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Art. 353-bis Codice Penale

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90 provvedimenti

Bandi su misura e turbata libertà degli incanti
La vicenda riguarda la gara d'appalto per la gestione delle piscine comunali scoperte. Il Sindaco, un dirigente comunale e il referente di una società sportiva concordavano modifiche ai criteri di punteggio del bando prima della pubblicazione, favorendo l'ente locale interessato. Il Tribunale condannava gli imputati, ma la Corte d'Appello li assolveva ritenendo le condotte mere irregolarità formali coerenti con l'indirizzo politico. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione nei confronti dei tre principali soggetti, accogliendo il ricorso del Procuratore Generale. I giudici di legittimità hanno chiarito che la turbata libertà degli incanti si consuma anche solo mettendo in pericolo la regolarità della gara attraverso intese collusive preventive e scambio di bozze riservate. La Corte d'Appello ha violato l'obbligo di motivazione rafforzata, omettendo di confutare puntualmente le prove dell'illecito condizionamento.
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Sequestro probatorio sui pc: le indagini penali prevalgono sul TAR
Un imprenditore ha proposto ricorso contro il sequestro probatorio di cellulari e computer disposto nell'ambito di un'indagine per turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. L'ipotesi d'accusa riguarda un presunto accordo con la pubblica amministrazione per l'acquisto di un terreno comunale a prezzo svantaggioso prima del cambio di destinazione d'uso. La difesa sosteneva la sproporzione del sequestro informatico e l'assenza di illecito evidenziata da una precedente pronuncia amministrativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la sentenza del giudice amministrativo non blocca le indagini penali e che il sequestro probatorio rispetta i principi di proporzionalità e motivazione quando definisce chiaramente il legame tra i dispositivi e i fatti contestati.
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Sequestro probatorio: sì ai dati ma i telefoni vanno restituiti
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro probatorio di smartphone e computer appartenenti a un pubblico ufficiale indagato per aver truccato una gara d'appalto in cambio dell'assunzione della figlia. La difesa contestava la mancanza di motivazione sul legame tra i dispositivi e il reato, oltre alla violazione del principio di proporzionalità. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il sequestro è valido se finalizzato a estrarre dati informatici indispensabili per ricostruire i fatti. I dispositivi fisici devono essere restituiti subito dopo la copia dei dati, garantendo così il rispetto della proporzionalità della misura cautelare.
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Concorso o appalto? Limiti alla turbata libertà degli incanti
Il caso riguarda il presunto trucco di un concorso universitario per un posto di professore associato. Secondo l'accusa, il Direttore di un dipartimento e un Commissario avrebbero favorito una Candidata tramite minacce e accordi collusivi. In primo grado i soggetti venivano condannati per il reato di turbata libertà degli incanti. La Corte d'Appello ha annullato la sentenza, ritenendo che tale reato non si applichi ai concorsi per il personale. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Procuratore Generale. La Corte ha stabilito che la turbata libertà degli incanti tutela solo le gare d'appalto economiche e non i concorsi pubblici di assunzione. Estendere la norma violerebbe il divieto di analogia a sfavore dell'imputato. Gli atti tornano al pubblico ministero per valutare altre ipotesi di reato.
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Corruzione in atti d’ufficio: arresti per il dipendente pubblico
Il Tribunale del Riesame aveva concesso gli arresti domiciliari a un dipendente di una società pubblica, accusato di corruzione in atti d'ufficio per aver favorito alcune ditte in cambio di tangenti. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza e contestando l'attendibilità delle accuse dei coindagati e delle intercettazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che i dipendenti di società in house rivestono una qualifica pubblicistica e che la condotta di chi si mette stabilmente a disposizione del corruttore in cambio di denaro configura pienamente il reato, anche nel ruolo di intermediario.
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Abuso d’ufficio: assolto l’imprenditore per la proroga tecnica
Un imprenditore, rappresentante di una cooperativa, era stato condannato per concorso in abuso d'ufficio. L'accusa contestava lo slittamento temporale di una proroga tecnica per la gestione dei parcheggi comunali, concordato con i funzionari pubblici per consentire alla cooperativa di regolarizzare la propria posizione contributiva (DURC). La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2020, il reato di abuso d'ufficio richiede la violazione di specifiche e precise regole di condotta previste dalla legge. La semplice violazione dei principi generali di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, o l'uso della discrezionalità amministrativa nella proroga di un servizio, non è più sufficiente a integrare il reato. Di conseguenza, l'imprenditore è stato assolto.
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Sequestro preventivo: il blind trust non salva il prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo del patrimonio di una società di servizi ecologici, respingendo il ricorso del suo amministratore. I giudici hanno chiarito che il terzo estraneo al reato che richiede la restituzione dei beni sequestrati non può contestare la sussistenza del reato stesso, ma solo dimostrare la propria buona fede e la titolarità del bene. Inoltre, la nomina di un amministratore formale e la costituzione di un blind trust sulle sole quote sociali non escludono il pericolo di reiterazione dei reati, qualora l'amministratore agisca come prestanome del reale gestore indagato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Sopravvenuta carenza di interesse: dal carcere alla libertà
L'Indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per i reati di corruzione e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, ha proposto ricorso per cassazione contro la decisione del Tribunale che confermava la misura. Successivamente, a seguito della revoca della misura cautelare, l'Indagato ha presentato formale rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la revoca della misura ha fatto venir meno l'utilità concreta della decisione.
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Sopravvenuta carenza di interesse: niente spese se la misura decade
L'Indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati di corruzione e turbata libertà degli incanti, proponeva ricorso per Cassazione contro il rigetto del riesame. Successivamente alla presentazione del ricorso, il giudice revocava la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno stabilito che, poiché la revoca della misura non è imputabile all'indagato, non si configura una soccombenza virtuale. Di conseguenza, l'indagato non deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento né al versamento della sanzione pecuniaria in favore della cassa delle ammende.
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Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
Il Dirigente Comunale ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro la condanna per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. L'accusa riguardava il confezionamento di un bando di gara per servizi di nettezza urbana con requisiti "sartoriali" (come il possesso di una pressa idraulica) concordati con L'Imprenditore per favorire una specifica società. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni della difesa non riguardavano sviste materiali o errori percettivi della Corte, ma miravano a ottenere una inammissibile rivalutazione del merito della vicenda. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente: limiti
Il Pubblico Ministero ha impugnato la riduzione di una misura interdittiva applicata a un imprenditore, accusato del reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. L'accusa ipotizzava un accordo collusivo con il Sindaco per sanare, tramite un affidamento diretto sotto i 40.000 euro, lavori idrici già eseguiti da un terzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, confermando che il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente non è configurabile in caso di affidamento diretto. Questo strumento, infatti, non prevede una gara o un confronto comparativo tra più concorrenti, elementi necessari affinché si possa parlare di un bando o di un atto equipollente. Di conseguenza, l'imprenditore ha ottenuto la conferma della riduzione della misura interdittiva.
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No alla turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva escluso la gravità indiziaria per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente nei confronti di un imprenditore. L'accusa ipotizzava una collusione per sanare, tramite affidamento diretto, lavori già eseguiti abusivamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il reato ex art. 353-bis c.p. non è configurabile in caso di affidamento diretto puro e senza alcuna procedura competitiva o selettiva, poiché manca un bando di gara o un atto equipollente da inquinare.
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Turbata libertà degli incanti: condotta illecita ma prescritta
L'Amministratore e il Dirigente di un'azienda hanno ottenuto in anticipo le bozze dei documenti di una gara d'appalto per la gestione di residenze universitarie, assicurandosi un vantaggio competitivo. La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato di turbata libertà degli incanti si configura anche se la condotta illecita avviene prima della pubblicazione ufficiale del bando, purché la gara sia imminente e determinata. Tuttavia, poiché il fatto risaliva al 2014, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio, dichiarando il reato estinto per intervenuta prescrizione. Di conseguenza, i ricorrenti evitano la pena unicamente per il decorso del tempo, nonostante l'infondatezza dei loro motivi di merito.
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Sequestro probatorio: la Cassazione difende i dati del cittadino
Il Tribunale di Livorno ha annullato il sequestro probatorio di computer, smartphone e chiavetta USB appartenenti a un Dirigente Comunale, indagato per aver turbato una gara d'appalto per la gestione di una spiaggia. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il Tribunale avesse valutato eccessivamente il merito dell'accusa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici hanno stabilito che il sequestro probatorio richiede una motivazione rigorosa sul nesso di pertinenza tra i beni e il reato, rispettando il principio di proporzionalità. Non basta ipotizzare un reato in astratto per sottrarre dispositivi personali, ma occorre spiegare cosa si cerchi e perché sia indispensabile per le indagini. Il Dirigente Comunale ottiene quindi la restituzione definitiva dei suoi dispositivi elettronici.
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Sequestro probatorio illegittimo: restituzione dei beni
La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro di dispositivi elettronici disposto nei confronti di una professionista indagata per presunte irregolarità in appalti pubblici. Il provvedimento originario del Pubblico Ministero non descriveva i fatti contestati, limitandosi a richiamare un rapporto della Guardia di Finanza non allegato all'atto. I giudici hanno stabilito che un sequestro probatorio illegittimo non può essere sanato successivamente dal Tribunale del Riesame. Il decreto di sequestro deve infatti contenere fin da subito l'indicazione chiara di tempo, luogo e azione del presunto reato per consentire l'immediata difesa dell'indagato. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato la restituzione immediata di tutti i beni sequestrati alla legittima proprietaria.
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Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due dirigenti pubblici e un imprenditore accusati di aver manipolato l'assegnazione di un appalto per un sistema di sicurezza, ricorrendo a un affidamento diretto illegittimo per evitare la gara pubblica. Gli imputati erano stati condannati nei gradi precedenti per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. La Suprema Corte ha chiarito che tale reato non è configurabile quando la condotta mira a evitare del tutto la gara tramite affidamento diretto privo di elementi competitivi, poiché un'estensione analogica violerebbe il principio di legalità. Tuttavia, non potendo accertare l'assoluta insussistenza del fatto per mancanza di verifiche approfondite nei gradi di merito, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato.
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Turbata libertà del procedimento: l’aiuto segreto diventa reato
Un funzionario di un ente lirico, incaricato di redigere il capitolato per una gara di marketing, ha affidato segretamente la stesura del bando al legale rappresentante dell'unica società poi partecipante. La Corte d'appello aveva assolto il funzionario per mancanza di dolo. La Cassazione ha annullato l'assoluzione, rilevando una palese contraddizione logica: l'accordo occulto (collusione) implica necessariamente la volontà di alterare la gara. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che le condotte illecite compiute prima dell'indizione formale della gara integrano il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art. 353-bis c.p.) e non la semplice turbativa d'asta. Il caso torna in appello per un nuovo giudizio.
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Turbata libertà del contraente: offerta inviata non salva dalla condanna
Un imprenditore, condannato per aver turbato una gara pubblica tramite un accordo illecito (collusione), ha fatto ricorso sostenendo l'estinzione del reato. La Cassazione ha respinto la sua tesi, stabilendo un principio fondamentale sulla prescrizione per turbata libertà del contraente. Il termine per la prescrizione non inizia a decorrere dalla presentazione di una singola offerta, ma solo dal momento in cui viene depositata l'ultima delle offerte frutto dell'accordo illecito. Poiché il ricorso dell'imprenditore era generico e non considerava le altre offerte, è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva. L'imprenditore ha perso la causa.
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Interesse all’impugnazione: ricorso inammissibile dopo la rinuncia
Un professionista, accusato di associazione per delinquere e turbativa d'asta per aver condizionato appalti pubblici in un ente locale, ha impugnato l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari. Durante il giudizio di legittimità, la misura è stata sostituita con l'obbligo di dimora. La difesa ha dichiarato la sopravvenuta carenza di interesse all'impugnazione, ma la Suprema Corte ha chiarito che l'interesse all'impugnazione ha natura oggettiva e non dipende solo dalla volontà della parte. Poiché il ricorso contestava i presupposti stessi della colpevolezza, l'utilità del giudizio permaneva nonostante l'attenuazione della misura. La dichiarazione di disinteresse è stata quindi riqualificata come rinuncia, portando alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso con condanna alle spese, ma senza sanzione pecuniaria aggiuntiva.
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Turbativa d’asta e natura degli enti pubblici
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale per diversi soggetti coinvolti in una sistematica turbativa d'asta riguardante forniture energetiche gestite da un consorzio. Il cuore della vicenda riguarda la manipolazione di procedure ad evidenza pubblica per favorire un gruppo societario specifico, sfruttando la natura ambigua del consorzio come centrale di committenza. La Corte ha ribadito che la qualifica di ente pubblico deve essere valutata secondo criteri sostanziali e funzionali, legati alle finalità di interesse generale perseguite, indipendentemente dalla forma privatistica assunta. Nonostante la prescrizione di alcuni capi d'imputazione, l'impianto accusatorio relativo all'associazione per delinquere e ai reati di falso è stato confermato.
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