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Art. 319-ter Codice Penale

80 provvedimenti

Corruzione in atti giudiziari: Arresti domiciliari per ex funzionario
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per un ex membro di una Commissione Tributaria Regionale, accusato di corruzione in atti giudiziari. L'uomo avrebbe accettato denaro per influenzare un ricorso tributario a favore di una società legata a un imprenditore. Il Tribunale del riesame aveva già convalidato la misura cautelare, riscontrando gravi indizi di colpevolezza e la persistenza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del Funzionario, ritenendo le motivazioni del tribunale precedenti adeguate e la prova sufficiente.
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Corruzione in Tribunale: la Prescrizione dei Reati salva gli imputati
La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di appello per intervenuta Prescrizione dei reati a carico di giudici di pace e avvocati, accusati di falso ideologico, corruzione in atti giudiziari e abuso d'ufficio. Questi avrebbero asservito la funzione giudiziaria a interessi privati, pilotando procedimenti e sentenze. La Corte ha corretto il calcolo dei termini di prescrizione, includendo le sospensioni dovute all'emergenza pandemica, e ha stabilito che i reati erano già estinti prima della sentenza d'appello. Nonostante la prescrizione, ha confermato le condanne civili al risarcimento danni per il Comune di Bari, riconoscendo l'esistenza di un sistema illecito. Solo per un imputato, la questione civile è stata rinviata al giudice civile.
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Sequestro probatorio e restituzione dei beni: niente ricorso
Un indagato ha presentato ricorso in Cassazione contro il mantenimento del sequestro di alcuni documenti. Durante il procedimento, il Pubblico Ministero ha disposto la restituzione di tutto il materiale sequestrato. L'indagato ha comunque insistito nell'impugnazione per far dichiarare l'illegittimità del prelievo ed evitarne l'uso come prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che, sul tema del **Sequestro probatorio e restituzione dei beni**, la restituzione elimina l'interesse concreto dell'indagato a contestare il provvedimento. La valutazione sull'utilizzabilità delle prove spetta infatti al giudice del dibattimento. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Corruzione in atti giudiziari: mazzetta spontanea e condanna
Un cittadino ha consegnato cinquanta euro a un ufficiale giudiziario per velocizzare la notifica di un pignoramento mobiliare. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per corruzione in atti giudiziari. L'imputato ha sostenuto di essere stato indotto al pagamento per evitare ulteriori ritardi e burocrazia. Tuttavia, i giudici hanno accertato la natura spontanea del versamento. Non è emersa alcuna pressione o condotta prevaricatrice da parte del pubblico ufficiale. Il cittadino ha cercato un accordo paritario per ottenere un trattamento di favore ed eseguire celermente l'atto. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ex Generale e Concorso in Corruzione: Cassazione Annulla Arresti
Un ex generale della Guardia di Finanza era stato posto agli arresti domiciliari per presunto concorso in corruzione in atti giudiziari e corruzione propria. L'accusa sosteneva avesse contribuito a un patto corruttivo per ottenere favori da un magistrato. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza, ritenendo che il Tribunale non avesse adeguatamente motivato la reale partecipazione dell'indagato al patto corruttivo e la sua consapevolezza degli intenti illeciti. Mancava una prova rigorosa del suo contributo causale e del dolo, elementi essenziali per il concorso in corruzione.
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Sequestro preventivo del prezzo del reato: negato ogni sconto
Un professionista è stato accusato di corruzione in atti giudiziari per aver ottenuto lucrosi incarichi di difesa da una società grazie alle pressioni di un magistrato corrotto. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo del prezzo del reato sull'intera somma delle parcelle ricevute, pari a 273.000 euro. Il professionista ha contestato la misura, sostenendo che una parte della somma fosse stata legittimamente versata a un collega collaboratore e dovesse quindi essere esclusa dal calcolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che i pagamenti interni al collaboratore costituiscono una mera spesa personale successiva al reato. Di conseguenza, l'intero compenso rappresenta il prezzo dell'accordo illecito e rimane interamente soggetto al sequestro preventivo del prezzo del reato.
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Corruzione in atti giudiziari: cassa di pesce o abuso d’ufficio
Un ispettore del lavoro, dopo un controllo in un cantiere navale, ha accettato in regalo una cassa di pesce dal titolare dell'attività. Il Tribunale del Riesame ha escluso il reato di corruzione in atti giudiziari, riqualificando il fatto in abuso d'ufficio e riducendo la misura interdittiva della sospensione dal servizio, poiché la regalia era successiva e priva di un previo accordo criminoso. Il Procuratore della Repubblica ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la sussistenza di un patto corruttivo tacito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno chiarito che la contestazione del PM riguardava valutazioni di merito e di fatto, insindacabili in sede di legittimità se adeguatamente motivate dal giudice di merito.
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Istanza di ricusazione: il sospetto non batte le regole
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da L'Imputato contro il rigetto della sua istanza di ricusazione. L'Imputato sosteneva che l'assegnazione del processo fosse stata influenzata da una sollecitazione del Pubblico Ministero, compromettendo l'imparzialità del collegio. La Suprema Corte ha rilevato che l'assegnazione è avvenuta nel pieno rispetto delle ordinarie regole tabellari e che il collegio designato era diverso da quello richiesto dall'accusa. Di conseguenza, non vi è stata alcuna interferenza concreta né lesione del principio del giudice naturale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sopravvenuta carenza di interesse: niente spese se la misura decade
Un indagato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale che confermava la misura degli arresti domiciliari per presunti reati di corruzione e concussione. Successivamente, la misura cautelare è stata revocata dal giudice competente. Di conseguenza, il difensore dell'indagato ha presentato formale rinuncia al ricorso tramite posta elettronica certificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché la rinuncia è dipesa dalla revoca della misura, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna al pagamento delle spese del procedimento penale.
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Corruzione in atti giudiziari: confermato lo stop all’avvocato
Un avvocato, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver versato cinquemila euro a un giudice d'appello al fine di ottenere l'assoluzione di un cliente, è stato colpito dalla misura interdittiva della professione forense per un anno. Il Giudice delle indagini preliminari aveva inizialmente revocato la misura a causa di una diversa interpretazione di alcune intercettazioni telefoniche. Tuttavia, il Tribunale del riesame ha ripristinato il provvedimento, ritenendo concreto e attuale il pericolo di reiterazione del reato, anche alla luce di un'altra indagine per turbativa d'asta legata al ruolo di Sindaco svolto dall'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'avvocato, confermando la validità della misura cautelare e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Delitto di calunnia: quando la falsa accusa costa la condanna
Due cittadine sono state condannate per il delitto di calunnia ai danni di un giudice onorario, accusato falsamente di corruzione e collusione mafiosa in un processo per truffa. Le ricorrenti sostenevano che le accuse fossero talmente stravaganti da non poter configurare il reato e che mancasse la consapevolezza dell'innocenza del magistrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, precisando che il delitto di calunnia si configura ogniqualvolta la falsa accusa sia seria e idonea a far iniziare un'indagine, non potendosi considerare inverosimile un addebito che ha effettivamente generato un procedimento penale. Inoltre, il dubbio o il sospetto non escludono il dolo se non si fondano su elementi oggettivi e seri. Di conseguenza, le ricorrenti sono state condannate al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: ex giudice libero dopo le dimissioni
Un ex Giudice di Pace, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver favorito alcuni avvocati in cambio di denaro, ha impugnato l'ordinanza che disponeva i suoi arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la misura senza rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che le misure cautelari personali richiedono pericoli concreti e attuali. Nel caso specifico, le dimissioni rassegnate dall'indagato dal suo ruolo di magistrato onorario e il tempo trascorso dai fatti (risalenti al 2018-2019) escludono il rischio di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Di conseguenza, è stata ordinata l'immediata liberazione dell'indagato.
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Concorso in corruzione: l’intermediario risponde del reato
Un funzionario di polizia è stato accusato di concorso in corruzione per aver aiutato un avvocato a corrompere un magistrato. L'accordo prevedeva che il magistrato asservisse le sue funzioni in cambio di pressioni politiche per fargli ottenere la nomina a Procuratore di Taranto. Il funzionario sosteneva di aver svolto solo un ruolo esecutivo successivo all'accordo e di non poter rispondere del reato. La Corte di Cassazione ha invece respinto il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che l'attività sistematica di intermediazione e collegamento tra i protagonisti dell'accordo configura a tutti gli effetti il concorso in corruzione, non trattandosi di una mera attività esecutiva marginale.
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Corruzione in atti giudiziari: tra gravi accuse e prove assenti
Un Giudice di Pace viene condannato per corruzione in atti giudiziari, accusato di aver ricevuto denaro da un avvocato per favorire alcuni clienti accelerando pratiche o concedendo sospensioni illegittime. La condanna si basa principalmente sulle dichiarazioni confuse del coimputato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa, rilevando che i giudici di merito hanno valutato le prove in modo congetturale e incompleto, ignorando i passaggi in cui l'accusatore smentiva l'accordo illecito. La Suprema Corte annulla la sentenza e dispone un nuovo processo, stabilendo che la corruzione richiede la prova rigorosa e autonoma del patto illecito tra le parti, non potendo basarsi su indizi generici o dichiarazioni contraddittorie.
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Misure cautelari personali: no sconti al giudice che corrompe
Un ex giudice tributario, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver favorito una società in cambio di denaro, ha richiesto la revoca o la sostituzione della misura dell'obbligo di dimora a Milano con il divieto di dimora a Brescia. L'imputato sosteneva che le dimissioni e il tempo trascorso avessero azzerato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità delle misure cautelari personali applicate. I giudici hanno evidenziato che il tempo trascorso non cancella automaticamente il pericolo se l'indagato ha tentato di condizionare un testimone, dimostrando assenza di pentimento e un'elevata pericolosità sociale. L'obbligo di dimora a Milano resta quindi necessario per limitare i suoi contatti.
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Reato continuato e mafia: negato lo sconto per la corruzione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato tra la partecipazione a un'associazione mafiosa (iniziata nel 2000) e un episodio di corruzione in atti giudiziari commesso dodici anni dopo (nel 2012) per ritardare l'esecuzione di una condanna. I giudici hanno chiarito che non è possibile applicare il reato continuato tra il delitto associativo e i singoli reati di scopo quando questi ultimi derivano da eventi occasionali, imprevisti e non programmabili fin dall'inizio dell'adesione al gruppo criminale. La corruzione del cancelliere è stata infatti considerata una risposta a un'esigenza estemporanea e non un'azione pianificata originariamente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il rigetto dell'istanza e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Concorso in corruzione: il vantaggio non prova la colpevolezza
Un imprenditore, accusato di essere il beneficiario di un patto corruttivo tra i suoi legali e un magistrato per archiviare procedimenti fiscali, viene condannato per concorso in corruzione in atti giudiziari. La Corte di Cassazione, però, annulla la sentenza e ordina un nuovo processo. Il motivo è un grave vizio di motivazione: essere il destinatario di un vantaggio non è sufficiente a provare la colpevolezza. La Corte stabilisce che serve la prova certa e rigorosa della consapevolezza e del contributo attivo dell'imprenditore al patto illecito, elementi che i giudici precedenti avevano dato per scontati basandosi su congetture. La sentenza assolve invece definitivamente due consulenti tecnici coinvolti, per totale assenza di prove sulla loro partecipazione all'accordo.
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Traffico di influenze illecite: condannati anche senza corrompere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre imputati, tra cui un ex giudice tributario e due dipendenti amministrativi. Inizialmente accusati di corruzione, il reato è stato definitivamente qualificato come traffico di influenze illecite. Gli imputati avevano ricevuto denaro da una società promettendo di 'avvicinare' il giudice relatore di una causa tributaria per ottenere una sentenza favorevole. Tuttavia, non è mai stato provato un contatto o un accordo effettivo con tale giudice. La Corte ha stabilito che per il reato di traffico di influenze illecite è sufficiente vantare un'influenza (vera o presunta) su un pubblico ufficiale e farsi pagare per questo, senza che sia necessario dimostrare l'effettiva corruzione del funzionario. La condanna è stata quindi confermata.
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Corruzione atti giudiziari: banditore prescritto, debitori no
Un banditore d'asta viene accusato di aver creato un sistema per truccare le procedure esecutive, favorendo i debitori in cambio di denaro e altre utilità. La Cassazione si pronuncia sui ricorsi di tutti gli imputati. Mentre le impugnazioni dei debitori sono dichiarate inammissibili, quella del banditore viene parzialmente accolta su un punto tecnico. Questa ammissibilità parziale impedisce alla sua condanna di diventare definitiva, portando alla prescrizione del reato di corruzione in atti giudiziari. Per lui il processo continuerà solo per i reati di falso, mentre per gli altri la condanna è definitiva.
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Intercettazioni e trojan: i limiti della Cassazione
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio una sentenza di condanna per corruzione in atti giudiziari e turbativa d'asta. Il caso riguardava un presunto accordo illecito tra un delegato alla vendita e un acquirente per manipolare il prezzo di un immobile all'asta. La decisione si focalizza sull'utilizzabilità delle intercettazioni captate tramite trojan in un procedimento diverso da quello originario. La Suprema Corte ha rilevato un grave difetto di motivazione riguardo alla sussistenza del vincolo di connessione tra i procedimenti, elemento indispensabile per legittimare l'uso dei risultati investigativi.
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