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Art. 32 Legge n. 183 del 2010

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26 provvedimenti

Ricorso per cassazione: il principio di specificità
Una lavoratrice, dopo aver ottenuto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato mascherato da collaborazione, ha presentato ricorso per cassazione per ottenere un risarcimento maggiore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per violazione del principio di specificità, poiché la ricorrente non ha adeguatamente trascritto le sue domande originarie nell'atto di appello, rendendo impossibile la valutazione da parte della Corte. La decisione sottolinea l'importanza cruciale della corretta formulazione formale degli atti giudiziari.
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Contratto a progetto illegittimo: quale risarcimento?
Una lavoratrice, assunta con una serie di contratti atipici, ottiene il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro subordinato. La Corte di Cassazione, pur confermando la natura subordinata del rapporto, interviene per correggere il calcolo del danno. Viene stabilito che, in caso di conversione di un contratto a progetto illegittimo, al lavoratore spetta un'indennità onnicomprensiva predeterminata dalla legge, e non l'intero ammontare delle retribuzioni maturate dalla cessazione del rapporto. La decisione chiarisce l'ambito di applicazione della tutela indennitaria, estendendola anche a questa tipologia contrattuale.
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Cessazione materia del contendere: accordo e sentenza
Un dipendente, dopo aver ottenuto in appello il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, si è visto opporre un ricorso per cassazione dalla banca datrice di lavoro. Tuttavia, prima della discussione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. La Corte di Cassazione, prendendo atto della conciliazione, ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, annullando di fatto gli effetti della sentenza d'appello e compensando le spese legali come pattuito tra le parti.
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Restituzione somme lorde: la Cassazione chiarisce
In un caso di riforma di una sentenza di condanna a favore di un lavoratore, la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della restituzione delle somme versate dal datore di lavoro. L'ordinanza chiarisce un principio fondamentale sulla restituzione somme lorde: il lavoratore è tenuto a restituire esclusivamente l'importo netto effettivamente incassato. Il datore di lavoro, che aveva versato le ritenute fiscali all'Erario, non può richiederle al dipendente, ma deve attivarsi per ottenerne il rimborso direttamente dall'amministrazione finanziaria.
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Decadenza appalto fittizio: quando non si applica?
Un lavoratore, formalmente dipendente di una cooperativa ma impiegato presso un'altra società, veniva licenziato dalla prima. Anni dopo, agiva in giudizio contro la società utilizzatrice per far accertare un appalto fittizio. I giudici di merito respingevano la domanda per decorrenza dei termini. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha ribaltato la decisione, specificando il principio sulla decadenza in caso di appalto fittizio. Ha stabilito che il licenziamento comunicato dal datore di lavoro formale (l'appaltatore) fa decorrere i termini di decadenza solo per l'azione contro quest'ultimo, ma non per l'azione volta a costituire il rapporto di lavoro con il datore reale (l'utilizzatore), per la quale è necessario un atto scritto di diniego da parte di quest'ultimo.
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Dirigenza e contratti a termine: stop all’abuso
La Corte di Cassazione ha stabilito che la reiterazione di contratti a termine per la dirigenza pubblica è illegittima se utilizzata per coprire esigenze stabili e permanenti dell'amministrazione. In un caso riguardante un dirigente di un ente locale con contratti pluriennali, la Corte ha cassato la decisione d'appello, affermando la piena applicabilità della direttiva europea anti-abuso. Anche se la conversione in rapporto a tempo indeterminato è esclusa, il dirigente ha diritto al risarcimento del danno per l'illegittimo ricorso alla dirigenza con contratti a termine.
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