente al Ricorrente e le gravi minacce escludevano qualsiasi trattativa paritaria, confermando così la natura estorsiva della condotta.
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Debito di 200 euro e auto rubata: è tentata estorsione
Un uomo è stato condannato per furto aggravato e tentata estorsione dopo aver sottratto l'auto della madre di un suo debitore, pretendendo il pagamento di un debito di 200 euro per la restituzione. La restituzione del veicolo è avvenuta solo perché i colpevoli si sono accorti della presenza delle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che non si tratta di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ma di tentata estorsione, poiché il valore del bene sottratto era sproporzionato rispetto al debito e le minacce erano gravi. Inoltre, è stata esclusa la desistenza volontaria, poiché l'interruzione del reato è stata causata dal timore dell'intervento della polizia e non da una scelta spontanea. L'imputato perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Crediti leciti e metodo mafioso: condannati gli esattori
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un gruppo di soggetti accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso e ricettazione. Gli imputati, agendo come intermediari per il recupero di crediti commerciali nel settore ortofrutticolo, utilizzavano pressioni e allusioni alla criminalità organizzata calabrese per costringere gli imprenditori a pagare somme non dovute e senza rilascio di quietanza. La difesa sosteneva trattarsi di semplice esercizio arbitrario delle proprie ragioni e contestava l'aggravante, evidenziando l'assenza di minacce esplicite. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, stabilendo che il metodo mafioso sussiste anche con allusioni subdole e implicite alla propria caratura criminale, capaci di incutere timore e omertà nelle vittime, a prescindere da una loro reazione dialettica. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione aggravata: condannata la finta colletta per i detenuti
Un artigiano, mentre eseguiva lavori edili a Napoli, è stato avvicinato da una donna e da suo figlio. I due hanno preteso un pagamento di 1.200 euro come colletta per i detenuti, minacciandolo di gravi violenze fisiche. Dopo un primo pagamento di 800 euro, l'artigiano si è rivolto ai Carabinieri, che hanno arrestato la donna durante la consegna di una seconda tranche di denaro. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione aggravata. I giudici hanno respinto la tesi difensiva che invocava il meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni per un presunto debito, ritenendolo del tutto inesistente. Inoltre, è stata negata l'attenuante del danno di speciale tenuità, poiché l'estorsione offende non solo il patrimonio ma anche la libertà e l'integrità fisica della vittima.
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Concordato in appello: tra recupero crediti e tentata estorsione
L'Imputata, accusata di tentata estorsione per aver preteso con violenza la restituzione di un credito, proponeva un concordato in appello chiedendo di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte d'appello rifiutava l'accordo, ritenendo che la gravità delle minacce dimostrasse l'intenzione estorsiva. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputata, stabilendo che il rifiuto del concordato in appello basato su un'errata interpretazione della legge è contestabile. La Corte ha chiarito che il discrimine tra i due reati risiede nell'intenzione psicologica di esercitare un diritto legittimo, indipendentemente dalla gravità della violenza usata. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: quando è estorsione
L'Imputato è stato condannato per rapina, estorsione e lesioni personali. Egli ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta violenta, finalizzata a recuperare una somma di denaro anticipata per un affare di materiale ferroso, dovesse essere qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e non come estorsione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni non è configurabile quando la violenza o la minaccia superano ogni ragionevole limite di tutela di un preteso diritto, sfociando in una vera e propria estorsione. Inoltre, la presenza di un'aggravante rende il reato procedibile d'ufficio, rendendo irrilevante l'eventuale ritiro della querela. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione per debiti d’usura: condannati i creditori
Il caso riguarda un finanziamento di ottantamila euro concesso a tassi usurari pari al quarantotto per cento annuo. Successivamente, il creditore e un complice hanno tentato di recuperare le somme attraverso gravi minacce, evocando l'intervento di presunti esponenti della criminalità organizzata. Gli imputati hanno impugnato la condanna sostenendo che si trattasse di un lecito recupero crediti o, al massimo, del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna per il reato di usura e per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che non si può invocare il recupero di un diritto legittimo quando il credito deriva da un patto usurario nullo, escludendo così la derubricazione del reato e confermando la gravità della condotta minatoria.
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Sfratto con la forza: da credito legittimo a tentata estorsione
Un proprietario immobiliare, non riuscendo a sfrattare l'inquilino moroso con le normali vie legali, si è rivolto a un esponente della criminalità organizzata locale per minacciarlo e costringerlo a pagare e rilasciare il locale. La Corte di Cassazione ha confermato la qualificazione del fatto come tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, respingendo la tesi difensiva che invocava il più lieve reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che l'intervento di terzi criminali, che agiscono anche per riaffermare il proprio potere sul territorio, trasforma l'azione di recupero crediti in una vera e propria estorsione. Il ricorso del proprietario è stato dichiarato inammissibile.
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Da recupero crediti a tentata estorsione: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un soggetto accusato di tentata estorsione. L'indagato pretendeva il pagamento di 70.000 euro, del tutto ingiustificati, minacciando la sorella del presunto debitore. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno respinto la richiesta: l'uso di minacce gravi verso persone estranee al rapporto di debito, da parte di un soggetto terzo, configura pienamente il reato di tentata estorsione e non una semplice pretesa arbitraria di un proprio diritto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Reato di estorsione: condannati gli usurai che usano violenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per usura e reato di estorsione a carico di due soggetti che avevano concesso prestiti a tassi usurari a una commerciante in grave stato di bisogno. Di fronte alle difficoltà di restituzione, i condannati avevano utilizzato minacce e violenze fisiche contro i familiari della vittima per impossessarsi di beni mobili e immobili. La difesa sosteneva che la condotta andasse qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e che vi fosse stata desistenza volontaria per aver rinunciato agli interessi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che il recupero di un credito usurario (quindi illecito) esclude qualsiasi pretesa legittima e che l'usura si consuma già con la promessa degli interessi, rendendo impossibile la desistenza. I ricorrenti sono stati condannati anche al risarcimento dei danni.
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Tentata estorsione per 5 euro: condannato il cliente violento
Un uomo ha minacciato di distruggere una tabaccheria se il titolare non gli avesse consegnato cinque euro, sostenendo falsamente che il distributore automatico avesse trattenuto la sua banconota. Non fornendo dettagli sull'accaduto, la sua pretesa è stata considerata un mero pretesto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione, escludendo la riqualificazione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che manca la ragionevole convinzione di esercitare un diritto. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della recidiva reiterata del soggetto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Finto danno, vera violenza: sì alla tentata estorsione aggravata
Tre soggetti sono stati condannati per tentata estorsione aggravata e lesioni personali. Gli imputati avevano partecipato a una spedizione punitiva presso l'abitazione di un automobilista, coinvolto in precedenza in un lieve incidente stradale con un loro amico ciclista. L'obiettivo era costringere la vittima ad attivare le pratiche assicurative per risarcire un danno inesistente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'azione violenta di gruppo configura la tentata estorsione aggravata e non il meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, poiché la pretesa economica era del tutto infondata e ingiusta. Di conseguenza, gli aggressori perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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