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Art. 348 Codice Penale

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175 provvedimenti

Ricorso inammissibile: quando i motivi sono infondati
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile contro una sentenza della Corte d'Appello, poiché i motivi presentati erano meramente riproduttivi di censure già respinte, manifestamente infondati e di natura generica. La decisione sottolinea che la Cassazione non può riesaminare il merito delle prove, confermando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso inammissibile: quando non si può contestare
Un soggetto, condannato per esercizio abusivo della professione e falso, ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi miravano a una rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Di conseguenza, è stata respinta anche l'eccezione di prescrizione, poiché l'inammissibilità dell'impugnazione ne impedisce la declaratoria. La condanna è divenuta definitiva.
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Atto abnorme: quando l’esclusione della parte civile?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una parte danneggiata contro l'ordinanza che le negava la costituzione di parte civile in un processo penale. La parte lesa aveva già avviato un'azione civile separata. La Corte ha stabilito che, sebbene la decisione del tribunale potesse essere illegittima, non costituiva un atto abnorme, in quanto non creava una stasi processuale irreparabile, potendo l'azione risarcitoria proseguire nella sua sede originaria. L'inammissibilità del ricorso deriva dalla mancanza del carattere di abnormità, unico presupposto che avrebbe consentito l'impugnazione.
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Inammissibilità ricorso generico: analisi Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso presentato da un imputato contro una sentenza della Corte d'Appello. I motivi sono stati giudicati tardivi, ripetitivi di questioni già decise e privi della necessaria specificità, in particolare riguardo alla richiesta di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La decisione comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Esercizio abusivo professione: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si pronuncia su un caso di esercizio abusivo della professione odontoiatrica da parte di un nucleo familiare. La sentenza conferma le condanne, chiarendo che la ripetizione di atti illeciti costituisce un unico reato abituale, il cui momento consumativo coincide con l'ultima condotta. La Corte, tuttavia, annulla parzialmente la sentenza d'appello per rideterminare la pena, applicando la riduzione di un terzo prevista per il rito abbreviato, omessa nel precedente grado di giudizio.
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Pena sostitutiva: no in esecuzione se non chiesta prima
La Corte di Cassazione ha stabilito che la richiesta di conversione della pena detentiva in una pena sostitutiva non può essere presentata per la prima volta in fase di esecuzione, neanche dopo che il giudice ha unificato più reati sotto il vincolo della continuazione. Il beneficio deve essere richiesto durante il processo di cognizione. La sentenza sottolinea che il riconoscimento della continuazione non riapre i termini per accedere a benefici che dovevano essere richiesti prima che la sentenza diventasse definitiva, confermando così il principio della intangibilità del giudicato.
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Costi da reato: quando non sono deducibili fiscalmente
La Corte di Cassazione ha confermato l'indeducibilità dei costi sostenuti da una società per servizi di trattamento rifiuti, poiché tali servizi erano parte integrante di un'attività illecita qualificabile come delitto non colposo. La sentenza stabilisce che è sufficiente l'esercizio dell'azione penale per escludere la deducibilità, respingendo la tesi della società che si dichiarava estranea ai fatti, data la stretta connessione economica e gestionale con il consorzio autore del reato. L'analisi si concentra sui costi da reato e la loro irrilevanza ai fini fiscali.
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Esercizio abusivo professione: assolta la titolare
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per esercizio abusivo della professione di farmacista a carico della titolare di una parafarmacia, il cui familiare non abilitato aveva venduto farmaci in sua assenza. La Corte ha stabilito che la mera proprietà dell'esercizio commerciale non è sufficiente a dimostrare un concorso nel reato, in assenza di prove che la titolare abbia consentito o istigato la condotta illecita.
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Attenuanti generiche: no con precedenti penali
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato, confermando la decisione di non concedere le attenuanti generiche. La Corte ha stabilito che un risarcimento solo parziale del danno e la presenza di precedenti penali, anche se datati, giustificano il diniego, e che la scelta del rito abbreviato non può essere usata come motivazione per un'ulteriore riduzione della pena.
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Patrocinio infedele: quando l’avvocato non agisce
La Corte di Cassazione chiarisce i confini del reato di patrocinio infedele e truffa a carico di un avvocato. La sentenza analizza diversi casi in cui un legale, con raggiri, ha ingannato i propri clienti sull'andamento delle cause, incassando onorari per attività mai svolte o svolte con negligenza. La Corte ha annullato alcune condanne, specificando che il patrocinio infedele non sussiste se non è pendente un procedimento giudiziario. Allo stesso modo, è stata esclusa la truffa tentata in un caso in cui non era ipotizzabile un ingiusto profitto per il professionista. Per le altre accuse, il ricorso è stato respinto, confermando la responsabilità del legale.
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Elezione di domicilio appello: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2405/2025, ha rigettato i ricorsi di alcuni imputati, confermando l'inammissibilità del loro appello. La questione centrale riguarda la corretta interpretazione dell'art. 581, comma 1-ter del codice di procedura penale, oggi abrogato, che imponeva una specifica elezione di domicilio appello. La Corte, richiamando una precedente decisione delle Sezioni Unite, ha stabilito che la norma si applica ai ricorsi presentati prima della sua abrogazione e che l'atto di impugnazione deve contenere un riferimento esplicito a una precedente elezione di domicilio. Nel caso specifico, tale riferimento mancava, rendendo l'appello inammissibile.
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Esercizio abusivo professione: medico assolto
Un medico-chirurgo, condannato in appello per esercizio abusivo della professione odontoiatrica per aver ispezionato il dente di una paziente in uno studio dentistico, è stato definitivamente assolto dalla Corte di Cassazione. La Corte ha stabilito che un singolo atto di ispezione, senza manovre terapeutiche esclusive degli odontoiatri e privo di continuità e organizzazione, non integra il reato di esercizio abusivo della professione.
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Esercizio abusivo professione: la Cassazione conferma
La Cassazione conferma la condanna per esercizio abusivo della professione a un ex avvocato radiato dall'albo. La Corte ha stabilito che anche la sola consulenza legale, se svolta in modo continuativo, organizzato e oneroso, integra il reato, a prescindere dalla firma di atti formali. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile perché mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Ricorso inammissibile: motivi generici e precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile avverso una condanna per esercizio abusivo della professione. I motivi sono stati giudicati generici e riproduttivi di censure già vagliate. La richiesta di pene sostitutive è stata respinta a causa di un giudizio prognostico negativo basato sui precedenti penali dell'imputato, con conseguente condanna al pagamento delle spese e di un'ammenda.
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Ricorso inammissibile: quando è solo ripetitivo
La Corte di Cassazione, con ordinanza del 02/12/2024, ha dichiarato un ricorso inammissibile contro una condanna per esercizio abusivo della professione. La Corte ha stabilito che i motivi di ricorso non possono essere una mera riproduzione di censure già respinte in appello, né possono introdurre questioni non sollevate nel precedente grado di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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